Un territorio che sembra fatto apposta per sfuggire all'attenzione: alla scoperta dell'Alto Adige meno conosciuto

Un lungo itinerario in uno dei settori più appartati dell'Alto Adige, fino ai 2481 metri del rifugio Forcella Vallaga, tra boschi di abeti e cembri, pini mughi e pascoli bruciati dal gelo, e un laghetto d'alta quota, nel silenzio di una valle che la storia ha sempre lasciato un po' in disparte

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
raggiunta Bolzano, si prende la strada che verso nord conduce in Val Sarentino e, oltre il capoluogo, si devia a destra verso il comprensorio sciistico di San Martino – Reinswald, proseguendo poi lungo al Valdurna fino al paese sulle sponde del lago
Guardando una carta dell'Alto Adige, è normale farsi attrarre dalle sagome più note: le Dolomiti a est, le Venoste a ovest, le grandi cime di ghiaccio del confine. In mezzo, a nord di Bolzano, si stende invece un territorio che sembra fatto apposta per sfuggire all'attenzione, quello dei Monti Sarentini (Sarntaler Alpen). Sono montagne dalle forme larghe e dolci, costruite su rocce metamorfiche come filladi e gneiss, che non hanno le pareti verticali delle Dolomiti né i ghiacciai dell'Ortles. Spesso superano i 2500 metri di quota, con vette come la Cima San Giacomo (Jakobsspitze, 2741 m), ma lo fanno in modo discreto, con dorsali erbose, vallette, laghetti e distese di pino mugo. La Val Sarentino (Sarntal) ne è la porta e il cuore, una lunga valle che da Bolzano risale per decine di chilometri fino al Passo Pennes, antico valico verso Vipiteno e la Valle d'Isarco, con il paese di Sarentino a poco meno di mille metri di quota. Qui l'Alto Adige che cerca il turismo di massa non è mai arrivato davvero. La valle ha conservato un'identità rurale forte, fatta di masi isolati, di costumi tradizionali, del celebre ricamo con la penna d'oca che decora le cinture dei costumi, di alpeggi ancora vivi e di una lingua, il tedesco sarentinese, che qui si sente più spesso dell'italiano. Una delle sue diramazioni laterali, la Valdurna (Durnholzer Tal), è forse la più tranquilla, una valle stretta e raccolta, con il villaggio di Valdurna (Durnholz) che si adagia a circa 1500 metri di quota, tra i più alti centri abitati stabilmente della zona, e che chiude la sua corsa sul Lago di Valdurna (Durnholzer See), a 1545 metri. Da lì parte, tra gli altri, un bell'itinerario che sale per quasi mille metri fino al valico della Forcella Vallaga (Flaggerscharte, 2436 m), dove sorge l'omonimo rifugio. Ci arriviamo a fine ottobre, quando la stagione ha già voltato pagina, il parcheggio sulla sponda del Lago di Valdurna, che d'estate si riempie, è vuoto. La superficie dell'acqua è ferma e scura, i larici attorno sono ormai spogli o ingialliti, e sulle cime che si intravedono in alto, oltre le conifere, qualche spolverata bianca avverte che l'inverno non è più così lontano. Prima di partire vale la pena di dedicare un po' di tempo al villaggio e alla sua chiesa parrocchiale, che conserva affreschi del Quattrocento, una testimonianza di quanto questa piccola comunità di montagna, isolata ma non arretrata, avesse da secoli le sue ambizioni artistiche e la sua devozione. Nulla di monumentale, ma è proprio questo il carattere della valle, un patrimonio fatto di cose semplici e antiche, sopravvissute perché nessuno ha avuto fretta di cambiarle.

Tra abeti e pini mughi
Dal lago si imbocca la sponda asfaltata, seguendo i cartelli che indicano il rifugio e il segnavia n° 16, e dopo poche centinaia di metri, a una marcata curva a destra, si lascia l'asfalto per una carrozzabile che entra nel bosco e risale il torrente. È un avvio in dolcezza, quasi una distesa preparatoria, sotto abeti alti e immobili, con il rumore dell'acqua come unico accompagnamento. In autunno inoltrato il sottobosco è fradicio di aghi e foglie, il muschio è intriso d'umidità e il sole, se c'è, filtra radente dalle cime basse. Si arriva così alla Seebalm (la baita del lago), e conviene fare l'ultimo tratto sul sentiero ben segnalato che si stacca a sinistra della strada, più bello e più corto, tra gli abeti più maestosi dell'intera salita. D'estate la Seebalm è un punto di ristoro attivo, ma a fine ottobre è serrata e solitaria, con le panche ribaltate e le finestre chiuse: il primo segno concreto che siamo in un altro tempo dell'anno, in cui la montagna ha già mandato – quasi – tutti a casa. Da qui il sentiero cambia carattere e sale con maggiore decisione. Il bosco si apre, gli abeti lasciano il posto a pini mughi che si attaccano al pendio con le loro chiome basse e contorte, e dopo un tratto più ripido si incontra il bivio per la Hohe Scheibe, la caratteristica cima sulla cui sommità si distingue, già dal basso, una piccola costruzione. Noi la ignoriamo e proseguiamo a mezzacosta, uscendo definitivamente dalla vegetazione. È il momento in cui la valle si allarga e, quasi senza avvisare, appare la meta, lassù, in alto, una sella nel crinale sormontata dalle cime. Con un lungo giro a semicerchio, tra pascoli radi e pietraie, ci si porta sotto la forcella. Il sentiero sale con svolte continue attraverso un ultimo tratto piuttosto ripido, e a ogni curva il panorama cresce. In autunno l'erba è color paglia, i mirtilli e i rododendri sono macchie ruggine, e la sensazione di vastità è quasi artica. Ci si sorprende a camminare senza parlare, come se ogni parola potesse disturbare qualcosa. È il privilegio di salire qui a fine stagione.
Un rifugio nato prima della guerra
L'arrivo alla forcella è uno dei più suggestivi dei monti sarentini. Il rifugio Forcella Vallaga – Flaggerschartenhütte, a 2481 metri di quota, sorge con le sue persiane blu e bianche accanto al minuscolo Lago Vallaga (Flaggersee), di poco più basso, in un anfiteatro severo di rocce e prati. Alle sue spalle si alzano severe e poco conosciute cime, tra cui la sagoma slanciata del Corno di Tramin (Tagewaldhorn, 2708), e la Cima San Giacomo, la cui prima salita documentata risale al 1880 a opera di J. Pock, anche se è probabile che pastori e cacciatori di camosci la frequentassero molto prima. Il rifugio ha una storia che vale la pena di raccontare. Le fonti lo fanno risalire al 1914, cioè a pochi mesi dallo scoppio della Grande Guerra, quando il turismo alpino di lingua tedesca stava vivendo il suo momento d'oro. Il suo nome storico, Marburger Hütte, ricorda la sezione di Marburg dell'Alpenverein, che lo costruì in una posizione strategica: la forcella è infatti un valico che mette in comunicazione la Val Sarentino con l'alta Valle d'Isarco, dalla parte di Mezzaselva (Mittewald), e offriva un punto d'appoggio ideale lungo le traversate dei Sarentini. Dopo il 1919 il Sudtirolo passò all'Italia e, come quasi tutti i rifugi delle sezioni tedesche e austriache dell'Alpenverein, anche questo cambiò mano e gestione, e oggi appartiene alla Provincia autonoma di Bolzano. È aperto di norma da giugno a fine settembre, con circa quaranta posti letto, e in anni recenti è tornato a far parlare di sé per la nuova gestione di un giovane originario del Rajasthan, trasferitosi da tempo a Bolzano: un piccolo segno, curioso e bello, di come anche i luoghi più appartati sappiano rinnovarsi. A fine ottobre, comunque, tutto questo è silenzio. Il rifugio è chiuso (resta il locale invernale, sempre aperto), e sedersi sulla panca accanto al laghetto, con la schiena contro il muro di pietra, e guardare le nuvole scivolare sulla Punta Lavine, è una delle esperienze più appaganti che questa zona possa offrire. La forcella è anche un nodo di sentieri: da qui parte la lunga traversata che, tra malghe e laghetti, porta al Passo Pennes, parte dell'Hufeisentour, il grande anello a ferro di cavallo di più giorni nei Monti Sarentini.
La sensazione di essere gli unici esseri umani in una vallata intera è di quelle che non si dimenticano. Il panorama, quando il cielo lo concede, è ampio e pulito: verso nord le cime dei Sarentini, e più in là, nelle giornate limpide, il profilo delle Dolomiti e delle Alpi Venoste, che il vento d'autunno disegna con una nitidezza quasi artificiale. Il ritorno avviene lungo lo stesso itinerario e, come sempre in discesa, è l'occasione per guardare con occhi diversi ciò che si è visto in salita: il bosco di mughi, la Seebalm silenziosa, le luci che calano sul lago. E tornando sulla strada asfaltata, con le gambe un po' pesanti e la luce che si spegne tra gli alberi, si ha la netta sensazione di aver fatto qualcosa di semplice e di raro: una lunga camminata, senza clamori, in una montagna che ha ancora il coraggio di essere silenziosa.
IL PERCORSO
Regione: Trentino – Alto Adige
Partenza: Valdurna (1545 m)
Arrivo: Forcella Vallaga – Flaggerscharten (2436 m)
Accesso: raggiunta Bolzano, si prende la strada che verso nord conduce in Val Sarentino e, oltre il capoluogo, si devia a destra verso il comprensorio sciistico di San Martino – Reinswald, proseguendo poi lungo al Valdurna fino al paese sulle sponde del lago
Dislivello: 950 m
Durata: 3/4 h
Difficoltà: E (escursionistico)
Immagine di apertura: il rifugio Forcella Vallaga – Flaggerschartenhütte (2481 m). © Archer90











