L'arrivo del fast food KFC in montagna, a 2000 metri, non sorprende (purtroppo)

La catena internazionale di fast food a base di pollo fritto "del Kentucky" a Cortina d'Ampezzo e a Madonna di Campiglio è il risultato di una dinamica sociale radicata e capillare, che nasce dalla volontà di "assecondare le nuove abitudini dei viaggiatori" anche ad alta quota

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La catena internazionale di fast food a base di pollo fritto "del Kentucky" (dai più riconosciuta nell'acronimo KFC) è atterrata, con la forza spiazzante di un ufo, sulle valli del nord-est: più precisamente a Cortina d'Ampezzo (a 2.123 metri, nell'area di Monte Faloria-Cristallo) e a Madonna di Campiglio (a 1.700 metri, nell'area di Piana di Nambino).
Com'era facile immaginarsi, la notizia ha sollevato critiche, malumori e perplessità: non sono in pochi, infatti, a sostenere – qualcuno con grande convinzione – che questo genere di attività commerciali sia completamente inadatto al contesto montano.
Ma è proprio così?

Nel momento in cui le montagne, da geografia scomoda e repulsiva, si sono trasformate in uno spazio di attrazione sociale (bene o male dall'epoca romantica in avanti, con una vistosa accelerazione del fenomeno nel secondo dopoguerra e, in tempi più recenti, in seguito al Covid), il modo in cui sono state raccontate e promosse ha sempre avuto uno sviluppo che dal basso è salito verso l'alto, trasportando in quota un carico di esigenze, necessità e aspettative di matrice urbana.
L'obbiettivo era ed è naturalmente quello di richiamare visitatori (e, quindi, potenziali clienti) pescandoli nei centri a maggiore densità abitativa.
Si è compreso infatti che le attrazioni rappresentate dalla "natura selvaggia" o dalle "tradizioni autentiche" – tanto bramate in contesti industrializzati – affascinano solo nel momento in cui vengono adattate agli agi del presente. Devono apparire e poter essere fruite senza modificare lo stile di vita.
Ecco che, allo stato dei fatti e nell'era del turismo mordi e fuggi (fast, appunto), ahinoi il fast food a base di pollo fritto si inserisce con coerenza in alcuni frequentati contesti montani: una rassicurante piattaforma che permette di estraniarsi dalla quotidianità senza tuttavia percepire la sgradevole vertigine di abbandonarla del tutto.
È una dinamica svelata dagli stessi promotori del KFC in quota: "La collaborazione tra KFC e SUPER G", si legge, "nasce dalla volontà di assecondare le nuove abitudini dei viaggiatori, trasformando l'alta quota in un ecosistema in costante evoluzione".

"Assecondare le nuove abitudini dei viaggiatori", dunque. Sono sufficienti queste parole – che dal basso salgono appunto verso l'alto – ad evidenziare la perdita di autonomia che arriva ad affliggere molte località a vocazione turistica: quando l'offerta non viene più calibrata sulle peculiarità sociali e ambientali di un territorio, ma si struttura attorno alle abitudini del turista, allora quel territorio rischia di andare incontro a un rapido degrado culturale (e, spesso, ambientale), trasformandosi nel feudo di grandi catene, di fondi di investimento, di celebri marchi. È un processo che si riscontra nei centri storici, lungo le coste e, in diverse occasioni, anche in montagna.
A tal proposito, la consigliera comunale di Cortina d'Ampezzo Roberta De Zanna raccontava a L'Altramontagna che "sempre più, lungo il corso di Cortina, appaiono negozi di grandi firme; dove prima c'era il negozietto della famiglia del posto adesso c'è Dior, Louis Vuitton, ... Stiamo quindi riscontrando una perdita d'identità, per cui alla fine diventi omologato a Venezia o a via Monte Napoleone di Milano e non hai più un'offerta diversificata di paese di montagna; e poi una perdita di potere economico del territorio che unita al fatto che siamo sempre meno – l'andamento demografico ci dice che negli ultimi anni Cortina ha perso un sacco di abitanti – provoca anche una perdita del potere gestionale del nostro paese".
Il KFC a duemila metri, dunque, non è altro che l'emanazione di una dinamica sociale radicata e capillare. Ecco perché risulta necessario provare a invertire lo sviluppo della narrazione/promozione montana (non più adattandola ad esigenze di matrice urbana, ma alle caratteristiche del luogo e del tessuto sociale). È l'unica possibilità che le aree maggiormente interessate dal turismo hanno per evitare di diventare colonia di potenze economiche fagocitanti, che succhiano dai territori l'interesse delocalizzando i propri capitali.












