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Cultura | 15 marzo 2026 | 06:00

"Ricorriamo alla geniale soluzione di montare della pelle di tricheco sotto i pattini delle slitte". Come una sciolina primitiva (e naturale) ha aiutato a risolvere uno dei grandi misteri geografici dell'Artico

Già all'inizio del Novecento la sovranità sulla Groenlandia era argomento di dibattito tra Stati Uniti e Regno di Danimarca. Ad alimentare quegli sconti fu una curiosa disputa geografica, che separò per quasi vent'anni, almeno virtualmente, la grande isola artica in due parti. Per risolverla vennero organizzate diverse spedizioni, che costarono la vita a diversi esploratori. Tra le pagine scritte da uno di questi, il danese Knud Rasmussen, resta anche il racconto di come rendere scorrevoli le slitte quando la neve diventa un ostacolo mortale

scritto da Giovanni Baccolo
Festival AltraMontagna

Un secolo fa la Groenlandia - la più grande isola del pianeta - era già al centro di una disputa geopolitica internazionale. Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra i paesi nordici guidati dalla Danimarca. Ancora una volta, le tensioni correvano lungo le sponde dell’Atlantico.

 

Nonostante la sovranità del Regno di Danimarca sulla Groenlandia fosse generalmente riconosciuta già dall’inizio del XIX secolo, alla fine dell’Ottocento la questione tornò improvvisamente in discussione.

 

Ad avviare il dibattito fu l’esploratore americano Robert Peary, che per primo esplorò le propaggini più remote e settentrionali dell’isola artica. Durante il suo viaggio del 1892 egli individuò infatti quello che fu per circa vent’anni al centro delle discussioni geografiche: il Canale di Peary. Secondo l’esploratore quel canale, uno stretto braccio di mare, tagliava un vasto blocco della Groenlandia Settentrionale, mettendo in comunicazione i mari di Lincoln e di Wandel. Egli sostenne di aver individuato due profondi fiordi che sembravano congiungersi, rendendo quella che sarebbe poi stata chiamata la Terra di Peary, una grande isola indipendente.


La Terra di Peary da satellite. In rosso è evidenziata la regione che secondo lesploratore Peary avrebbe ospitato un braccio di mare continuo, tale da rendere quella regione della Groenlandia un'isola indipendente.

Secondo una prassi diffusa all’epoca delle grandi esplorazioni, la sovranità di nuovi territori veniva rivendicata dal paese di provenienza dello scopritore. Se la Terra di Peary era un’isola, quell’isola avrebbe dovuto appartenere agli Stati Uniti perché Peary era americano.

 

La regione era però talmente remota che solo nel 1906 fu organizzata una spedizione danese per dirimere la questione. Forse al più importante esploratore artico dell’epoca, Ludvig Mylius-Erichsen, fu affidato il compito. Il danese percorse migliaia di chilometri sulle slitte trainate dai cani e quando raggiunse la testata di Denmark Fjord realizzò che il Canale di Peary non esisteva. Non c’era alcun braccio di mare che collegasse quel fiordo al Nordenskjold Fjord. Costruì una pila di rocce e vi inserì un bigliettino: "Il Canale di Peary non esiste".

 

La scoperta geografica, che di fatto rendeva vane le ambizioni di sovranità americana sulla Groenlandia, rimase sconosciuta al resto del mondo per anni. Mylius-Erichsen non poté raccontare nulla delle sue avventure perché morì durante il lungo viaggio di ritorno, insieme ai suoi due compagni.

 

Una nuova spedizione venne approntata in fretta e furia per recuperare la salma del grande esploratore. Della tragedia si venne a sapere perché nel frattempo era stato ritrovato il corpo di uno dei partecipanti alla esplorazione. Nelle pagine finali del suo diario era indicato che Mylius-Erichsen fosse morto di fame nei pressi di Indipendence Fjord.

 

Ejnar Mikkelsen partì insieme a un compagno e a numerosi cani da slitta nel  1909, ma i compagni rimasti in attesa sulla costa, non vedendolo tornare quando la stagione estiva volgeva al termine, decisero di ripartire. Una spedizione di soccorso e ricerca era infine stata dichiarata scomparsa a sua volta.

 

Mikkelsen era però riuscito a sopravvivere. E anzi aveva rinvenuto il messaggio del suo predecessore. Qualcun altro, questa volta in vita, sapeva dunque che la Terra di Peary non era un’isola. Quando però l’esploratore riuscì a tornare sulla costa, dove aveva lasciato l'imbarcazione che lo aveva portato in Groenlandia e gli altri partecipanti alla spedizione, di essi non c’era traccia, era tardi. Mikkelsen, insieme al fidato Iver Iversen, rimase isolato per quasi tre anni, al riparo in un cottage che riuscirono a costruire con il fasciame di scialuppe abbandonate e usando le vettovaglie lasciate prudentemente dai compagni.

 

Che la Terra di Peary non fosse un’isola era evidentemente una conoscenza che il destino volle mantenere confinata in Groenlandia, almeno per qualche anno.

 

Mikkelsen e Iversen furono infine recuperati da balenieri norvegesi nel 1912, ma nel frattempo un altro esploratore aveva (ri)scoperto la non esistenza del Canale di Peary: Knud Rasmussen. Nel 1912 Rasmussen aveva organizzato una spedizione per capire cosa fosse successo a Mikkelsen, scomparso nel nulla mentre cercava tracce di Mylius-Erichsen, e per chiarire la natura del Canale di Peary.


I protagonisti della storia. Da sinistra: Ludvig Mylius-Erichsen, Ejnar Mikkelsen, Knud Rasmussen.

Ed è proprio dal diario che Rasmussen tenne durante questa impresa -la prima spedizione di Thule- che vi proponiamo un breve estratto. Il diario/racconto è stato recentemente tradotto in italiano e pubblicato nell’opera A Nord di Thule (Iperborea, 2025). A ispirare questa scelta sono stati due articoli usciti pochi giorni fa sull’uso delle scioline nelle competizioni di sport invernali (qui e qui). In questi contributi viene ben raccontato che l’impiego di tali sostanze può produrre significative conseguenze ambientali vista la loro composizione, e che fortunatamente il mondo delle competizioni invernali sta cercando di limitare tali impatti.

 

Se oggi l’uso di questi preparati è quasi esclusivo appannaggio di chi pratica gli sport invernali, nell’Artico più remoto rendere scorrevoli i pattini delle slitte può essere letteralmente una questione di vita o di morte. Specie ai tempi di Rasmussen e compagni. Per gli esploratori polari e le popolazioni indigene dell’Artico era di grande importanza coprire grandi distanze con le slitte trainate dai cani. E se le condizioni della neve non erano ideali, bisognava trovare un rimedio. Certo non si poteva fare affidamento, come avviene oggi, a sostanze sintetiche di derivazione petrolifera. Bisognava arrangiarsi con quello che si aveva a disposizione.

 

È in questo contesto, dove regnano il freddo estremo, lunghe traversate e il continuo affidamento all’esperienza e alla tecnica, che Rasmussen annota nel suo diario una soluzione semplice ma ingegnosa per far scorrere le slitte sulla neve artica.

 

17 Aprile

Bel tempo sereno, con sole e -31°C

 

Stiamo fermi per montare degli sci di pelle di tricheco sotto i pattini delle nostre slitte. Con queste freddo intenso, la neve poco compatta sopra la superficie solida del ghiacciaio frena a tal punto i nostri pattini di metallo che solo con estrema fatica i cani riescono a tirare il carico a un passo rapido. È proprio quell’andatura veloce che può permetterci di attraversare la calotta glaciale sani e salvi, e se le cose rimarranno così a lungo i cani perderanno l’entusiasmo.

 

Perciò ricorriamo alla geniale soluzione groenlandese di montare della pelle di tricheco sotto il metallo dei pattini, una trovata estremamente pratica che dovrebbero conoscere tutti coloro che viaggiano in slitta.

 

Si taglia la pelle di tricheco in strisce larghe più o meno come gli sci dei sami. Se le pelli sono più corte dei pattini della slitta, le si allunga facilmente cucendone o legandone più d’una con una sottile stringa di pelle di foca.

 

All’estremo anteriore dello sci viene aperto un foro in cui si infila la punta del pattino, mentre in fondo lo si deve fare risalire un po’ sul tallone della slitta, al quale viene legato. Vengono poi praticati dei fori lungo i bordi della pelle, in corrispondenza l’uno con l’altro, dove vengono infilate le cinghie con cui lo sci è fissato al pattino.

 

Dopo tutti questi preparativi, fatti al caldo dell’igloo, quando la pelle è ben scongelata, questo speciale sci viene portato alla slitta e montato sui pattini di metallo, dove si congela e si irrigidisce nella forma desiderata. Poi il lato coi peli, rivolto verso il basso, viene provvisto di uno strato di ghiaccio, inzuppando della neve nell’acqua e strofinandola sulla pelle, dove ben presto si solidifica; poi non rimane altro che renderla liscia con un coltello. Allora le slitte corrono molto leggere sulla neve e i cani galoppano senza difficoltà con un carico che altrimenti quasi non sarebbero riusciti a tirare, nemmeno a un’andatura più lenta.

 

Questo lavoro ha preso tutta la giornata, ma vale la pena di perdere un giorno per il vantaggio che si ottiene. Perché una volta pronti e montati gli sci di pelle, se la neve non è troppo dura, si può andare avanti quattro o cinque giorni senza bisogno di rinnovare lo strato di ghiaccio, che diventa lucido e liscio come vetro. E se è necessario ripristinarlo, l’operazione richiede solo poche ore.

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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