Cent'anni fa, un alpinista vicentino si "inventava" il nome Piccole Dolomiti profetizzandone il "grande avvenire". La toponomastica si cristallizza come memoria storica in movimento

Nato a Vicenza nel 1900, Francesco Meneghello adottò, in un articolo per la rivista mensile del Cai, la fortunata formula che individuava la zona montuosa compresa fra l'Adige e la Brenta, già nota colla definizione di Prealpi Veneto-Trentine. Membro del Club Alpino Accademico Italiano, sarà tra i fondatori della ‘Scuola vicentina di roccia’. Morì in Russia nel 1943, combattendo nella Seconda Guerra Mondiale, ma il suo nome rimarrà per sempre legato a questo arco montuoso

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Le Piccole Dolomiti sono una di quelle regioni montane che riescono a sorprendere anche coloro che, non essendoci mai stati, le vedono stagliarsi nette in lontananza, là dove finisce la Pianura Padana. Il loro profilo è infatti ben riconoscibile e , se innevate, offrono agli abitanti del pedemonte un panorama quasi himalaiano. Esse non hanno l’ampiezza sconfinata delle Dolomiti maggiori, ma sanno offrire ugualmente una concentrazione unica di forme, storia ed itinerari sportivi ed escursionistici.
"Le Piccole Dolomiti - si legge in un articolo risalente al primo dopoguerra - hanno certamente un grande avvenire, non solo per la rara bellezza del paesaggio e la dolcezza del clima, per contare le stazioni climatiche più vicine ai grandi centri della pianura e per le reliquie storiche, ma anche perché è data al turista e all'alpinista la possibilità di studiarle e di percorrerle, in tutte le stagioni".
Oggi sono molto conosciute e frequentate proprio per la loro magnificenza e varietà di forme, che ricorda le Alpi più profonde pur essendo raggiungibile in giornata dalla città. Ci si dimentica spesso, però, che le Piccole Dolomiti dovettero a un certo punto essere "inventate". Lo fece un alpinista vicentino, Francesco Meneghello, cent’anni fa: proprio in quello stesso articolo per la rivista mensile del Cai, datato ottobre 1925.
Nato a Vicenza nel 1900, Francesco Meneghello si distinse per la sua attività alpinistica, venendo nominato, nel 1924, Accademico del Club Alpino Italiano. L’anno dopo sarà tra i fondatori della ‘Scuola vicentina di roccia’. Meneghello fu anche alpino, arruolatosi nell’esercito a soli 17 anni; nel corso del suo servizio contribuì anche alla nascita della Scuola militare alpina di Aosta. Proprio con la penna nera in testa, Meneghello trovò la morte in Russia nel 1943, combattendo nella Seconda Guerra Mondiale. In sua memoria, nel 1952, fu installato un bivacco nel Parco dello Stelvio, a oltre 3300 metri (di recente è stato sostituito con un modello recente: ne parlavamo qui).
Proprio a questa figura storica dell’alpinismo italiano dobbiamo il nome di "Piccole Dolomiti". Quando pronunciamo questo appellativo facciamo tutt’oggi riferimento ai massici del Pasubio, del Sengio Alto, del Carega e delle Tre Croci. "La zona montuosa compresa fra l'Adige e la Brenta, già nota colla definizione di Prealpi Veneto-Trentine". Questo territorio, suggerisce l’autore, "ha una singolare importanza sotto diversi riguardi: primo fra tutti quello di essere la zona sacra per eccellenza, possedendo le montagne più contrastate della Guerra".
Ebbene, il valore e l’affinità di questi gruppi montuosi a un certo punto ha fatto sentire l’esigenza di dare loro un nome, un toponimo comune che le raggruppasse in un solo epiteto, sulla base di elementi quali la formazione geologica ("onde il nucleo del sistema e la parte superiore affiorante appartengono alla Dolomia Triassica"), la posizione rispetto alle Alpi e "l'aspetto paesistico". Per tutti questi fattori, sancisce programmaticamente Meneghello: "Detta zona viene chiamata col nome di Piccole Dolomiti".
Sui suoi versanti la grande guerra lasciò cicatrici profonde, e le strade militari serpeggiano ancora oggi tra i valloni, un lungo vincolo di pietra che salda al presente le memorie belliche. Così si parlava, cent’anni fa, dell’ormai celeberrima Strada delle 52 Gallerie del Pasubio: "D'indiscutibile valore è la rete delle mulattiere, che allacciano tutte le località su tutti i versanti. Tra tutte, la più degna di speciale menzione è la strada della I Armata, unica nel suo genere in tutta la fronte di guerra, che si svolge lungo gli abissi della grandiosa parete S. del Pasubio, dal Col di Zomo alle Porte, con 52 gallerie di cui alcune elicoidali".
L’epiteto di "Piccole Dolomiti", aggiunge l’autore, risulta efficace anche per ragioni sportive, "avendo qui trovato magnifica, adattissima sede una delle più frequentate palestre italiane di alpinismo dolomitico: la scuola vicentina di roccia".
Quella vicentina era una delle prime realtà italiane dedicate alla formazione alpinistica. "La caratteristica che, sulle Piccole Dolomiti, più interessa l'alpinista - spiega Meneghello - è quella dei sogli. Soglio è la roccia pura e diritta, la ‘croda’, la roccia che ai frequentatori di quella grande scuola qual è la montagna dà la sintesi dell'alpinismo e la migliore disciplina ed esaltazione del corpo e dello spirito. Ma non si creda che il valore della palestra si limiti a quello di una qualunque kletterschule ('scuola di arrampicata'). Molte ascensioni, quelle, per esempio, del Torrione Recoaro, della parete orientale del Baffelan, ecc. possono aspirare a venir classificate tra le più note delle montagne orientali".
L’articolo di Meneghello, oltre a ricordarci l’origine di un toponimo così diffuso al giorno d’oggi, offre uno spaccato della montagna di allora: segnata dalle ferite della Guerra, eppure viva e vissuta. Una delle storie più interessanti arriva dalle cosiddette "Guglie del Fumante", tutt’oggi zona di forte interesse escursionistico.
"Scalate e battezzate le più evidenti, a questo gruppo quasi ignoto, fu dato il nome di 'Guglie Sucai' in onore della goliardia alpinistica vicentina. Una data memorabile è quella del 30 settembre 1923, giorno in cui la 'Sucai' di Vicenza celebrò solennemente la Sagra della roccia, raccogliendo intorno alle guglie un migliaio di persone, giunte da tutte le parti del Veneto, tra cui moltissime autorità civili, militari e religiose, e facendole assistere al compimento di dodici itinerari, eseguiti contemporaneamente da dodici cordate diverse".
Il decimo numero della rivista mensile del Cai rappresenta, oltre che un utile riferimento geografico e alpinistico per i contemporanei, un eccezionale documento di valore storico per noi che oggi, un secolo dopo, frequentiamo quelle stesse zone e ci immergiamo in quella moltitudine di nomi e appellativi. Quella di Meneghello è a tutti gli effetti un'operazione filologica di ricostruzione della loro origine.
Questi epiteti, a ben guardare, hanno interessato ogni guglia, ogni forcella ed ogni passo: testimoni di una montagna vissuta, ne han salvato ogni angolo dall’indifferente fluire della storia. La toponomastica, che troppo spesso diamo per scontata e tendiamo a trascurare, si cristallizza pertanto come memoria storica in movimento, in ogni momento interrogabile e interrogativa, capace di mettere in discussione il presente in cui viviamo e, se conservata con la giusta cura, non soggetta a deperimento.













