Esistono realtà capaci di utilizzare il territorio senza sfruttarlo in modo eccessivo? Una risposta si trova nella storia della Magnifica Comunità di Fiemme

Un sistema quasi millenario che insegna a lasciare intatto il patrimonio socio-ambientale ricevuto in eredità, affinché ne possano godere anche le generazioni più giovani

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Qui rimane ancora un forte attaccamento a questo tipo di gestione, alla quale anche i comuni partecipano con fervore. È negli interessi di ogni piccola azienda partecipare a queste iniziative per poter portare le bestie in alpeggio d’estate. I contributi europei ci sono, ma non basterebbero se non ci fosse quest’attenzione collettiva”.
Questo articolo prende forma da un post sui social che raccontava di una “giornata tradizionale della pulizia dei pascoli”, pubblicato dal Caseificio sociale Val di Fiemme. Incuriosito dall’evento, ho telefonato al Caseificio, e ho potuto parlare con un collaboratore. Prima di parlare con Alberto, temevo si trattasse di una delle solite manifestazioni brandizzate “come una volta”, organizzata dal Caseificio magari in collaborazione con la Pro Loco. Stranito dalle mie domande, Alberto mi spiega allora che sono del tutto fuori strada: “Ogni paese ha una Società Malghe e Pascoli, alla quale partecipano i contadini del posto, che si impegnano nella pulizia ordinaria dei pascoli e nella manutenzione di abbeveratoi e malghe. Purtroppo la Val di Fiemme è una delle poche in cui queste società sono ancora vive”.

Rileggendo i miei appunti, non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa rendesse la Val di Fiemme così diversa dalle altre, tanto da suscitare in Alberto un’incrollabile fiducia nel futuro e nelle nuove generazioni valligiane. Mi sembra di aver trovato una possibile traccia nella sua storia.
Uno dei maggiori momenti di crisi nella millenaria convivenza uomo-ambiente, nelle terre alte e non solo, è stato l’esito dell’avvento e della stabilizzazione del sistema socio-economico capitalista. Qui la parola crisi non vuole avere accezione negativa, e non significa nemmeno ‘rottura’, più neutralmente indica l’innesco di una serie di mutamenti che determinano una svolta significativa per questo rapporto.
Il sistema capitalista, nel favorire il liberismo economico, ha portato al prevalere di attori economici su larga scala, che hanno progressivamente inglobato le realtà minori. Questa tendenza, insieme all’omogeneizzazione della domanda figlia della globalizzazione, ha portato alla standardizzazione dell’offerta produttiva e alla concentrazione del capitale nelle mani di grosse proprietà, spesso alloctone. Contesti come le terre alte però, per fattori di substrato socio-culturale e morfologia del territorio, hanno subito questo processo in maniera peculiare; talvolta lanciandosi a capofitto nella promessa capitalista, com’è accaduto con l’esplosione del turismo invernale; talvolta opponendo maggiore resistenza a quest’ondata di cambiamento, e conservando forme originali di gestione economica e sfruttamento delle risorse.
In quest’ultimo caso, molte di queste aree sono andate incontro a una crisi che ha innescato processi di spopolamento e marginalizzazione. Fenomeni che, però, ne hanno accentuato di rimando la capacità di conservazione. Se ci sforzassimo di riconoscere i falsi miti, quelli creati ad hoc per il comparto turistico, allora, scopriremmo le vallate montane come tante grandi biblioteche a cielo aperto, custodi non solo di tradizioni e stili di vita, ma anche di modelli socio-economici alternativi.
Uno di questi prodigiosi superstiti è la Magnifica Comunità di Fiemme, che a luglio compirà 914 anni; e che rimane ai giorni nostri un’importantissima occasione di riflessione su possibili forme alternative di proprietà e di gestione del patrimonio naturale e culturale.
La costituzione della Magnifica Comunità di Fiemme
L’atto di nascita della Comunità di Fiemme è comunemente riconosciuto nei Patti Ghebardini, del luglio 1111 d.C. Si tratta di un documento con il quale il signore territoriale si impegnava a garantire l’amministrazione giuridica alla comunità della Valle di Fiemme, sotto pagamento di una tassa cui erano tenuti tutti gli abitanti del territorio.
La delimitazione ufficiale dei confini viene ottenuta nel 1234, quando sono stati confermati gli antichi termini che separavano la proprietà comunitaria da quelle di Montagna, Egna, Ora e Aldino. Nello stesso documento di confinazione, sono per la prima volta nominate le regole, circoscrizioni territoriali in cui è suddivisa la Comunità. Inizialmente le regole erano sette: Castello, Carano, Daiano, Cavalese- Varena, Tesero, Costa di Predazzo, Moena. Il loro numero è variato negli anni fino ad arrivare agli attuali undici comuni della Val di Fiemme.
Su convocazione si tenevano le assemblee, cui partecipavano i vicini di ciascuna regola, ovvero i cittadini delle famiglie valligiane maggiori di 25 anni. Nelle assemblee, le proposte necessitavano dei due-terzi di voti a favore per essere approvate, e ogni anno veniva comunicato il rendiconto finanziario. Al vertice della Magnifica Comunità di Fiemme sedeva, e siede tuttora, lo scario, che si occupava di presiedere le assemblee, di amministrare il patrimonio (mobiliare e immobiliare), custodire l’archivio e dirimere controversie interne alla Comunità. Oggi questa figura ricopre un ruolo amministrativo e di rappresentanza, coordina attività economiche, culturali e patrimoniali, ed è eletto ogni cinque anni.

Nonostante l’usufrutto comunitario fosse effettivo almeno dal 1111 d.C., il vero e proprio riconoscimento formale di un diritto di proprietà comunitaria sul territorio avvenne solo nei primi decenni del XIV secolo, con il cosiddetto Privilegio enriciano; con questo documento il vescovo di Trento, Enrico, concede all’ormai strutturata Comunitas Vallis Flemarum il diritto di utilizzare le montagne per attività che già venivano praticate da duecento anni per consuetudine. In queste carte, le montagne sono elencate non in quanto patrimonio naturale e paesaggistico, ma come terreno sfruttabile per il pascolo, per ricavarne legname e per attività venatorie come caccia e pesca.
Per agevolare la turnazione nell’usufrutto dei terreni vennero istituiti i quartieri, partizioni ulteriori delle regole. Lo sfruttamento e la manutenzione di strade rurali, malghe, boschi e pascoli, è stato per moltissimo tempo regolato dal sistema del rotolo; ovvero attraverso l’affidamento, prima annuale poi quadriennale, di aree e beni comunitari ai vari quartieri, a cui l’assegnazione avveniva tramite sorteggio. Fino all’abolizione, nel 1847, questo sistema fu tutt’altro che pacifico: numerosi furono i tentativi delle varie regole di prolungare l’affidamento di beni comuni o di ottenerne definitivamente la tutela.
Il territorio come patrimonio ed eredità
Nonostante questi tentativi di egemonizzare i beni comunitari, la turnazione per il controllo e la gestione di malghe e pascoli riuscì ad alleviare il peso sui terreni, tutelandone le qualità, e favorì l’ordinaria manutenzione delle strutture.
Il meccanismo assembleare garantì alla comunità la consapevolezza dell’importanza del legno come risorsa, favorendo lo sviluppo di pratiche come i piani di taglio, che stabilivano la quantità, il luogo e il momento in cui ciascuno aveva diritto di prelevare legname, garantendo la riforestazione. È anche grazie a queste pratiche se tutt’oggi l’industria del legno traina l’economia della Valle, garantendole peraltro fama internazionale.
L’istituzione della vicinanza, infine, fu fondamentale affinché si diffondesse la coscienza del territorio, da un lato come un patrimonio ricevuto dai propri genitori e, dall’altro, come un’eredità da lasciare intatta ai propri figli. Tale coscienza, qualche anno fa, acutizzava il dispiacere di una comunità che, nei versanti spogliati dalle fucilate della tempesta Vaia, ha perduto una parte di sé.
Nel corso di tutti questi anni, numerose minacce - provenienti dall’esterno come dall’interno - hanno messo a repentaglio l’equilibrio della Comunità. Tutt’oggi, ora che è stata privata in gran parte della sua autonomia politica, le sfide che bussano alle porte della Magnifica Comunità di Fiemme sono ancora molte e di ben più ampia portata, ne abbiamo avuto un assaggio con la tempesta Vaia e l’epidemia di bostrico. Tuttavia, mi pare sia doveroso quantomeno cogliere un grandissimo insegnamento da quest’esperienza millenaria: di fronte a tutte queste sfide, l’insieme degli uomini e donne che nei secoli hanno costituito lo scheletro di questa realtà non hanno mai trascurato l’importanza che il territorio aveva per il loro benessere comune. Dalla convivenza tra la sfera umana e quella naturale, sembra aver preso vita una forma di cooperazione simbiotica.
“Nella bassa Val di Fiemme - mi racconta Alberto - Vaia è andata a colpire zone dove il bosco non c’era. È come se avesse voluto dare un segno, togliendo il bosco dove prima non c’era”.

Forse il vero momento di scarto sta in un’idea particolare di cittadinanza, risultato della stretta interazione tra territorio e comunità. Alla base dello sviluppo di forme di selvicoltura sostenibile, come il taglio controllato, la stesura di piani forestali e la policoltura, che rendono la Val di Fiemme un modello riconosciuto di virtù ecologica, mi sembra possa esserci proprio la consapevolezza che la tutela delle risorse sia una premessa insostituibile per la longevità della comunità.
Oggi il turismo si inserisce tra quelle attività che costituirono il Privilegio enriciano, e come tale non merita di essere demonizzato a priori; piuttosto andrebbe considerato come una risorsa da utilizzare con attenzione, per tutelare la qualità e l’effetto benefico che porta alla comunità.
I vicini, mi pare, avrebbero in fin dei conti il merito di aver anticipato di quasi mille anni un pensiero ecologico estremamente moderno, incentrato sulla consapevolezza che l’essere umano è parte di un ecosistema che vive in noi e a noi sopravvive.













