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Belluno
16 marzo | 15:56

Vajont, ferma contrarietà del Bellunese alla nuova centralina. "A livello tecnico possiamo fare poco, ma politicamente saremo dalla parte dei cittadini"

Siamo ancora all'inizio del percorso, ma il territorio bellunese ribadisce la ferma contrarietà al progetto di una nuova centralina idroelettrica ai piedi della diga del Vajont. Tecnicamente, la Provincia potrà fare poco trattandosi principalmente di territorio friulano: a livello politico, però, c'è la promessa di rimanere a fianco dei cittadini per una questione prima di tutto morale

BELLUNO. Si giocherà su un terreno tutto politico il ruolo che la Provincia di Belluno intende rivestire fino alla fine sulla questione di una nuova centralina idroelettrica ai piedi della diga del Vajont. Il tema sul tavolo è l’ipotesi di un impianto che sfrutti le portate fluenti attraverso la galleria di scarico del lago residuo C, bacino naturale formatosi dopo la frana del 9 ottobre 1963 (qui il caso). Un progetto in realtà non nuovo, ma che, com’era prevedibile, non lascia indifferente un territorio nel quale la ferita è ancora aperta.

 

“La nostra posizione come Provincia – afferma il presidente uscente Roberto Padrin – e la mia come sindaco di Longarone è di assoluta contrarietà, per una questione prima di tutto morale. Siamo infatti sicuramente contrari a un investimento privato, pur non escludendo una disponibilità a parlarne e valutare eventuali ricadute in termini di benefici pubblici”.

Sul piano tecnico, però, Belluno potrà fare poco. Come ricorda Padrin, siamo ancora alle fasi iniziali perciò è difficile fare previsioni, ma la posizione politica “non può che essere contraria”. A ribadire la questione morale ed etica è infatti anche il consigliere Massimo Bortoluzzi, che spiega: “Tecnicamente forse il progetto si potrà fare, ma dobbiamo attendere l'arrivo delle integrazioni richieste dal punto di vista del Pgra (Piano gestione rischio alluvioni) e del Pai (Piano assetto idrogeologico), perché si tratta di zone tutelate da normative sovraprovinciali e sovraregionali. Quello che possiamo dire da subito, però, è che la nostra posizione politica rimane di contrarietà: il sito è storico, sono morte quasi 2mila persone e, ad oggi, andare a sfruttare quest’acqua non è certamente tra le cose migliori”.

Un ruolo, ricordano poi Bortoluzzi e Padrin, spetterà certamente anche ai comitati locali: i grandi esclusi, finora, sono infatti ancora una volta i cittadini, come abbiamo già documentato su L’Altramontagna (qui l’articolo). La politica bellunese, però, sembra essere d’accordo sull’importanza di partire dal basso. “Dobbiamo partire dalla popolazione – ribadiscono – perché la memoria è viva e ci sono ancora persone sopravvissute che adesso si trovano di nuovo all’interno di un marasma già vissuto. Noi faremo la nostra parte, consapevoli che, se sul piano tecnico tutto dovesse risultare a posto, sarà difficile muoversi”.

L'area è infatti soggetta a numerose tutele: ricade nel vincolo idrogeologico e paesaggistico ed è classificata con una pericolosità per frana molto elevata (P4). Tuttavia, la responsabile del servizio Acque, ambiente, cultura della Provincia Antonella Bortoluzzi fa sapere che, secondo il Piano di assetto idrogeologico del Piave, la zona P4 si ferma sul confine friulano. Gli impatti maggiori si avrebbero quindi nei territori del Comune di Erto e Casso, mentre Belluno ha un tratto della pista di accesso, che è quello meno complesso e impattante da questo punto di vista.

“Tecnicamente è perciò una cosa – conclude Massimo Bortoluzzi – e politicamente un'altra. Intanto monitoriamo la situazione, sapendo che ci sono anche altre strade, come le richieste avanzate dalla Regione Veneto di rinaturalizzare alcuni siti di corsi d’acqua artificializzati in base a quanto previsto dalle normative europee. Questa potrebbe quindi essere una possibilità: giocheremo tutte le carte possibili dal punto di vista tecnico, pur consapevoli delle difficoltà, e intanto terremo in piedi un percorso a fianco della volontà dei cittadini”.

Si punta quindi a dare priorità agli impatti sociali, che non sono – o non dovrebbero essere - mai secondari, tanto più in questi casi. Dall’altra parte rispetto al guadagno per lo sfruttamento dell’idroelettrico, infatti, rimane una memoria collettiva che soffre ancora di quanto avvenuto e che va salvaguardata.

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