"Il sasso si stacca e cado dal pendio. Mi fermo, non riesco più a muovermi, vedo del sangue sulle rocce e alle mie richieste d'aiuto risponde il silenzio". Separarsi in montagna non sempre è una buona idea

"Perché oggi ho voluto separarmi da Patrizia? Potessi tornare indietro. Ora è proprio buio. Continuo ad aspettare". Il racconto di un incedente avvenuto a Ferragosto e del successivo recupero ad opera del Soccorso Alpino

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo. I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un'idea di Melania Lunazzi.
La storia di oggi s'intitola Sono qui. Gli autori, Antonio e Patrizia Zanini, raccontano un incedente avvenuto a Ferragosto e il successivo recupero del soccorso alpino.
UNA BELLA GIORNATA
Mi chiamo Patrizia e il 15 agosto 2021 potevamo stare in spiaggia, ma Antonio, mio marito, ha detto che c'era troppa gente al mare a Ferragosto, troppo caldo, meglio andare in montagna e così la vita ci ha regalato un bel "cambiamento".
Io sono Antonio, allora avevo 62 anni e con mia moglie abitiamo a Milano. Parecchi anni fa i miei genitori hanno acquistato un appartamento in Toscana a Marina di Carrara e qui ho trascorso molte settimane delle mie vacanze. Appassionati di mare e di montagna con i figli e la moglie abbiamo percorso chilometri di sentieri, boschi e creste del gruppo delle Alpi Apuane, salendo molte delle cime principali, in vista delle cave dove l'estrazione del famoso marmo bianco, specie negli ultimi decenni, sta lasciando profonde ferite fra questi monti. Le Apuane sono vicine alla costa, a città come Carrara, Massa, Camaiore, Viareggio, ma quanta gente c'è in spiaggia e quanta natura e silenzio lassù, a sfiorare i 2000 metri. È stato quindi naturale, a Ferragosto, proporre a Patrizia un picnic in un luogo che gli piace, con uno splendido panorama sulla costa che va da Portovenere alla Versilia. La parte per lei più ansiosa è salire in auto da Massa, per la tortuosa e stretta strada che arriva al parcheggio del Pasquilio, punto di partenza di vari sentieri. Da qui abbiamo percorso il facile sentiero CAI 140, che passa alla base del monte Folgorito, salito più volte, per poi scendere alla chiesetta del minuscolo gruppo di case di Cerreta San Nicola. Qui abbiamo mangiato, riposato e verso le 16 ripreso lo stesso sentiero per il ritorno all'auto. Certo, fin qui una gran bella giornata!
SEPARARSI NON FA MAI BENE
Giunti sulla linea di cresta che divide le vallate, in prossimità del Col di Melo, Antonio mi racconta che da qui passava la Linea Gotica come ricorda un monumento di marmo e su queste montagne, nell'aprile del '45, si combatté un'aspra battaglia tra i Tedeschi e gli Alleati aiutati dai partigiani per la Liberazione di queste zone.
Vedi Patrizia, hanno segnato il sentiero di cresta come Linea Gotica, forse non tutto, ma si può arrivare sino al Monte Carchio e da lì scendere al Pasquilio. Penso di farcela entro le 18.
Io non vengo Antonio ed è un sentiero che non hai mai fatto, promettimi che se è pericoloso torni indietro! Ci separiamo.
Patrizia prosegue sul tracciato dell'andata e io comincio a salire lungo la cresta per un sentiero stretto, ma ben evidente. Questo tratto è frequentato, l'ho già percorso e so che poi scende al n. 140, ma in una guida ho letto che si può continuare sulla cresta per un vecchio sentiero dei cavatori che porta al monte Carchio, una cima di circa 1100 metri, molto panoramica, anche se ormai dilaniata da cave di marmo abbandonate. Arrivo in breve al bivio: il sentiero della Linea Gotica scende a sinistra e si ricongiunge con la sterrata che sta seguendo Patrizia. Io continuo sulla linea di cresta che si innalza verso il Carchio e ben presto mi rendo conto che è un sentiero abbandonato, invaso dall'erba, con tratti gradinati in tavole in pietra, a volte instabili. Il mio pensiero corre quindi alle capacità e alla fatica lavorativa dei cavatori che da questi arditi percorsi passavano all'alba e al tramonto, per estrarre il marmo "l'oro bianco" delle Apuane. Più salgo e più il panorama si amplia; il sole è ancora caldo, il mare immenso è quasi sotto di me, viene da tuffarsi, sono solo e tutto tace. Faccio una foto attraverso una spaccatura della cresta che mostra le linee dei crinali delle altre selvagge vallate che non vedono il mare. Mi volto indietro e si vede bene il percorso che ho già fatto, con il Folgorito ormai più in basso. Mi fermo a considerare che sono vicino alla costa, in Agosto, in una zona facilmente raggiungibile in auto, eppure attorno a me c'è solo silenzio e natura. È una sensazione che spesso si prova sulle Apuane perché qui le attività al mare sono un fortissimo concorrente di quelle in montagna: si cammina tutto il giorno e spesso si torna a casa senza aver incontrato nessuno. Tolgo lo zaino, mangio una barretta, metto il fischietto a portata di mano nel marsupio e il cellulare in tasca. Ho l'app di GeoResQ, ma non l'attivo.
LA CADUTA
Rimetto in spalla lo zaino, non è il mio solito zaino è uno zaino comprato in un supermercato, ma con una struttura in metallo sulla schiena. Il sentiero ora risale ripido la cresta sempre sul lato mare, finché mi rendo conto di essere molto vicino alla strada che sale alle cave e ai tralicci dei ripetitori, in alto sopra di me. Sono quasi le 18 è tempo di scendere al parcheggio da Patrizia. Nell'ultimo tratto risalgo un ravaneto dove si fanno rotolare gli scarti di pietra delle cave, sono proprio sulla verticale della sterrata percorsa al mattino e non vedo Patrizia, sicuramente sarà già passata, il suo percorso è più breve e meno faticoso. La ripidità mi costringe ad afferrare un sasso incastrato per superare un punto strapiombante. Mi aggrappo con entrambe le mani, la gamba sinistra si allunga e... mi ritrovo la pietra in mano, si è staccata dal pendio, la guardo e mi sento leggero, sono già in volo! Tump! Tump! Mi sono fermato, sono in posizione normale, testa in alto, gambe in basso, il mare immenso di fronte. Perché non mi alzo, sono aguzze queste pietre, mi premono la schiena, il piede destro non dovrebbe essere in quella posizione, ora lo sposto, non si muove. Allungo le braccia, non si muovono, non possono essere staccate! L'unico movimento che riesco a fare è spingere con il piede sinistro per assestare un po' la schiena. Ora passo in rassegna le dita di mani e piedi, riesco a muoverle, vuol dire che non è così grave, giusto?! Ruoto la testa tra i sassi, sento il collo bagnato, c'è del rosso sulle rocce: è sangue, ci mancherebbe! Devo aver fatto un bel salto. Alzo lo sguardo verso l'alto, il pendio è quasi verticale, non vedo il sentiero solo centinaia di sassi che spuntano, mi guardano e un alberello non so come è nato lì in mezzo. Devo chiedere aiuto, grido una, due, più volte. Aiuto! Aiuto! Risponde il silenzio. Guardo il mio marsupio è lì con la cerniera chiusa, il fischietto dentro. Provo a muovere il braccio destro, con dolore lo trascino un poco sul mio corpo fino alla cerniera, ma è un macigno, le dita la sfiorano prive di forza. Può essere poco più delle 18, il sole estivo è ancora alto e Patrizia non è lontana, quando non mi vedrà arrivare chiamerà i soccorsi, ci vorrà l'elicottero. La costa vista da qui sembra non finire; riconosco la punta di Portovenere, il Golfo di La Spezia, Montemarcello, il Porto di Carrara e più in là tutto svanisce gradualmente in una nebbiolina estiva. Si accendono le luci al porto, quanto tempo è passato, un paio d'ore? Sono sempre vigile, non voglio addormentarmi, le rocce premono dolorosamente sulla schiena, vorrei spostare un po' le braccia indolenzite, ma il dolore è troppo forte ad ogni piccolo movimento. Prego, ringrazio di essere vivo, io lo so, ma Patrizia no! Immagino la sua angoscia. È strano che non arrivino i soccorsi, sicuramente gli avrà detto la strada che stavo facendo. Voci di bambini lontane sotto di me, saranno sulla carrareccia, finora non ho sentito nessuno: Aiuto! Aiuto! Le voci si allontanano, sono troppo in alto. Ormai le luci della costa sono tutte accese, il sole è scomparso dietro il costone di Montemarcello, nessun rumore di elicottero in avvicinamento. Resto tranquillo, il collo non lo sento più bagnato, il sangue si sarà fermato, come ho fatto a non rompermi la testa. È un miracolo! Che stupendo tramonto, mi è stato concesso un altro tramonto! Perché oggi ho voluto separarmi da Patrizia? Potessi tornare indietro. Ora è proprio buio. Continuo ad aspettare.
L'ATTESA, I SOCCORSI
Ho visto Antonio una sola volta sulla cresta perché sono molto più in basso di lui, inoltre la frana di sassi sopra di me, che qui chiamano ravaneto, mi nasconde la parte alta della cresta. Nell'attesa che anche lui arrivi faccio una visita alla chiesetta del Pasquilio, poi risalgo al parcheggio e aspetto. Il tempo passa, parlo con qualche persona, che pian piano va via, le auto parcheggiate diminuiscono e Antonio non torna. Lo giustifico con il fatto che gli piace fare le foto o forse, come ci siamo detti, è tornato indietro perché ha trovato brutto il sentiero. Provo a chiamarlo più volte sul cellulare, ma è irraggiungibile e mi rendo conto che il telefono non prende bene, eppure in cima al Carchio ci sono un sacco di antenne! Ormai è tardo pomeriggio, mi arriva improvviso il pensiero di allertare i soccorsi, ma no aspetto ancora, magari metto in moto un'attività che impegna varie persone e poi lui arriva correndo sorridente, inoltre è la sera di Ferragosto la gente festeggia. Perché chiamare se magari è in ritardo, è assurdo che sia successo qualcosa. Ora sono sola nel parcheggio, non ci sono altre auto, sono passate da un po' le 19 e chiamo i soccorsi. Il tempo che prima era corso in fretta ora sembra non passare mai, eppure l'operatore del 112 ha capito dove mi trovo. Eccoli, arrivano, sono i Vigili del Fuoco e subito con loro cerco di ricostruire le ore di quel pomeriggio. Deve essere successo qualcosa a mio marito! Vedrà signora che si sarà perso! Voi non siete del posto! Guardi che facciamo escursioni da anni sulle Apuane, anche qui siamo stati altre volte, ma oggi ha voluto fare un sentiero di cresta, potrebbe essere caduto! Ho qui la guida, ecco il percorso che ha detto che avrebbe fatto. Quel sentiero è abbandonato da tempo! Frequentato da un branco di lupi. L'ho fatto anch'io una volta.
Finalmente un Vigile che sembra comprendere la mia preoccupazione, anche lui ha percorso quel sentiero e se da un lato sentire che è un sentiero dismesso aumenta la mia ansia, dall'altro mi rincuora trovare una persona che conosce i rischi della montagna. Due o tre vigili si avviano con le torce lungo la carrareccia che porta alle vecchie cave. Nel frattempo arrivano altri mezzi che erano già in zona, sono unità cinofile, ma non vengono utilizzate, sento che i Vigili parlano tra loro e dal centro di comunicazione che hanno installato provvedono a mettere in moto il Soccorso Alpino. Pensavo fosse già stato allertato vista la zona dove ci troviamo. Comunque in breve tempo arriva il Nucleo di Massa, vedo che sono molto ben organizzati, tutti sanno cosa fare, si coordinano e con le loro 4x4 si avviano lungo la carrareccia che porta al Carchio. Ormai al buio, sono da poco passate le 21,30, finalmente arriva la comunicazione radio che i vigili hanno trovato Antonio, un po' malconcio, ma vivo!
SONO QUI Sono immobile da ore, praticamente l'unico movimento che posso fare è con gli occhi. Ora che è tutto buio, guardo il cielo con le prime stelle e rilasciando un poco il capo all'indietro, rivedere sopra di me la silhouette più scura del cielo del piccolo albero con i suoi rami che si protendono modellati dal vento in un'unica direzione. Ho una grande serenità, così fermo non sento dolore, sono sempre stato vigile e forse sto per addormentarmi. Cosa sono quei fasci di luce che si muovono nel cielo? Non possono venire dalle città illuminate sul mare. Ehi! Sono qui!! Antonio? Antonio? Sono qui! Si....sono qui. - Arriviamo. Ma dove vanno. Le luci spariscono. Sono qui! Sul lato mare! Di qua! Riecco le luci sulle rocce, si muovono, mi cercano nel buio. Ecco il calore della luce, mi illumina, mi hanno trovato. Piango. Sono qui.
Rumore di scarponi tra i sassi. Piano non fate crollare tutto. Sono due, forse tre vigili del fuoco. Mi parlano, mi tranquillizzano. Adesso avvisiamo tua moglie. Uno giovane mi dà da bere con una borraccia, è tutto quello che hanno, ma mi hanno trovato. Altri fasci di luce, voci di molte persone, scendono legati con le corde, si muovono in fretta. Antonio ora dobbiamo issarti su, fino al sentiero e poi alla strada. Non ti preoccupare. Mani esperte tagliano con le forbici la mia maglietta, il marsupio, gli spallacci dello zaino, che forse ha preservato la schiena. Mi fanno domande su come mi sento, rispondo; intravedo due specie di tavole che mi inseriscono sotto al corpo, sono immobilizzato, le corde mi issano su per i tanti metri della mia caduta, il dolore ora invade il mio corpo spezzato in più punti. Antonio, non possiamo caricarti sulla jeep, la strada è troppo brutta, gli sbalzi troppo pericolosi. Ti portiamo al parcheggio a spalla, vedrai ci metteremo poco. Non posso obbiettare, sono già partiti. Ripetono, resisti Antonio, manca poco. Si danno il cambio, deve essere una faticaccia portarmi per quella strada impervia. Il dolore è diventato insopportabile, ogni sasso, ogni avvallamento, ogni cambio di spalla è una stilettata nel mio corpo. Chiudo gli occhi, sì mancherà poco, Un altro tornante. Resisti Antonio, manca poco. Luci abbaglianti, camionette, un sacco di ombre e voci che si sovrappongono, ricordi frammentati. Un medico mi fa domande, sento una puntura. Vedo Patrizia. Perdonami! Sono in ambulanza. Non andiamo a Massa ha troppe fratture, va portato a Pisa, all'ospedale Cisanello, ci vuole l'elicottero, prova la base di Luni. Niente da fare, richiedono troppe autorizzazioni. Chiama Pegaso all'aeroporto del Cinquale. Sento che è difficile organizzare il volo, ma il medico è molto deciso. Riapro gli occhi, c'è un rumore infernale, mi stanno infilando con la barella su un elicottero. Altre voci. Una donna pilota non sembra molto contenta. Riapro gli occhi, un'altra donna mi sta parlando è un'infermiera. Antonio sei in ospedale, hai problemi con i farmaci? Ora contenterò, uno, due, tre...
IL GIORNO DOPO
Sono stremata, ho visto Antonio solo il tempo di guardarci, un piede sporgeva in modo innaturale dalla barella dove era immobilizzato, mi ha sorriso e l'hanno portato via.Un Vigile del fuoco si è offerto di guidare la nostra macchina per portarmi a casa, ormai è notta fonda e nel mio stato non ce la farei mai. Ho fatto una doccia, piangendo, non riesco a dormire. Poco dopo le 5 di mattina ha chiamato l'Ospedale, spiegandomi cosa avevano riscontrato dai primi esami e che a breve l'avrebbero operato, speravano con un unico lungo intervento. L'elenco delle fratture che mi hanno fatto era impressionante, non riuscivo a memorizzare cosa mi dicevano. Era troppo! ore 18,30. Apro gli occhi, cos'è questo bip bip bip. Patrizia è accanto a me. Sei in rianimazione, ti hanno operato. Hai molte fratture, ma ora siamo ancora insieme!
Oggi, ormai a distanza di qualche anno dall'incidente, ho imparato ad apprezzare le gite e le vacanze in bicicletta, le escursioni anche semplici e più brevi in montagna, evitando di andare da solo. Lotto un po' ogni volta che programmo una gita, con il mio cuore che ha sempre tanto entusiasmo ed energia, con il mio cervello che mi ricapitola i pericoli e la prudenza che devo avere e infine con il mio fisico che detta le sue condizioni e che spesso decide. "Ogni mattina appena sveglio mi rallegro del fatto che posso ancora vedere e sentire, che riesco ancora a camminare. Non sono questi dei doni meravigliosi? Potrebbe essere diversamente! Bene, anche a questo dovrei rassegnarmi. Ma soprattutto bisogna essere grati ".
RINGRAZIAMENTI
Nei giorni successivi alla caduta Patrizia ha telefonato ai Vigili del Fuoco e al Soccorso Alpino di Massa per ringraziarli e dare notizia del mio stato di salute. E' rimasta sorpresa che spesso loro (per privacy) non ricevono più notizie dagli Ospedali sul decorso sanitario della persona che hanno contribuito a salvare. Questo racconto è pertanto per me una grande occasione per ricordare voci, sguardi e gesti di persone rimaste anonime , ma che ho sentito materialmente ed emotivamente vicine. GRAZIE ai Vigili del Fuoco che mi hanno trovato e al giovane Vigile che mi ha dato da bere con la sua borraccia. GRAZIE al Vigile che ha rincuorato mia moglie e l'ha accompagnata a casa guidando la nostra auto. GRAZIE a tutti i volontari del Soccorso Alpino che si sono alternati a portarmi a spalla sulla barella, giù per quasi due chilometri della dissestata strada marmifera del monte Carchio. GRAZIE al medico che quella notte ha insistito per il mio ricovero in un Ospedale più attrezzato per intervenire sul mio corpo. E poi GRAZIE agli ortopedici del Cisanello di Pisa che hanno rimesso insieme le mie ossa e a tutto il personale sanitario che mi ha assistito in una fase in cui avevo bisogno di aiuto per qualunque attività motoria, anche la più elementare come bere o soffiare il naso. GRAZIE alla gentilissima Fisiatra dell'Auxologico di Milano che si è data un gran da fare per curare una pericolosa infezione che mi ha colpito e a tutto i fisioterapisti che hanno curato il mio recupero motorio.
GRAZIE alla mia famiglia: a mio figlio Andrea che ha fatto pratica su di me per i suoi studi di Osteopata e a mio figlio Stefano che se può mi accompagna nel mio ritorno alle escursioni in montagna. Infine UN BACIO a mia moglie Patrizia la compagna ideale della mia vita che ha sempre trovato la forza per sostenermi nei momenti difficili. GRAZIE.

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.














