"I grandi carnivori diventano causa e simbolo dell’abbandono delle terre alte, quando ne sono piuttosto una conseguenza". Irene Borgna riflette sul nostro rapporto con orsi e lupi

"I grandi carnivori sono diventati simboli di visioni del mondo antagoniste e inconciliabili". Nel volume 'La montagna, con altri occhi' - il primo libro della collana de L’AltraMontagna - l'antropologa prova ad analizzare la complessa relazione tra comunità e grandi carnivori

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Il modo in cui l’opinione pubblica guarda il selvatico è generalmente limitato, astratto e confuso. Mediamente conosciamo un numero ridicolo di specie animali. E i pochi animali che conosciamo li classifichiamo sulla base di una tassonomia arbitraria e contraddittoria. Suddividiamo i domestici in ‘amici’ e ‘utili’, quindi i selvatici in ‘utili pure loro’ (per esempio il cinghiale, finché finisce in pentola), ‘inutili, ma pucciosi’ come per esempio gli ‘uccellini’ (categoria in cui rientrano tutti i volatili di dimensioni inferiori al corvo), ‘inutili e pure brutti’ (per esempio i tritoni o i toporagni), ‘parassiti o nocivi’ quando violano le nostre proprietà (per esempio formiche, piccioni e sempre lui, il cinghiale, quando devasta le coltivazioni o porta la peste suina), e, infine, ‘nemici pubblici’ quando, oltre che fare danni, i selvatici si rendono anche pericolosi per l’incolumità delle persone (come del resto il solito cinghiale, quando incoccia contro un’automobile o carica qualcuno)”.
Così riflette l’antropologa Irene Borgna nel nono capitolo de La montagna, con altri occhi - il primo libro della collana de L’AltraMontagna – dedicato al rapporto tra grandi carnivori e comunità. Prosegue:
“Concentriamoci per il loro valore esemplare su due ‘nemici pubblici’: lupo e orso. A ben guardare, la ragione del contendere nel dibattito pubblico non sono tanto i danni economici reali né il pericolo effettivo di essere aggrediti: entrambi possono essere ridotti moltissimo – mai ridotti a zero, però: chi lo sostiene sbaglia o mente – con interventi mirati di prevenzione e con la diffusione di comportamenti corretti. La coesistenza è quindi tecnicamente possibile. Il punto è un altro. Coesistere con i predatori implica una limitazione volontaria del nostro potere e del nostro controllo: vuol dire accettare di poter subire dei danni e di poter provare paura. Siamo disposti? La scelta è politica: spetta alla comunità tutta, non può essere né ‘della montagna’ né ‘della città’, che oggi si confrontano più su questioni di principio che sulla realtà dei fatti”.
“I grandi carnivori – continua l’altropologa – sono infatti diventati simboli di visioni del mondo antagoniste e inconciliabili. Visti dalla città, lupo e orso sembrano sempre meno dannosi. E dalla città si vestono facilmente i panni dei sindacalisti della natura ‘selvaggia’ (nessun individuo si può mai abbattere a nessuna condizione). Se lo sguardo urbano tende a minimizzare la pericolosità per le persone, una parte del mondo rurale alpino la esagera a dispetto dei fatti e tende ad attribuire ai carnivori tutte le colpe della crisi dell’agricoltura montana. I predatori diventano così causa e simbolo dell’abbandono delle terre alte, quando in realtà ne sono piuttosto una conseguenza, il sintomo collaterale di un processo socio-economico molto più vasto e complesso. Tant’è vero che non basterebbe eliminare i predatori per far resuscitare l’allevamento in quota (chi lo sostiene mente). Paradossalmente, i grandi carnivori diventano anche l’allegoria del volto arcigno dell’Europa, quello dell’astratta burocrazia tecnocratica cittadina, che investirebbe montagne di soldi per la conservazione di ‘bestiacce’ pericolose invece che supportare gli eroici sforzi per la sopravvivenza delle popolazioni rurali montane: tecnici e ricercatori vengono dipinti come degli ultras della conservazione ambientale, inutili colletti bianchi tutti libri e niente esperienza. Una caricatura del mondo di chi studia che è molto lontana dalla realtà.
Nel mezzo delle due visioni antagoniste e per nulla disposte al dialogo, c’è lo sguardo dei tecnici che studiano con metodo scientifico, realizzano monitoraggi e propongono indicazioni funzionali alla coesistenza con i predatori. Volendo spezzare una lancia a favore del fronte ruralpino, va detto che ogni tanto la comunicazione dei dati raccolti sul campo potrebbe essere più rapida e più trasparente: ma anche in questo caso i responsabili non sono i tecnici, che subiscono censure e pressioni politiche dalle istituzioni in cui sono inseriti. Peraltro, tecnici e ricercatori sono proprio quelli cui dobbiamo i protocolli di intervento che prevedono l’eliminazione dei predatori problematici e che, per questo motivo, paradossalmente vengono dipinti, a seconda della fazione, come santificatori dei grandi carnivori oppure come spietati assassini”.
“Sugli spalti – conclude Borgna – dell’arena siede la politica, che invece di ascoltare le parti in causa e di farsi consigliare da persone preparate, tende a barcamenarsi in modo opportunistico, per non scontentare né l’uno né l’altro serbatoio elettorale, ultimamente strizzando l’occhio alla fazione dei “padroni a casa nostra” cui vanno a genio i manifesti con il fucile spianato. A inizio dicembre 2024 è stato declassato il livello di protezione del lupo, passato da specie ‘strettamente protetta’ a specie ‘protetta’. Il declassamento (destinato a entrare in vigore a inizio 2025 se almeno un terzo delle Parti della Convenzione di Berna del Consiglio d’Europa non si opporrà) non è supportato da solide basi scientifiche e apre le porte a una gestione ancora più frammentata. Ciascuno Stato farà quel che vuole e di fatto diventerà impossibile conoscere lo status di conservazione della specie. È interessante notare che col regime attuale di tutela è già possibile intervenire eliminando degli esemplari quando necessario. Non è vero che ‘in Italia non si può sparare al lupo’: le deroghe alla protezione sono sempre state previste dalla legge, ma finora si è deciso di non applicarle. A giudizio dei tecnici, il declassamento è sbagliato e dà l’impressione che la via per la coesistenza sia ‘eliminare un po’ di animali’.
I grandi carnivori ci mettono di fronte a un bivio: da un lato c’è l’opzione di sbarazzarci di tutta la natura che, facendoci percepire la nostra vulnerabilità, ci interroga; dall’altro, la scelta di provare a costruire faticose vie di coesistenza, imparando a porci le domande corrette per trovare ricette adatte al singolo contesto, basate su dati scientifici e negoziate sul filo di ciò che siamo disposti a concedere e di ciò che consideriamo non più tollerabile. È provocandoci che il selvatico diventa salvatico, che salva”.
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