"La guerra più brutta che l’Italia abbia fatto". Quella che doveva essere una passeggiata si rivelò un disastro totale: 85 anni fa l’aggressione italiana alla Grecia

All’alba del 28 ottobre 1940 nove divisioni italiane aggredirono la Grecia: una delle più insensate e tragiche fra le guerre dell’Italia fascista che costò quasi 14.000 morti e oltre 50.000 feriti; più di 12.000 i congelati

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
28 ottobre 1940, sei del mattino. Lungo il confine che separa l’Albania dalla Grecia gli alpini della Julia si mettono in marcia. Piove a scatti, fa freddo. Sotto i ponti turbinano le acque dei torrenti, ingrossate dalle abbondanti piogge autunnali. Uno di essi diverrà tristemente celebre nelle settimane successive: la Vojussa. Avanzano cauti, i montanari dell’ottavo e del nono, all’inizio quasi senza incontrare resistenza. E del resto non dovrebbero affatto trovarne. Gli alti comandi hanno promesso che quella contro la Grecia sarà una campagna facile. Una passeggiata su Atene.
Inizia così, sotto una pioggia intermittente, fra montagne e valli selvagge, strade rese impraticabili dal fango e riserve ridotte al minimo, una delle più insensate e tragiche fra le guerre di aggressione dell’Italia fascista. Per mesi dal 10 giugno 1940 Mussolini ha perseguito una politica ondivaga nei confronti della Grecia, fra vaghe promesse di pace e una campagna di tensione diplomatica sostenuta dalla stampa di regime. Poi, ai primi di ottobre, dopo che sembrava aver accantonato il progetto di invasione, il Duce apprende che i tedeschi hanno occupato la Romania. Freme di rabbia perché nessuno l’ha avvisato. Vuole anche lui la sua parte di bottino. E decide. Così Hitler potrà apprendere dai giornali che ha occupato il paese.
Meno di venti giorni. Questo il tempo in cui viene predisposta la campagna al comando supremo italiano. La Grecia dopotutto è un frutto maturo pronto a cadere. Poco importa che a governarla ci sia Ioannis Metaxas, un dittatore fascista che ha Mussolini come modello. Il Duce vuole una vittoria, così come ha voluto qualche migliaio di morti per sedere al tavolo della pace da vincitore contro una Francia già in ginocchio. Il 28 ottobre, alle tre del mattino, è consegnato a Metaxas un ultimatum raffazzonato e superficiale. La Grecia dovrebbe permettere agli italiani di occupare alcuni punti strategici che nel testo non vengono neppure specificati.
E così, tre ore dopo la consegna dell’ultimatum, i soldati italiani varcano il confine. Sono soltanto, contando le riserve, nove divisioni, deboli e male armate. La Julia, al centro dello schieramento, è fra i reparti più solidi. Nonostante la pioggia, il freddo, i torrenti in piena, penetra in profondità. Ma i greci non combattono per le velleità imperiali di un dittatore: benché non dispongano di mezzi superiori agli invasori, si battono per difendere il loro paese, e lo fanno conoscendo alla perfezione il territorio. Dopo l’iniziale sorpresa si riorganizzano e bloccano l’attacco delle truppe italiane lungo tutti i 140 chilometri di fronte. La farsa è pronta a mutarsi in tragedia.
Ai primi di novembre il fronte comincia a ruotare: mentre gli italiani avanzano lungo la costa, nella parte più interna sono i greci a invadere il territorio albanese. Al centro la Julia, spintasi in avanti per circa 40 chilometri, con viveri sufficienti per non più di cinque giorni. Il maltempo intanto imperversa, rallentando i reparti a terra e impedendo all’aviazione di fornire un minimo di supporto. La Julia presto si trova in grave difficoltà: più il tempo passa, più rischia di essere tagliata fuori e circondata.
Mentre negli alti comandi comincia il rimpallo delle responsabilità, la situazione si fa di giorno in giorno più critica. Appare chiaro che le forze previste per l’operazione, nemmeno centomila uomini, sono del tutto insufficienti per un’invasione su vasta scala. Così, nel caos, fra recriminazioni e sostituzioni di generali, mentre i Greci contrattaccano, si improvvisa l’afflusso di rinforzi spediti in tutta fretta dall’Italia per evitare il disastro.
Da metà novembre i greci sono ormai passati all’offensiva su tutto il fronte. Le forze italiane, sfinite, pressate di continuo e col morale a terra, continuano a ritirarsi fino a dicembre inoltrato, quando il gelo e la neve costringono entrambi gli schieramenti ad attestarsi sulle posizioni raggiunte. La Julia, che è riuscita a ritirarsi a prezzo di gravi perdite, a fine novembre ha perduto un terzo dei propri effettivi.
Contro il freddo e la neve le truppe italiane non hanno nulla per difendersi. Ai caduti e ai dispersi si affiancano così migliaia di congelati. La vigilia di Natale la neve arriva anche a Roma. Lo stesso giorno Galeazzo Ciano, genero del Duce e ministro degli esteri, annota sul suo diario le parole che il dittatore gli ha rivolto dopo un suo pensiero sui soldati in linea: “Questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana”.

Ormai gli italiani combattono per evitare di essere ricacciati in mare. Fra essi c’è anche il diciannovenne Mario Rigoni Stern. E nonostante sui giornali continuino i titoli roboanti, nei bollettini del comando supremo non si parla più di Grecia ma soltanto di Albania. Così sarà per tutto l’inverno, fino a marzo, quando pure una nuova offensiva italiana condotta frontalmente, sul modello degli assalti della Grande Guerra, si infrangerà contro le difese elleniche.
Saranno i tedeschi alla fine a “spezzare le reni” alla Grecia. Il 6 aprile 1941 la Wehrmacht, che al contempo attacca anche la Jugoslavia, sblocca la situazione costringendo in breve tempo le armate greche alla capitolazione. Questa la fine ingloriosa di una campagna che rappresenta la pietra tombale di ogni velleità imperialistica dell’Italia fascista: da questo momento la guerra degli italiani non sarà più parallela a quella dell’alleato ma subordinata. Sul campo restano quasi 14.000 morti e oltre 50.000 feriti; più di 12.000 i congelati.
Mario Rigoni Stern, che in Quota Albania ha lasciato una lucidissima testimonianza della propria esperienza di quella campagna, definì la grottesca avventura militare voluta dal Duce “la guerra più brutta che l’Italia abbia fatto”. Non fu l’ultima: di lì a poco ci sarebbe stata la non meno assurda campagna di Russia a segnare un capitolo ancora più tragico della storia del nostro paese. Ricordiamolo oggi, e riflettiamo mentre ascoltiamo chi invoca il ricorso alle armi e la necessità riempire di nuovo gli arsenali.












