Il cuore segreto delle Valli di Lanzo, tra ambienti solitari e un antico rifugio

Un lungo anello sopra Forno Alpi Graie, in fondo alla Val Grande di Lanzo, tra pietraie e grandi silenzi, alpeggi abbandonati e viste suggestive

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
da Lanzo Torinese si imbocca la Valle di Lanzo e, superato Pessinetto, si prende a destra la Val Grande di Lanzo, risalendola fino al suo termine, presso il paese di Forno Alpi Graie
Quando si parla di Valli di Lanzo, spesso il pensiero corre subito ai pendii severi della Val d’Ala o agli scenografici valloni della Valle di Viù. Ma è forse la Val Grande, la più settentrionale delle tre sorelle, a custodire alcuni dei segreti più autentici e selvaggi di quest’area piemontese. Situata al confine con la Savoia, questa valle è una delle porte d’accesso al severo e maestoso Gruppo delle Levanne, quel complesso montuoso che divide Italia e Francia con la sua elegante dorsale di vette composta da Levanna Occidentale (3594 m) e Levanna Centrale (3619 m), affacciate verso Ceresole Reale e la Valle Orco, e Levanna Orientale (3555 m), che verso sud rivolge uno sguardo anche alla Val Grande di Lanzo. Ed è proprio in fondo a quest’ultima che si trova Forno Alpi Graie (1219 m), ultimo borgo abitato della valle, minuscolo gioiello incastonato tra larici e abeti, punto di partenza per molti itinerari, la gran parte poco conosciuti e frequentati, solitari. Si capisce già salendo il solco vallivo oltre Chialamberto e Pialpetta, alzando lo sguardo e ammirando il granito a dominare la scena, massiccio, potente, levigato dai ghiacciai quaternari, che conferisce alle pareti un aspetto severo e nel contempo elegante. Rocce di origine prevalentemente metamorfica (gneiss e micascisti), con intrusioni di granito e anfiboliti, un mosaico di minerali che racconta una storia geologica lunga milioni di anni. Un substrato roccioso che, insieme alla quota, favoriscono una vegetazione altrettanto ricca, sorprendente, che dopo i primi boschi di faggio e abete rosso, cede la scena a larici e mughi, fino ai pascoli d’altitudine dominati da rododendri e genziane, e poi macereti, eriofori e saxifraghe, pionieri indomiti delle alte quote.

Un rifugio antico
Perso in queste considerazioni, quasi non mi accorgo di essere arrivato al punto di partenza della mia escursione di oggi. Avrei preferito avere due giorni per compiere l’anello che, da Forno Alpi Graie, conduce prima al rifugio Paolo Daviso, un’ottima possibilità per il pernottamento, e poi al Col della Fea. Sulla carta, è un itinerario che sa mescolare la fatica al piacere della scoperta, il silenzio di pascoli sospesi e antichi alpeggi abbandonati alle altitudini e alla maestosità di vedute aperte sulle grandi vette di confine. Non perdo tempo, il percorso è lungo, e dal parcheggio, a quest’ora ancora quasi deserto, vado a superare il torrente, lanciando un’occhiata al grande Vallone di Sea che si apre verso sud, e seguo il segnavia n° 315 in direzione nordovest, prima lungo una sterrata, in leggera salita costeggiando da un lato il vasto greto del torrente Stura di Valgrande e dall’altro il bosco di larici e abeti. Il sentiero entra poi nel bosco, all’ombra fresca degli alberi, e con una salita più ripida esco dalla vegetazione a circa 1800 metri di quota. Qualche vecchia baita testimonia il tempo – nemmeno così antico – in cui questi pascoli erano frequentati in estate per la fienagione e l’alpeggio. Superato un primo valloncello, ignoro a sinistra il sentiero per il rifugio Ferreri-Rivero, poi supero il torrente Gura e riprendo a salire con decisione verso nord, su terreno ora aperto tra bassa vegetazione e rocce montonate, il sole a scaldare l’aria. Alzo lo sguardo, vedo le cime che si stagliano verso il cielo, passo dal pianoro con le baite del Gran Gias Pian (2132 m) e affronto quella che mi sembra un’infinita serie di strette svolte lungo una costola erbosa, con la mia prima meta di oggi che appare poco sopra. Ancora pochi minuti e sono al rifugio Paolo Daviso (2280 m), la cui prima costruzione risale al 1928 da parte del Cai di Torino; distrutto per ben due volte dalle valanghe, e sempre prontamente ricostruito, nel 2018 venne acquistato dalla sezione del Cai di Venaria Reale, che lo gestiva dal 1962. Un piccolo gioiello, intimo e accogliente, dove si respira ancora un’aria antica, decisamente alpina, splendidamente affacciato verso il Vallone della Gura e la Val Grande di Lanzo. Mi concedo solo una breve pausa, poi mi rimetto subito in cammino verso la prossima meta.

Sentieri selvaggi
Alle spalle del rifugio seguo il sentiero n° 315A, intitolato al Duca degli Abruzzi, e salgo con ripide svolte su antichi dossi morenici, ignorando poco sopra il sentiero per il Colle Girard. Un traverso ascendente, su ottima traccia, mi porta ai piedi del Colle della Fea (2608 m), che raggiungo senza difficoltà in pochi minuti, sotto lo sguardo incuriosito di un branco di camosci, che mi osserva immobile tra le rocce più in alto. Dal valico la vista si apre immensa: alle spalle, verso nord, il Gruppo delle Levanne domina la scena, mentre a est, tra costoni rocciosi e verdi dossi morenici, si distende la Val Grande, e a ovest, oltre la dorsale tra la Cima Monfret e la Punta Clavarini, intuisco le prime vallate francesi. Non indugio troppo, nonostante il panorama inviti a una lunga sosta, perché la discesa che mi aspetta è lunga, e mi hanno suggerito di prestare un po’ di attenzione in alcuni punti, soprattutto a non perdere il sentiero, spesso invaso dalla vegetazione. Abbandono quindi il Sentiero Duca degli Abruzzi (n° 315A), che prosegue per il Colle della Piccola e in direzione del Lago di Ceresole, in Valle Orco, e imbocco invece il sentiero n° 318A, che scende con decisione prima verso est, poi a sud. È forse uno dei tratti più affascinanti di questo anello, attraversando un territorio particolarmente selvaggio, splendidamente aspro, tra grandi massi e bassa vegetazione. Man mano che scendo, iniziano i primi pascoli d’alta quota, ruderi di baite e muretti a secco, massi erratici e rocce montonate. Perdo velocemente quota, alcuni passaggi, in effetti, sono invasi dalla vegetazione, e serve un occhio attento per seguire la traccia. Supero il vallone della Stura di Valgrande, ignorando la traccia che sale a sinistra, quindi un breve tratto attrezzato leggermente esposto per scendere una balza rocciosa, e poi giù, in ripida discesa sull’altro lato della valle, arrivo alle baite del Gias Colombin (1666 m). Mi concedo un’ultima sosta, mentre il sole si avvicina alle creste. Contemplo il paesaggio, osservo le cime proprio di fronte, i pendii tutto intorno, e mi rimetto in cammino per l’ultima parte di discesa, passando dalla palestra di roccia California. Mi fa sorridere l’accostamento tra questo nome e questo sport così moderno, con gli ambienti così antichi e solitari che ho attraversato. In fondo, rifletto, la montagna è viva, con le radici nel passato geologico e antropico, i rami e le fronde che si protendono verso il futuro. Quale futuro? In fondo, la sua scrittura dipende anche da noi.
IL PERCORSO
Regione: Piemonte
Partenza: Forni Alpi Graie (1219 m)
Arrivo: Colle della Fea (2608 m)
Accesso: da Lanzo Torinese si imbocca la Valle di Lanzo e, superato Pessinetto, si prende a destra la Val Grande di Lanzo, risalendola fino al suo termine, presso il paese di Forno Alpi Graie
Dislivello: 1450 m
Durata: 8/10 h
Difficoltà: EE (escursionisti esperti)
Immagine di apertura: dal rifugio Daviso (2280 m), la vista si apre verso la Val Grande di Lanzo. © Matthias Mandler











