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Idee | 31 luglio 2025 | 12:00

Dal "Vorremmo andare sul Sassolungo in taxi e berci un caffè sul terrazzo", ma il rifugio si raggiunge solo tramite vie alpinistiche ai ''krapfen virali''. Un'analisi sull'overtourism dolomitico

Un approfondimento di alcuni specifici casi per identificare le cause e gli effetti di una frequentazione dell’ambiente montano sempre più aggressiva e incurante degli equilibri (che va a compromettere, spesso in maniera irreversibile)

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Una coppia chiede al taxista: "Vorremmo andare sul Sassolungo e berci un caffè sul terrazzo".

Il taxista: "Ma lì non c‘è il terrazzo".

La coppia, senza scomporsi: "Ah, non fa niente, allora lo beviamo dentro".

Il fitto dibattito attorno al fenomeno del cosiddetto overtourism nell’area dolomitica potrebbe trovare una chiave di lettura in questo scambio di battute occorso la scorsa estate in Alta Val di Fassa.

Scambio un tantino surreale, visto che la cima in questione (3.181 metri) è raggiungibile solo attraverso impegnative vie alpinistiche.

L’analisi del fenomeno overtourism si basa essenzialmente su dati e modelli quantitativi: viabilità e traffico, ricettività e presenze rispetto al territorio, posti letto e numero di pernottamenti, seconde case e presenza di servizi, percentuali tra turisti italiani e stranieri, durata dei soggiorni, capacità di spesa, …

Molto meno analitiche la riflessione intorno alla cultura del turismo e al rapporto tra visitatori e fruizione della montagna, e le considerazioni intorno ad alcuni fenomeni degenerativi che stanno progressivamente e pesantemente intaccando i territori e i paesaggi alpini, con poco riguardo anche per la loro essenza di patrimonio culturale immateriale, per la loro preservazione, per la dignità della gente che li abita, e per la valutazione della sostenibilità di certi interventi.

L’analisi di alcuni casi di studio particolari potrebbe rivelarsi utile a identificare cause ed effetti di una frequentazione dell’ambiente montano sempre più aggressiva e incurante degli equilibri che va a corrodere e a compromettere, spesso in maniera irreversibile.

 

 

LANDSCAPE E SKYLINE

 

Restando nell’area montuosa nella quale si è svolta la simpatica scenetta iniziale, una breve disamina su quanto accade nella stagione estiva sui vari versanti del Col Rodella (rilievo prospiciente al Sassolungo) può costituire un esempio dell’evoluzione del modo di approcciare e fruire la montagna da parte del turismo di massa, e di come decisori politici, amministratori e operatori in parte stimolino e in parte assecondino le richieste, con offerte e soluzioni sempre nuove, ma non per questo sempre sensate e rispettose di un qualche concetto del limite.

Il Col Rodella - Col Rodela in ladino - è un rilievo al confine tra le province autonome di Trento e di Bolzano, che sormonta il Passo Sella, tra la Val di Fassa e la Val Gardena. È punto di accesso privilegiato al grande carosello sciistico del Sellaronda, e considerato uno dei più bei punti di osservazione panoramica, da dove ammirare i maggiori gruppi montuosi delle Dolomiti.

Luoghi che oggi si usa definire “iconici”, diventati un "must" anche grazie al marketing turistico pubblico e privato e - soprattutto - ai social.

Ma le pendici e la sommità del Col Rodella, come poche altre, riassumono anche molti dei fenomeni più problematici e deteriori che caratterizzano l’overtourism.

Oltre ai numerosi rifugi e malghe, che grazie al potente sostegno pubblico delle due province autonome hanno assunto le sembianze di locali di lusso in quota, i declivi erbosi sottostanti l’imponente castello calcareo del Sassolungo sono solcati da una fitta rete di sentieri e strade sterrate, che si incrocia con l’altrettanto complesso mosaico di piloni e cavi degli impianti di risalita a servizio delle piste da sci.

A completare l’artificiale layout, la presenza ostentata di bestiame – in particolare bovini – importato da zone “esotiche”. In particolare, la razza scozzese “Highlander” e gli “Yak” provenienti dai grandi altipiani tibetani. Specie che le scienze naturali classificherebbero come “aliene”, ma che per le fotocamere dei turisti costituiscono un’attrattiva ben più golosa che una banale (ma autoctona) “Bruna alpina” o una “Pezzata rossa”.

 

 

ALPINE KRAPFEN

 

Uno dei “rifugi” di cui sopra, da qualche tempo ha introdotto un’altra attrattiva, divenuta ben presto “virale”: un enorme bancone esterno, protetto da un plexiglas, sul quale ogni mattina viene allineata una lunghissima sequenza di krapfen, abbondantemente incipriati da una pioggia di zucchero a velo. Ben presto la notiziona si è diffusa nel fondovalle, tant’è che la colazione al Col Rodella con bombolone e relativo selfie da pubblicare sui social è diventata la moda dolomitica del momento, trasformandosi ben presto in “tradizione”.

Poco importa se il dolce sia di produzione industriale e il suo prezzo ricordi quello dei pandori firmati Ferragni.

Altrettanto poco importa alle schiere di assaggiatori - intenti a scattarsi l’istantanea con la bocca piena, il picco glicemico alle stelle, e lo sfondo delle montagne patrimonio Unesco - se le foreste sottostanti mostrino ancora i pesanti sfregi della tempesta Vaia (ottobre 2018), e che la conseguente diffusione di parassiti come il bostrico le abbia intaccate in misura almeno uguale; o se lo sfalcio dei prati - un tempo alla base dell’economia della montagna e degli equilibri del territorio - sia sempre più parziale, e ormai solo in cambio di cospicui contributi della UE.

Con lo stesso interesse (e krapfen alla mano), dallo stesso osservatorio viene considerata l’inarrestabile fusione e la conseguente agonia del ghiacciaio della Marmolada (collassato nel luglio 2022), e contemplato il profilo delle cime circostanti, sempre più caratterizzato dalla presenza delle stazioni di arrivo di impianti a fune.

L’impresa alpinistica della colazione all’ombra del Sassolungo costa poco in termini di fatica: dalla stazione a monte della funivia del Col Rodella che sale da Campitello basta una passeggiata in discesa di circa 10 minuti (meno in inverno, con gli sci). Più faticosa l’ascensione dal Passo Sella, con mezzoretta di camminata per un centinaio di metri di dislivello.

BACINI E CUORICINI

 

Sempre sbocconcellando il soffice dolce fritto e ripieno di crema o marmellata, volgendo lo sguardo al versante orientale della montagna, oltre al reticolo di piste da sci e relativi impianti, da un paio d’anni si può notare il grande bacino per l’innevamento artificiale. Realizzato dalla società del carosello sciistico (con l’80% di contributo pubblico) alle pendici del passo Pordoi, sopperisce a buona parte del fabbisogno complessivo di circa 200.000 metri cubi di acqua necessari per creare il manto bianco, ormai difficilmente garantito dalle scarse precipitazioni e dalle temperature medie invernali, sempre più miti. Un invaso costato anche il sacrificio di oltre 50.000 metri quadri di superficie boscata di pregio, oltre a tutte le infrastrutture di pompaggio e le relative condotte a monte e a valle, e alle opere di contenimento.

TIRO ALLA FUN(ICOLAR)E

 

Il Col Rodella ha due accessi principali: dal passo Sella, o attraverso la funivia da Campitello.

Il Sella, nei mesi estivi, è uno dei valichi dolomitici più congestionati dal traffico turistico. Un limite superato da tempo, ma che non ha ancora trovato soluzioni e correttivi condivisi da parte delle amministrazioni locali: chiusura temporanea, permessi di transito, pedaggi, fasce orarie, numero chiuso, trasporto pubblico, intermodalità con gli impianti a fune. Ogni anno vengono ventilati provvedimenti più o meno draconiani, ma che regolarmente trovano applicazioni solo parziali e poco efficaci. Sicché, il traffico sui passi tra le valli ladine è in costante aumento.

Dall’anno scorso, nella “pause” dell’afflusso turistico tra la stagione invernale e quella estiva (per poi proseguire durante la bella stagione e l’autunno), i prati che conducono alla sommità del Col Rodella si sono animati di presenze umane e meccaniche sempre più numerose e ingombranti. Motivo: i lavori di sostituzione della grande funivia (giunta alla fine della propria vita operativa) che sale dalla Val di Fassa.

Sarà il più moderno e imponente impianto in Italia, all’avanguardia per confort e sicurezza. Un sistema trifune ad ammorsamento automatico con 22 cabine da 30 persone, in grado di trasportare 2.200 (e in prospettiva 2800) passeggeri all'ora, rispetto ai 1000 della vecchia funivia. Un investimento che gode del robusto intervento della provincia e di un finanziamento da 30 milioni garantito da un pool di istituti di credito regionali.

La stazione a monte sarà situata in posizione arretrata rispetto al vecchio arrivo, per consentire un accesso più agevole alle piste da sci, senza caricare gli sciatori del faticoso tratto in piano di ben 50 metri.

La grande stazione a valle, sulle rive del torrente Avisio, è al momento un grande cantiere, che occupa parte dei parcheggi del fondovalle. Tutto un cantiere è anche il Col Rodella, interessato da grandi sbancamenti e dalla costruzione delle opere e dei servizi necessari all’impianto. La sua sommità è sormontata da grandi gru e occupata da ruspe ed escavatori per il movimento terra. Le sue pendici sono percorse in continuazione nei due sensi da betoniere e camion con materiali da costruzione e di risulta. Gli elicotteri sono al lavoro per trasportare in quota piloni e componenti prefabbricati. Nuovi canali e tubazioni solcano i prati. Comunque, a giudicare dai rendering e in nome della sostenibilità, le due stazioni di partenza e di arrivo vedranno il sapiente camuffamento delle grandi architetture in cemento e delle mastodontiche strutture metalliche.

E così, a pochi metri di distanza, la distribuzione dei krapfen e la tradizione dei selfie potrà continuare imperterrita (ed esteticamente sostenibile).

 

 

ACQUA E POLVERE IN VAL DURON

 

Alle pendici sudoccidentali del Col Rodella, partendo dall’abitato di Campitello, sale la Val Duron, scavata dall’omonimo torrente. Una valle di storico collegamento fra Fassa, lo Sciliar, la Val d’Ega e la Valle dell’Adige, che si incunea tra il Sassolungo e il Catinaccio d’Antermoia, verso il Giogo di Fassa e l’Alpe di Siusi.

Un ambiente (uno dei pochi nella zona) non ancora aggredito da impianti di risalita e infrastrutture turistiche impattanti, ma che da tempo mostra segni di cedimento al turismo di massa. Primo segnale, l’accesso a monte dell’abitato di Campitello, dove nei mesi estivi, dalle prime ore del mattino si può notare una fila di persone, spesso lunga molte centinaia di metri. Simile nelle dimensioni e nella forma alla coda per entrare al Louvre o ai Musei Vaticani, il serpentone è formato da chi attende di salire su uno dei pullmini-taxi che - durante tutto il giorno - coprono ininterrottamente il ripido percorso sterrato - con un dislivello di circa 400 metri - tra il paese e il primo rifugio, dove la valle si apre e continua il suo corso con pendenze molto più moderate.

Fino a pochi anni fa il servizio taxi era coperto da una sola Land Rover (non sempre piena), che viaggiava entro rigide fasce orarie fissate dal Comune e limitate alle prime ore del mattino e al pomeriggio avanzato. La maggior parte degli escursionisti copriva il tragitto a piedi, con un tempo di percorrenza medio (per un medio allenamento) di 40 minuti.

In tempi recenti la strada di accesso a monte del paese e il piazzale prima del ponte sul Rio Duron - da sempre luogo di parcheggio libero e inizio delle escursioni verso la valle soprastante - sono stati chiusi al traffico. L’unica possibilità per lasciare i mezzi è a più di un chilometro, nei grandi piazzali - per lo più a pagamento - del fondovalle antistanti la funivia del Col Rodella, per raggiungere i quali (e risalire) si deve attraversare la trafficatissima statale delle Dolomiti.

 

Per chi è intenzionato a risalire la Val Duron affidandosi al tradizionale mezzo con cui, fin dall’antichità, sono sempre state percorse le montagne, ovvero le gambe, deve prepararsi a ingoiare parecchia polvere. È quella alzata dagli automezzi che - ai nostri giorni - permettono a chiunque (pagando il biglietto) di giungere in quota senza provare quella sensazione soggettiva chiamata fatica, un tempo connaturata all’atto di salire in montagna, ma ormai considerata anacronistica.

 

Un supplemento di polvere (e di pericolo) è garantito dalla folla di mountain bike elettriche che solca la strada, per lo più in discesa (il superamento del dislivello negativo è spesso garantito dagli impianti della zona) con velocità non proprio da Codice della strada.

 

 

CONCLUDENDO: CIAMBELLE E BUCHI

 

Questa breve analisi di un luogo di montagna fortemente segnato dal fenomeno dell’overtourism porta alla banale conclusione che la tendenza dell’industria turistica è quella di portare sempre più persone in quota. Un flusso che parte dalla pianura e dalle città, per arrivare sulle cime dolomitiche. Ma, oltre alle persone, in quota vengono trasferiti anche i costumi, le esigenze, le mode, le strutture necessarie.  

 

Adattare la montagna al turismo e non spingere il turismo ad adattarsi alla montagna. Ma adattarsi sarebbe necessario per comprendere i luoghi, per entrare in sintonia con l'ambiente, per dare un senso al termine “sostenibilità”.

 

Occorrerebbe un rovesciamento di prospettiva per le “terre alte”, puntando sulla salvaguardia dell'ambiente, sul senso della misura (fortemente connaturato alla vita in montagna), sulla responsabilità orizzontale verso chi convive con noi e verticale nei confronti di chi verrà.

 

Ma troppo forti sono gli interessi economici e politici. Entrambi con un orizzonte temporale limitato e caratterizzati dall’incertezza rispetto alla volubilità dei mercati e ai cambiamenti climatici.

 

Per questo si preferisce costruire nuovi impianti di risalita e allargare le strade, piuttosto che costruire infrastrutture di mobilità alternativa come le ferrovie (che in Svizzera risultano vincenti). Tutto al servizio di un turismo di massa senza futuro, senza alcuna attenzione per i danni permanenti inferti al più prezioso dei patrimoni alpini, ovvero il paesaggio. 

Un’industria turistica di massa che crea tanti lunapark e ristoranti in montagna, negandone di fatto l'essenza.

 

Non si pensa di ritrovare nuovi equilibri nel rapporto tra salvaguardia dell’ambiente montano, sviluppo economico e benessere sociale dei suoi abitanti, attraverso un approccio unitario. Il futuro della montagna dipende dalle scelte di una politica che dovrebbe porre al primo posto il tema della sostenibilità, tracciando dei perimetri e dei limiti precisi rispetto allo sviluppo e allo sfruttamento turistico; così come il recupero dell’identità e della cultura della montagna e delle sue comunità (soprattutto nel senso della cooperazione e della solidarietà), prevenendo l’abbandono e l’inselvatichimento delle zone meno vocate al turismo, e non considerando i territori una materia prima da sfruttare e sulla quale investire in termini di profitto immediato.

 

Un antico adagio dell’area alpina dice che i krapfen sono ciambelle non riuscite. Ma ricordiamoci che le ciambelle all’esterno sembrano deliziose, ma quando arrivi al cuore trovi il vuoto.

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