Legno: una materia prima locale, rinnovabile, riciclabile e climaticamente positiva, che oggi importiamo massicciamente dall’estero

Solo il 20% della superficie forestale del nostro Paese è sottoposta a un piano di gestione. "Senza pianificazione non c’è visione. Senza pianificazione non c’è garanzia di sostenibilità. Senza pianificazione non c’è possibilità di programmare filiere economiche né interventi duraturi di conservazione in un Paese che solo recentemente si è scoperto forestale"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Immaginate di stringere tra le mani uno strano oggetto, un solido geometrico composto da più facce: un poliedro. Ma attenzione, non pensate a un tetraedro o a un dodecaedro, alcuni dei poliedri regolari che tanto affascinavano Platone. Immaginatevi un poliedro irregolare, insolito e stravagante, in cui le facce hanno forme e dimensioni diverse, così come differenti sono gli angoli che ne disegnano la composizione. Il poliedro irregolare è forse la miglior metafora per descrivere boschi e foreste”.
A guidarci nel settimo capitolo de La montagna, con altri occhi – il primo libro della collana de L’AltraMontagna – è il dottore forestale Luigi Torreggiani. Torreggiani riflette sull’ecosistema-bosco cercando di evidenziare il suo carattere articolato e che, proprio per questo, prevede diversi gradi di gestione.
“Provate, ora”, continua Torreggiani, “ad assegnare a ogni faccia del poliedro una delle tante funzioni che ogni ambiente forestale può esprimere: conservazione della biodiversità; formazione del suolo; difesa dal dissesto idrogeologico; protezione diretta dalla caduta di massi e valanghe; produzione di legno; raccolta di funghi, tartufi, castagne, frutti di bosco e altri alimenti selvatici, fauna compresa; stoccaggio di carbonio; regolazione climatica; influenza nella composizione atmosferica; potabilizzazione dell’acqua; conservazione di valori socio-culturali; elemento del paesaggio; spazio per attività educative; luogo adatto allo sport e al tempo libero; area di relax; tempio di spiritualità… E pensate che queste sono solo alcune delle tante facce possibili del nostro strano e curioso poliedro. In gergo tecnico, questi valori sono definiti ‘servizi ecosistemici’ o ‘utilità ecosistemiche’”.
Ma una domanda è ora fondamentale per inquadrare appieno i tanti e variegati poliedri irregolari che costituiscono le foreste italiane – quasi 12 milioni di ettari, che corrispondono ormai a circa il 40% della superficie nazionale: chi stabilisce, e come, la presenza e l’ampiezza delle singole facce di ogni poliedro?

Torreggiani spiega che “qui entra in gioco innanzitutto la proprietà di boschi e foreste, che in Italia per il 63% circa è privata, nonostante ogni ambiente forestale rappresenti anche (non solo, ma anche) un ‘bene comune’.
Ecco che, ad acquistare un valore sostanziale per la buona gestione di boschi e foreste, è allora il processo pubblico-privato di pianificazione forestale, perno del Testo unico in materia di foreste”.
Solo il 20% della superficie forestale del nostro Paese è sottoposta a un piano di gestione.
“È questo”, prosegue Torreggiani, “il vero problema delle foreste italiane, raddoppiate in superficie rispetto ai primi del Novecento soprattutto a causa dell’abbandono, spesso frammentate in innumerevoli particelle catastali e – per questo e tanti altri motivi – cadute nell’oblio, scomparse dal discorso pubblico. Senza pianificazione non c’è visione. Senza pianificazione non c’è garanzia di sostenibilità. Senza pianificazione non c’è possibilità di programmare filiere economiche né interventi duraturi di conservazione in un Paese che solo recentemente si è scoperto forestale.
Per la prima volta nella storia d’Italia, però, il nuovo Testo unico ha categorizzato ben quattro livelli di pianificazione forestale tra loro interconnessi, in un sistema piramidale. (…) Il Piano forestale di indirizzo territoriale, insieme agli altri due livelli superiori, traccia invece disegni più ampi, immaginando l’incastro dei tanti singoli poliedri fino a trovare una combinazione solida, non troppo sbilanciata da una parte o dall’altra, che sappia reggersi in piedi sia dal punto di vista ambientale sia da quello socio-economico”.
“Un progetto lungimirante che intenda rimettere al centro le comunità, anche come co-protagoniste della transizione ecologica, non può che pensare al legno come una materia prima locale, rinnovabile, riciclabile e climaticamente positiva, che oggi importiamo massicciamente dall’estero a fronte di un tasso di utilizzazione dei boschi tra i più bassi d’Europa; al tempo stesso, occorre interrogarsi sui temi della crisi climatica e della perdita di biodiversità, che colpiscono direttamente e talvolta in modo drammatico gli ambienti forestali. Nel mezzo, ci sono tantissime altre opportunità da indagare, come la valorizzazione – anche economica – dei servizi socio-culturali, solo di recente entrata nel dibattito”.
“In questo scenario”, spiega il dottore forestale, “una visione che punti all’integrazione delle funzioni, e non alla netta separazione delle stesse, è la chiave per ridare valore ai nostri paesaggi culturali, in cui la gestione multifunzionale di boschi e foreste rappresenta un elemento determinante tanto per la tutela di habitat e specie quanto per le opportunità socio-economiche che ne derivano, senza trascurare la messa in sicurezza del territorio, dal dissesto idrogeologico al rischio incendi.
Si tratta di un’architettura complessa, che non può stare in piedi attraverso progetti calati dall’alto. La partecipazione dal basso, nei processi di pianificazione forestale, diventa perciò essenziale, per tenere insieme gli operatori della filiera foresta-legno e le associazioni ambientaliste, il mondo della ricerca e quello dell’associazionismo, le popolazioni locali e i fruitori esterni; per discutere, dati alla mano e senza pregiudizi o visioni manichee, di come è possibile lavorare nella ricerca di un equilibrio funzionale e socialmente accettabile per valorizzare, a scala di paesaggio, ogni singola faccia – ognuna importante, ognuna necessaria – dei tanti poliedri che abbiamo la responsabilità di incastrare assieme”.
“Ora immaginate”, conclude Torreggiani, “di incuneare il bosco-poliedro che avete tra le mani in un insieme di tanti altri solidi simili e al tempo stesso diversi, cercando di dare stabilità alla costruzione complessiva e una forma piacevole al tutto. È esattamente ciò che oggi siamo chiamati a fare rispetto a boschi e foreste: poliedri irregolari e multiformi, ricchi di diversificate utilità ecosistemiche, la cui cura è necessaria per evitare di mandarli in frantumi, insieme alle comunità che attorno e grazie a essi vivono”.
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