Sulla montagna simbolo della Valle d’Aosta. Il Bianco? Il Cervino? O forse il Rosa? O il Gran Paradiso? Niente di tutto ciò

Una salita lunga e impegnativa nella sua parte finale sul gigante della Valle d'Aosta, proprio sopra il capoluogo regionale. Per immergersi nel cuore alpino della Vallée, nascosto tra grandi silenzi e scorci incredibili

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
da Aosta si sale in auto alla località di Pila, raggiungibile anche con la telecabina in partenza dal capoluogo della Vallée
«Pronto?»
«Ciao, ho bisogno di andare in montagna.»
«E quindi?»
«Quindi mi porti in montagna?»
«No.»
«Perché?»
«Perché non ti “porto in montagna”. Casomai andiamo in montagna.»
«Pignolo. Ti passo a prendere dopo pranzo. Dove andiamo?»
«Non so. Sei mai stato sull’Emilius?»
«No. Riusciamo a tornare in serata?»
«No. Spedizione himalaiana. Campo base all’Arbolle e domani attacco alla vetta.»
«Non ti seguo, ma mi fido. Ci vediamo dopo. Che cos’è l’Arbolle?»
«Ci vediamo dopo. Porta da mangiare. Io prendo il vino.»
Inizia così, con una conversazione quasi surreale, una due giorni sulla montagna simbolo della Valle d’Aosta. Il Bianco? Il Cervino? O forse il Rosa? O il Granpa? Niente di tutto ciò. Stiamo parlando del Monte Emilius, possente mole rocciosa che si staglia austera proprio sopra Aosta, a dominare la scena di tutta la Vallée e delle sue montagne. Sopra i pendii erbosi della stazione di Pila, si alza come un totem isolato fino ai 3559 metri della cima, una piramide oscura dalle forme imponenti, con un’aura quasi misteriosa che la circonda, una montagna non accomodante, solitaria, severa, emblematica. È la vetta più alta del sottogruppo omonimo delle Alpi Graie e uno dei belvedere più straordinari delle Alpi Occidentali. Lo si riconosce subito l’Emilius, anche dal fondovalle, con la sua forma quasi geometrica che si staglia tra le vette, distinta, precisa, come disegnata. Geologicamente, il Monte Emilius è un libro aperto su epoche lontane. Le sue rocce metamorfiche – principalmente gneiss, micascisti e anfiboliti – sono il prodotto delle immense forze tettoniche che hanno plasmato l’arco alpino durante l’orogenesi alpina. Lungo le sue pareti e nei valloni adiacenti si leggono ancora le tracce dell’azione glaciale: morene, laghetti sospesi, terrazze rocciose levigate. La sua posizione isolata, priva di altre cime contigue che ne offuschino il profilo, contribuisce a renderlo ancor più affascinante.
Ma torniamo ai nostri due giorni su questa montagna, iniziati con un dialogo un po’ strano, e proseguiti sulla medesima lunghezza d’onda.

Dai boschi ai laghi glaciali
Già arrivare a Pila, il punto di partenza classico per la salita all’Emilius, si dimostra un’esperienza non banale. Ai primi tornanti dopo Aosta, la macchina si blocca, inesorabilmente. In giro non c’è anima viva, la stagione invernale è finita da un pezzo e quella estiva non è ancora iniziata. Riusciamo a contattare un meccanico, che ci viene a recuperare con il carroattrezzi e ci porta nella sua officina alla periferia di Aosta. Un tipo strano, taciturno, sembra un nativo americano, e giunti nel piccolo capannone notiamo appesi in giro molti cimeli e rimandi alla cultura americana delle origini. «La macchina ve la posso guardare domani mattina, non prima.» Il terrore ci assale: che cosa facciamo a piedi, alla periferia di Aosta, in questo venerdì pomeriggio? Lo guardiamo, il nostro Cochise in salsa patois ci capisce, e dopo poco è al lavoro sotto il cofano. Riprendiamo il viaggio e arriviamo a Pila che il sole sta quasi tramontando. «Cambiamo meta? Ormai è tardi, no?» chiede perplesso il mio socio. Lo guardo e sorrido, e mi incammino sul sentiero, chiaramente indicato, che sale a est, entrando subito nel bosco, allontanandosi dalle piste, per poi volgere a sud. «Ma l’Arbolle è il rifugio, vero? Ma è chiuso, giusto?» Sì, è il rifugio, dove dormiremo stanotte. E sì, è chiuso, useremo il piccolo locale invernale. Saliamo mentre il cielo inizia a scurirsi, passiamo dal piccolo Lago di Chamolé (2325 m), dove ammiriamo una meravigliosa vista verso il Bianco con le ultime luci del giorno. Le frontali si accendono e diventano essenziali appena valicato il Colle di Chamolé (2649 m), dove un corta ma ripida discesa ci deposita sulle sponde del Lago d’Arbolle, poco sopra il quale sorge l’omonimo rifugio (2507 m). La piccola conca è immersa in un silenzio quasi assordante, e nonostante il buio ci accorgiamo di essere entrati in un mondo nuovo, roccioso, solitario, severo, ben diverso dai boschi e dai pascoli dell’area di Pila, con la rete di impianti di risalita e piste di discesa. Con l’ombra dell’Emilius che incombe sopra di noi, a vegliarci per la notte.

Il gigante roccioso
Il mattino seguente, con la luce, possiamo farci un’idea più precisa dell’ambiente che ci circonda. Tutto intorno solo pietraie e ghiaioni, grandi massi, ripiani e valloni. Riprendiamo il cammino di buon’ora, l’aria è decisamente frizzante, ma per fortuna la neve è scomparsa anche alle quote più alte. Il sentiero è evidente, rimonta il vallone, al bivio teniamo la sinistra, tralasciando a destra la traccia per il Col Garin, affacciato verso Cogne e il Gran Paradiso, passiamo alti sopra un laghetto, poi una dorsale e un’altra conca con un lago più grande. Nessuno in giro. Più saliamo, più il vento inizia a farsi sentire, come a voler far parte, insieme agli altri elementi naturali, di questo paesaggio quasi lunare. Un altro bivio, dove prendiamo ancora a sinistra (a destra si sale al Col d’Arbolle), e con un’ultima salita raggiungiamo il Colle dei Tre Cappuccini (3242 m), stesso toponimo assegnato alla cresta sud dell’Emilius, che dovremo salire fino in vetta. Da qui inizia la parte più delicata dell’ascensione, che senza essere propriamente alpinistica, richiede passo sicuro e abitudine all’ambiente d’alta quota. Camminiamo tra blocchi di roccia, piccoli salti da superare con l’aiuto delle mani e tratti esposti da affrontare con cautela. La via è sempre segnata da ometti e bolli, ma non concede disattenzioni, e con lo sguardo che si apre sempre di più, raggiungiamo la croce di vetta, dove ci aspetta un panorama che ha dell’incredibile, e un vento forte che sferza le rocce, come a testarne la solidità. Ecco la Becca di Nona e la Tersiva, il Monte Rosa e il Cervino, il Gruppo del Gran Paradiso e l’immenso Bianco, ma le montagne che si possono vedere, soprattutto in una giornata così tersa, sono davvero tantissime, praticamente tutto l’arco alpino, fino dove arriva la vista, mentre ai nostri piedi, tremila metri più in basso, si distende la conca di Aosta. Ci sentiamo in un perfetto equilibrio tra cielo e Terra. Il mio socio mi guarda, e nel vento mi dice «Grazie». Scuoto la testa: «No, grazie a Cochise, senza di lui non saremmo mai arrivati qui». Non credo abbia sentito. Quindi gli faccio cenno che è ora di scendere, sono le raffiche di vento a dircelo.

IL PERCORSO
Regione: Valle d’Aosta
Partenza: Pila (1792 m)
Arrivo: Monte Emilius (3559 m)
Accesso: da Aosta si sale in auto alla località di Pila, raggiungibile anche con la telecabina in partenza dal capoluogo della Vallée
Dislivello: 1950 m
Durata: 6/7 h
Difficoltà: EE (escursionisti esperti)
Immagine di apertura: la sagoma inconfondibile del Monte Emilius (3559 m), anticipato dalla Becca di Nona (3142 m), domina la parte centrale della Valle d’Aosta. © AdobeStock











