"Mi avete tradito". Un commento ricorrente che evidenzia il modo schizofrenico con cui in molti intendono il mondo della divulgazione

Spesso i giornali vengono scambiati per bollettini di partito. Di conseguenza, se i contenuti non riflettono idee o interessi personali, allora la testata o l’autore vengono rapidamente trasformati in vili prezzolati (quando va bene) oppure in bocche da silenziare (quando va male)

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Mi avete tradito”.
Questo commento ritorna ciclicamente sotto i profili de L’Altramontagna e credo sia rivelatore del modo schizofrenico con cui una buona fetta della società intende il mondo della divulgazione, con i giornali spesso scambiati per bollettini di partito. Di conseguenza, se i contenuti non riflettono idee o interessi personali, allora la testata o l’autore vengono rapidamente trasformati in vili prezzolati (quando va bene) oppure in bocche da silenziare (quando va male).
È un tema importante, rilanciato dalla penultima puntata del podcast Wilson, a cura del direttore de Il Post Francesco Costa.
Come lo stesso Costa sottolinea, il panorama dell’editoria è costellato di esempi che sulla parzialità hanno costruito la loro fortuna, diseducando così il lettore ad accettare il carattere complesso del mondo.
Questo non fa altro che inspessire le pareti delle cosiddette camere d’eco, nicchie sociali all’interno delle quali tendono a raggrupparsi persone accomunate da un’aderente condivisione di idee. La conseguenza più diretta è la radicalizzazione del pensiero, che va fissandosi nell’altrui consenso.
Una dinamica senza dubbio pericolosa. Innanzitutto perché, quando la cultura perde contatto dal carattere dinamico del contesto, rischia di impaludarsi nell’anacronismo.
Ma c’è di più. Quando le idee o gli interessi si irrigidiscono assumendo forme dogmatiche, possono entrare nella sfera dell’emotività, del tradimento e, purtroppo, anche del fanatismo.
Il fanatismo non di rado si sorregge sull’imposizione e, a cascata, sull’intimidazione che si può manifestare in modo dirompente (e questo, com’è accaduto al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, avviene soprattutto a chi mette in discussione con il racconto gli altrui interessi) o attraverso formule meno violente ma non meno intolleranti.
Sentirsi “traditi” è lecito quando noi divulgatori svolgiamo in modo scorretto il nostro lavoro, che però non è quello di assecondare la visione dei lettori, ma di ricostruire (attraverso dati e informazioni affidabili) un mosaico composto da una moltitudine di tasselli tra loro differenti.
Raccontare la complessità è un modo per diffondere confidenza sull’ampio e mutevole ventaglio di idee che compone una democrazia. Questo non significa scadere in un eccesso di relativismo - giustificando in nome del rispetto le derive ideologico-comportamentali più irrispettose - ma incentivare uno sguardo plurale, empatico e, il più possibile, obiettivo.
Se da un lato è impossibile eliminare quello che Italo Calvino chiamava “lo scomodo diaframma della mia persona”, dall’altro prendere consapevolezza del nostro sguardo incompleto e migliorabile potrebbe convincerci a spalancare la porta delle camere d’eco per intraprendere la strada del dialogo.
Solo aprendosi al confronto possiamo infatti arricchire lo spettro del pensiero.












