"Niente sauna o champagne: al Morelli Buzzi solo minestra e paesaggi unici", il gestore: "È compito dei rifugisti preservare la montagna, che 'merita' di restare genuina"

Il gestore: "Siamo fortunati. Qua, a differenza di altri posti, gli escursionisti vengono per quello che c’è, non per ciò che viene offerto loro. Il paesaggio è meraviglioso: niente impianti, saune o proposte 'stellate'. Insomma, qui è possibile riscoprire la montagna in modo più consapevole"

C'è un luogo nel cuore delle Alpi Marittime in cui il turismo di massa non è ancora riuscito a farsi spazio e in cui è possibile assaporare la montagna più genuina. Si tratta del rifugio Morelli Buzzi, che sorge nell'incantevole Vallone di Lourousa a quota 2.351, in Provincia di Cuneo.
A gestire la struttura dal 2018 (che apre soltanto nei mesi estivi ndr) è Paolo Giraudo accanto al fratello Marco ed alle figlie: "Sono sempre stato un grande amante e frequentatore di queste montagne - ammette -. Conoscevo tutti i rifugi ed i loro gestori e mi ero sempre detto che, prima o poi, quel lavoro l'avrei voluto fare anche io".
Così l'uomo ormai qualche anno fa è approdato a oltre 2.300 metri di quota, cominciando a fare un mestiere che, tutt'oggi, ama con tutto se stesso: "Ci sono stati momenti duri - confessa - come quello del Covid, ma quelli più numerosi sono stati sicuramente i momenti belli. Ho conosciuto persone meravigliose, alcune delle quali sono diventate amici che continuo a frequentare. Ho avuto l'onore di incontrare sulla mia strada personaggi incredibili, che a livello umano mi hanno dato davvero tanto".
Fra i vari, un uomo che aveva percorso il Sentiero Italia Cai partendo dalla Sardegna, dove aveva trovato un cagnolino randagio che aveva poi deciso di portare con sé: "Insieme hanno percorso 7mila chilometri: è arrivato con il suo amico a 4 zampe qui al Morelli Buzzi. Una storia che mi ha colpito nel profondo e che mi ha toccato il cuore".
Per Giraudo, non a caso, uno degli aspetti più belli del lavoro di rifugista è quello di interagire con gli escursionisti, per raccontare la montagna e raccontarsi: "Siamo fortunati - tiene a sottolineare -. Qua, a differenza di altri posti, i turisti della montagna vengono per quello che c’è, non per ciò che viene offerto loro. Il paesaggio è meraviglioso ed è possibile osservare tantissimi animali: dal gipeto all'aquila reale, arrivando ai camosci o ai lupi. Questo perché non c'è quel turismo di massa presente altrove: niente impianti e la struttura è raggiungibile solo a piedi".
Un tipo di frequentazione che si allontana da quella divenuta ormai caratteristica invece non soltanto di altre zone delle Alpi ma anche delle Dolomiti, dove i rifugisti lamentano la massiccia presenza di escursionisti spesso impreparati (QUI articolo).
A raccontarlo a Il Dolomiti era stato, fra i vari, anche il gestore del rifugio Tosa Pedrotti Franco Nicolini, che qualche tempo fa dichiarava: "Anni fa arrivavano qui alpinisti ed escursionisti. Con l'esplosione dei social a queste due categorie se n'è aggiunta un'altra, quella dei turisti di montagna. Il problema più grande sta in una narrazione completamente sbagliata: oggi i più sono convinti di essere grandi esperti solo perché hanno guardato qualche video su YouTube. La montagna, invece, è tutt'altro".
E del fatto che le terre alte siano "tutt'altro" ne è fermamente convinto anche il gestore del Morelli Buzzi, che aggiunge: "Noi rifugisti abbiamo un compito cruciale: dobbiamo essere pronti a raccontare e spiegare come funziona la vita in quota, ma anche a fare in modo che la montagna resti autentica, prendendo le distanze da scelte assurde come quella di mettere la sauna in rifugio o di proporre ostriche e champagne solo per attirare più avventori - sottolinea -. Tra l'altro, così facendo a mio parere si attira un certo tipo di clientela che con le strutture in quota non hanno nulla a che fare".
Nel rifugio gestito dai fratelli Giraudo si respira (non a caso) un'aria che sa di tempi passati: fra minestre, polenta, formaggi e salumi nostrani, non manca il tempo per scambiare qualche chiacchera, guardare fuori dalle finestre e apprezzare ciò che già c'è.
"Di cos'altro potrebbe esserci bisogno a quota 2.300? - conclude il gestore del Morelli -. Certo, ammetto che negli anni non sia mancato qualche sprovveduto che ci ha chiesto il gelato o di poter fare la sauna, ma la maggior parte delle persone che vengono qui, anche da Svizzera o Austria, lo fa perché cerca un'esperienza autentica in luoghi ancora incontaminati. E noi non potremmo esserne più felici. Fra qualche anno e finché la salute me lo consentirà mi vedo ancora qui, fra queste meravigliose montagne. Non potrei desiderare nulla di meglio che questo".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere















