Alberi che non sono più alberi, stalle simili a fabbriche di automobili. Ma, in montagna, nuove aziende biologiche indicano che un'altra forma di vita è possibile

Poco più a monte delle distese dell’agroindustria (dove i filari di meleti assomigliano a un'immensa catena di montaggio), sempre in Val di Non si stanno affermando aziende agricole di segno opposto, che rifiutano quei modelli e abbracciano produzioni diversificate, associando zootecnia e agricoltura di alta qualità senza utilizzo di fitofarmaci

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Prima della rivoluzione agroindustriale di fine anni Settanta, luoghi come la Val di Non o la Val Venosta erano ancora caratterizzati dal tradizionale paesaggio ruralpino, punteggiati da masi, ognuno dei quali con la porcilaia, la stalla, l’orto domestico nella zona più soleggiata della proprietà, la piccola coltivazione di cereali (orzo, avena, granoturco), veri alberi da frutto con le chiome arrotondate, i gelsi accanto al corso d’acqua e potati a capitozzo per ricavare i rami allungati utili a intrecciare gerle e panieri.
Quel mondo a misura di sostentamento famigliare creava un contesto variegato, multifunzionale. Ed era prezioso proprio perché diversificato, un po’ come i boschi disetanei e plurispecifici, molto più resistenti e ricchi di quelli in purezza. L’agroindustria ha permesso di alzare notevolmente il tenore di vita, certo. Ma a che prezzo?
Ecco, oggi, spiegarsi davanti agli occhi colture fruttifere sempre uguali a se stesse, con estensioni a perdita d’occhio, come un’immensa catena di montaggio. I filari dei meleti, spesso coperti da reti antigrandine, corrono distanziati tre metri e trenta centimetri l’uno dall’altro come è richiesto dal processo di meccanizzazione, con alberi che non sono più alberi, ma rami allungati sul filo di ferro alla giusta altezza per facilitare il raccolto e l’erogazione dei trattamenti fitosanitari. Alberi a misura di macchina, simmetrici, irregimentati, figli di una semplificazione omologante che distrugge la biodiversità, rompe il rapporto terra-uomo e da anni allarma la popolazione con i trattamenti chimici.
C’è da dire, però, che poco più a monte delle distese dell’agroindustria, dalle parti degli ampi spazi aperti di Pradei, sempre in Val di Non, si stanno affermando aziende agricole di segno opposto, che rifiutano quei modelli e abbracciano produzioni diversificate, associando zootecnia e agricoltura di alta qualità senza utilizzo di fitofarmaci.
Sono piccole imprese di territorio che puntano a una sostenibilità interna, come è appunto avvenuto per secoli nel contesto ruralpino: il numero delle vacche, per esempio, è stabilito dalla superficie foraggera, ovvero dall’estensione dei prati a fieno posseduto dall’azienda stessa. Così le vacche vengono nutrite dal fieno di casa. Il contrario delle grandi stalle industriali stipate di animali, simili alle vecchie fabbriche fordiste alimentate a carbone. Le nuove aziende biologiche dell’Alta Val di Non ci dicono che un’altra forma di vita in montagna esiste. Ecco, quella è “La montagna che vogliamo”.
Descrizioni, dati e approfondimenti sulle nuove aziende agricole di montagna che si basano su un nuovo/antico equilibrio con l’ambiente sono contenute nel libro La montagna che vogliamo di Marco Albino Ferrari, edito da Einaudi.













