Londra-vetta dell'Everest-Londra in appena sette giorni. Possiamo parlare di "morte dell'alpinismo" e, più in generale, di "morte del viaggio"?

Oltre ai panorami sicuramente suggestivi, quanto si assimila da un viaggio essenzialmente caratterizzato da un’asettica rapidità? Accantonato il narcisismo – "Sono salito sulla vetta più alta del mondo!" – dell’esperienza rimane molto poco, se non l'importante rilascio di gas serra in atmosfera provocato dagli spostamenti in aereo o in elicottero

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il progetto si chiama 7 Days Mission Everest e sostanzialmente prevede, per quattro ex militari, un viaggio mordi e fuggi: partenza da Londra, ascesa della montagna più alta del mondo e rientro nella capitale del Regno Unito. Il tutto in appena sette giorni.
Com’è possibile? Vi starete giustamente chiedendo. È possibile grazie all’utilizzo di aerei ed elicotteri fino al campo base dell’Everest. La vetta (8.848 metri) verrà poi raggiunta saltando le consuete fasi di acclimatamento, grazie a un aiutino: il gas xenon che, come scrivevamo, “stimola la produzione di eritropoietina (che molti conoscono con il nomignolo di "epo"), un ormone naturale prodotto dai reni che favorisce l'incremento dei globuli rossi. Questo aumento migliora la capacità del corpo di trasportare ossigeno, un vantaggio cruciale in ambienti ad alta quota, dove l'aria è rarefatta”.
Come riportato dal giornalista Alessandro Filippini, pare che alcuni membri della spedizione mordi e fuggi siano tra i numerosi alpinisti che stamattina hanno toccato la cima dell’Everest. Sono partiti da Londra il 16 maggio e il loro rientro a casa è previsto per il 23.

L’iniziativa – c’era da aspettarselo – ha innescato un acceso dibattito nel mondo dell’alpinismo. C’è chi si è concentrato sull'argomento doping e chi sulla sicurezza. È altrettanto necessario, però, domandarsi se sia anche possibile parlare di “morte dell’alpinismo”.
Probabilmente sì. Ma non solo dell’alpinismo: adottando uno sguardo più ampio, forse possiamo addirittura parlare di “morte del viaggio”, intenso come desiderio di assorbire – appagando la nostra curiosità – l’altro e l’altrove che un contesto diverso dal nostro riesce ad offrire, se vissuto in modo consapevole. Ma questa consapevolezza richiede tempi più dilatati. Tempi che, il viaggiatore contemporaneo (a dire la verità più turista che viaggiatore), per vari motivi non sembra essere disposto a rispettare.
Oltre ai panorami sicuramente suggestivi, quanto si assimila da un viaggio essenzialmente caratterizzato da un’asettica rapidità? Accantonato il narcisismo – “Sono salito sulla vetta più alta del mondo!” – dell’esperienza rimane molto poco, se non l'importante rilascio di gas serra in atmosfera provocato dagli spostamenti in aereo o in elicottero (gli stessi gas serra che stanno mettendo in ginocchio i ghiacciai di tutto il mondo).
A ben guardare, questa spedizione riflette una prassi ormai consolidata: i viaggi mordi e fuggi, infatti, grazie ai voli low cost ha infatti acquisito un ampio respiro collettivo.
Un viaggio, che sia in Himalaya o a pochi chilometri da casa, dovrebbe permetterci di ampliare il nostro ventaglio prospettico; dovrebbe aiutarci ad adottare uno sguardo plurale sul mondo, e la pluralità, come sappiamo, favorisce tolleranza e rispetto.
La “morte del viaggio” è quindi vicina, se eliminiamo dall’esperienza questa componente fondamentale.












