Un viandante instancabile trovò in quelle selve un luogo di solitudine, preghiera e ospitalità. Lì fondò un piccolo eremo che, decenni più tardi, venne trasformato nel celebre Monastero di Camaldoli

Con le ciaspole tra i grandi boschi del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, sulle due cime più elevate dell'Appennino Tosco-Romagnolo. Con la possibilità di chiudere un anello lungo, intenso, anche se facile, in un territorio dove natura e cultura camminano ancora insieme

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Castagno d’Andrea si raggiunge dal paese di San Godenzo, a cui si accede dal versante toscano, da Firenze passando da Pontassieve e Dicomano, ma anche da Barberino del Mugello, oppure dal versante romagnolo, da Forlì salendo a San Benedetto in Alpe e poi al Passo del Muraglione
Arrivare a Castagno d’Andrea, soprattutto d’inverno, ha qualcosa di sospeso nel tempo, nonostante manchino un vero "centro storico", le viuzze strette, le piccole piazze con le fontane. In effetti, originariamente il paese, da sempre legato a Firenze, sorgeva più in alto sul crinale, ma venne distrutto da una frana nel 1335. Ricostruito nella sua attuale posizione, venne nuovamente distrutto nel 1919 da un terremoto, e poi ancora raso al suolo da tedeschi nel 1944. Più dell’architettura, forse, sono i vasti e secolari castagneti che circondano l’abitato, ancora oggi coltivati e voce importante dell’economia locale. Insieme al turismo, visto che Castagno d’Andrea è la porta d’accesso al Parco nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, oltre che paese natale del celebre pittore rinascimentale Andrea del Castagno (una mostra permanente sul pittore si trova nel Centro visita del Parco). È uno dei paesaggi forestali più importanti e pregiati di tutta Europa, unico nel suo genere, un’area protetta istituita nel 1993 e distesa su 36.800 ettari, all’incirca divisi tra Toscana ed Emilia – Romagna. La copertura boschiva del Parco è di circa l’80%, e la sua sorprendente bellezza non nasce soltanto dalla necessità, per certi versi moderna, di tutelare la biodiversità, ma affonda le radici nella tradizione spirituale – e gestionale – dei monaci camaldolesi. All’inizio dell’XI secolo, San Romualdo, viandante instancabile della Regola benedettina, trovò in queste selve un luogo dove raccogliere solitudine, preghiera e ospitalità, fondando nel 1012 un piccolo eremo, consacrato nel 1027 e destinato, pochi decenni più tardi, a trasformarsi nel celebre Monastero di Camaldoli. Già allora, oltre mille anni fa, la foresta era la colonna portante della vita della comunità, amministrata secondo principi che oggi potremmo definire una forma precoce di selvicoltura sostenibile.

Tanti versanti, una sola grande foresta
Tra le molte possibilità per l’escursionismo, anche in inverno, un bell’itinerario inizia proprio dal paese, in direzione della Fonte del Borbotto, per salire infine sulle prime due cime, per altezza, del Parco e di tutto l’Appennino Tosco-Romagnolo, il Monte Falterona e il Monte Falco. Dopo le ultime case, la strada, con innevamento scarso, può essere percorribile sino alla Fonte del Borbotto, ma con innevamento abbondante – e per una gita del genere è la situazione più auspicabile – si devono calzare le ciaspole, seguendo la strada o più direttamente tagliando lungo il ripido sentiero. Raggiunta la Fonte del Borbotto (1205 m), incorniciata da alti faggi, sembra quasi di varcare una soglia. E in effetti è così, perché qui si entra nei confini del Parco, ma soprattutto da qui la montagna si fa più severa e silenziosa, il bosco si fa più intenso. E da qui si deve scegliere se seguire il segnavia n° 16, con un percorso più ripido e diretto, oppure traversare verso sud al Valico delle Crocicchie. Nel primo caso, si continua per un tratto sula stradina, per poi deviare a destra (sud, sempre n° 16) e salire ripidamente nel bosco per raggiungere una dorsale, che si segue fin sul Monte Falterona (1654 m) tra brevi strappi e tratti più dolci. Se invece ci si porta al Valico delle Crocicchie (1406 m), si deve compiere un’ulteriore scelta: volgere a sinistra e, verso est, rimontare l’evidente dorsale che conduce direttamente in cima (un percorso simile, come durata, al precedente), oppure "allungare" l’itinerario continuando verso sud, in direzione delle sorgenti dell’Arno (Capo d’Arno). Al bivio seguente si tiene la sinistra sul sentiero n° 3, passando poco sopra le sorgenti (raggiungendole, invece, si può allungare ulteriormente per il Lago degli Idoli: quante possibilità!) e raggiungendo la dorsale meridionale della montagna, lungo la quale si sale alla croce di vetta. Dopo tanto bosco, con solo brevi scorci sui dintorni, la piatta sommità permette invece di allargare lo sguardo su una vasta distesa di valli e boschi, crinali, piccoli borghi e un cielo che sembra allargarsi a comprendere tutto.

Cerchi che si chiudono
Per rientrare al punto di partenza, si può ovviamente seguire il medesimo percorso fatto in salita, oppure combinare le varie possibilità tra loro. Ma se si è partiti di buon’ora, il meteo è stabile, e le gambe rispondono bene, si può decidere di compiere un anello facile e gratificante, che per prima cosa traversa sul crinale fino al vicino Monte Falco (1658 m), con un percorso che d’inverno assume un’eleganza quasi nordica, vagamente scandinava, sospesi sopra i boschi che si distendono sui due versanti. Arrivati sulla seconda cima della giornata, nonché punto più alto del Parco, con uno sguardo sorprendente sulla Romagna, sulle faggete di Campigna e sulla lunga dorsale della Giogana, è un po’ come tornare nella civiltà. Da qui, infatti, non resta che seguire il comodo tracciato che scende a est verso Poggio Sodo dei Conti, tra bosco e piccole radure. Arrivati quasi al poggio, una stradina forestale sulla sinistra permette di raggiungere una seconda e più ampia strada presso la località di Fangacci (ampio parcheggio). Seguendola verso sinistra, si raggiunge comodamente il Passo Piancancelli (1488 m), dove, oltre un piccolo spiazzo, non resta che proseguire nel fitto bosco lungo uno stradello più piccolo, in costante e moderata discesa, fino a riunirsi all’itinerario di salita poco sopra la Fonte del Borbotto. Il terreno torna conosciuto, si ritrovano le orme lasciate al mattino, che si seguono fedelmente fino a rientrare a Castagno d’Andrea. E non sono solo i chilometri accumulati nelle gambe a rallentare il passo in questa ultima discesa, ma anche la consapevolezza di aver attraversato non una semplice montagna, non solo dei fitti boschi imbiancati, ma anche una storia complessa, naturale, umana e culturale.
IL PERCORSO
Regione: Toscana
Partenza: Castagno d’Andrea (725 m)
Arrivo: Monte Falterona (1654 m) e Monte Falco (1657 m)
Accesso: Castagno d’Andrea si raggiunge dal paese di San Godenzo, a cui si accede dal versante toscano, da Firenze passando da Pontassieve e Dicomano, ma anche da Barberino del Mugello, oppure dal versante romagnolo, da Forlì salendo a San Benedetto in Alpe e poi al Passo del Muraglione
Dislivello: 900 m
Durata: 3/4 h la salita al Falterona (anche in funzione del percorso); 6/7 h il circuito completo
Difficoltà: WT3 (media difficoltà)
Immagine di apertura: ormai quasi in cima al Monte Falterona (1654 m), la vista si apre su grandi spazi e boschi imbiancati. © Roberto Nencini











