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Coronavirus, con il lockdown per fasce d'età mortalità dimezzata: l'isolamento per gli over 60 diminuirebbe di 10 volte la letalità del virus

Una ricerca dell'Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale prova a valutare dati alla mano l'ipotesi dell'isolamento per fasce d'età. Secondo una proiezione, imponendo un lockdown ai soli over 80 la mortalità da Covid verrebbe dimezzata, mentre l'isolamento per gli over 60 diminuirebbe di 10 volte la letalità del virus. Le criticità però non mancano

Di Davide Leveghi - 31 ottobre 2020 - 04:01

TRENTO. Mentre il quadro del contagio nel mondo pare apprestarsi ad un ulteriore peggioramento, sono diversi i Paesi europei che adottano misure sempre più restrittive, tra il lockdown dichiarato in Francia e la Germania che appronta un regime di chiusura un po’ più morbido. L’Italia, da parte sua, vive questa seconda ondata con sempre maggiore preoccupazione. Il ricordo dei drammatici mesi di inizio anno tornano a farsi più vividi e l’esecutivo appare sempre più incline, dopo gli ultimi Dpcm di ottobre, ad adottare altre limitazioni, nel tentativo di scongiurare il lockdown totale, da più parti indicato come fatale per buone fette dell’economia nazionale (e di conseguenza per quella europea).

 

In tutto il Paese, d’altronde, le proteste contro le misure del governo non sono mancate da parte di quelle categorie che si vedono colpite maggiormente dalle chiusure o dalle restrizioni degli orari. Degenerate spesso in violenza, con l’abile regia delle formazioni estremiste di destra, queste proteste pongono, se vogliamo vederle, delle istanze tutt’altro che eludibili. È possibile immaginare altre forme di isolamento che mettano al riparo le categorie più esposte al contagio (e alle sue conseguenze fatali) e al tempo stesso diano più respiro all’economia e alle libertà dei cittadini? In un Paese tradizionalmente gerontocratico e sempre più vecchio la questione riserva non poche criticità, ma di fronte ad una situazione che rischia di essere ancora più tragica valutare tutte le alternative varrebbe forse la pena.

 

Dare una scorsa ai dati, come sempre, rappresenta il miglior punto di partenza. In Trentino, indicato da diverse statistiche come uno dei territori maggiormente colpiti, oltre 600 dei 686 decessi finora registrati interessano persone con più di 70 anni. A dare questo dato è il direttore del Dipartimento prevenzione dell’Apss Antonio Ferro. “Serve un’attenzione molto particolare per la popolazione ultrasettantenne – ha affermato nella conferenza stampa convocata via social nella giornata di giovedì 29 ottobre – i dati analizzati sulla mortalità sono molto chiari. Abbiamo nella categoria 75-85 un eccesso di mortalità che va dal 170 al 446%. Vuol dire che dei 686 morti avuti ne abbiamo più di 600 che sono collegati ad età superiori a 70 anni”.

 

Secondo un’analisi svolta dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) in Italia l’82% dei deceduti per Covid fino ad ora aveva più di 70 anni, percentuale che cresce al 94% nel caso in cui la fascia presa in considerazione “scende” agli ultra-sessantenni. Ciò significa, numeri in mano, che sui 38122 decessi registrati da inizio epidemia nel nostro Paese (dati del Ministero della Salute aggiornati alla giornata di giovedì 29 ottobre) ben 31260 avevano più di 70 anni, 35835 più di 60.

 

A suffragare questi dati, d’altronde, ci sono le stesse statistiche sulla mortalità. La “letalità plausibile” del virus Sars-Cov-2 cresce esponenzialmente con l’età, uccidendo meno di 5 persone su 10mila nella fascia d’età 30-39, ma oltre 7 persone ogni 100mila tra gli ultra-ottantenni. Qui di seguito tali dati vengono trasformati in forma visuale da un grafico prodotto proprio dall’Ispi (fonte Levin et al.).

 

 

Secondo il bollettino comunicato nella giornata di giovedì 29 ottobre dalla Provincia di Trento, i positivi registrati nelle ultime 24 ore sono stati 173, di cui 59 con più di 70 anni. Il 70% dei ricoverati (che attualmente sono 118 in area non critica a 9 in terapia intensiva) hanno più di 70 anni. Considerando il contagio nelle Rsa, che nella scorsa ondata aveva determinato una vera e propria strage, e che ora, purtroppo, pare essere tornata a far capolino, ci si chiede come si possa a questo punto far fronte a una situazione simile, evitando l’ipotesi catastrofica di un secondo lockdown totale.

 

C’è innanzitutto l’ipotesi della cosiddetta “immunità di gregge”, che significherebbe sostanzialmente lasciar correre il virus fino a quando una quota più o meno stimabile nel 70% della popolazione non si infetta. Tale via, guardando le proiezioni, non si può che scartare a priori: sarebbero 42 milioni, infatti, gli italiani che si contagerebbero prima che il virus freni la sua diffusione, cosa tra l’altro non del tutto scontata considerando che gli anticorpi, specie nella popolazione più anziana, si riducono con il passare del tempo.

 

Secondo i modelli matematici analizati da Ispi, la ricerca dell’immunità di gregge implicherebbe come detto 42 milioni di contagiati e tra i 430mila e 700mila decessi in più, pari a une percentuale superiore ai decessi di un anno tipo (circa 647mila nel 2019, equivalente all’1% della popolazione) quantificabile tra il 65 e il 110%. A preoccupare più di tutto vi sarebbe la questione del collasso del sistema sanitario. Le persone che necessiterebbero di cure in terapia intensiva sarebbero circa 110mila. Attualmente sono 1651, con situazioni già critiche in molti istituti ospedalieri in tutta la penisola, tra cui Bolzano, mentre il Veneto si appresta ad avviare i Covid hospital, avvicinandosi alla soglia dei 151 pazienti in terapia intensiva e dei 900 in area non critica richiesta per entrare nella “fase 3” del piano sanitario regionale.

 

Scartata questa via, in alternativa a quella adottata attualmente dall’esecutivo si pone l’ipotesi di isolamento di determinate fasce della popolazione. Un altro grafico elaborato da Ispi sulla base sempre di Levin e dell’Istat calcola il numero di morti dirette dovute al contagio nel corso di un anno solare sulla base (da sinistra a destra) di isolamenti mirati per fasce di popolazione. All’estrema sinistra vediamo lo scenario dell’immunità di gregge, che determinerebbe, in aggiunta alla mortalità non legata al Covid dell’1% della popolazione in un anno un altro 0,8%, pari a oltre 510mila decessi in questo caso direttamente legati al Covid.

 

 

Procedendo verso destra si notano invece gli effetti dell’isolamento per fasce di popolazione. Isolando gli ultra-ottantenni la mortalità diretta del virus si dimezzerebbe, mentre isolando gli ultra-sessantenni la mortalità scenderebbe allo 0,07%, pari a circa 10 volte meno ed equivalente a circa 43mila decessi. Per capirci, il numero di decessi annui sarebbe inferiore all’eccesso di mortalità registrato tra marzo e maggio, cioè la prima ondata dei contagi (49mila decessi). L’eccesso di mortalità diretta per Covid-19, dunque, scenderebbe da 460mila persone senza isolamento a 120mila (-74%) se si isolassero gli ultra-settantenni e a 43mila (-91%) se si isolassero gli ultra-sessantenni.

 

Detto ciò, è chiaro che anche un’ipotesi similare di isolamento per fasce porterebbe con sé non poche criticità. Dal punto di vista costituzionale in primis, da quello economico poi, passando per problematiche logistiche. Da punto di vista dell’economia nazionale, un lockdown selettivo per fasce d’età permetterebbe sì di evitare i contraccolpi più severi ma dati alla mano sappiamo quanto in media la popolazione italiana sia anziana. Su 25,9 milioni di lavoratori, in Italia 2,3 milioni (pari al 9% della forza lavoro) sono ultra-sessantenni (dati del 2019). Il 2,4%, pari a 600mila persone, sono invece ultra-sessantacinquenni, mentre gli ultra-settantenni sono lo 0,5%, pari a circa 130mila persone.

 

Se per molti l’ipotesi isolamento potrebbe comportare la riconversione del proprio lavoro in remoto, per tanti altri questa opzione non si pone, avendo magari attività che richiedono la presenza in negozio o sul luogo di lavoro. L’isolamento, peraltro, avrebbe complicanze logistiche non irrilevanti. Se da una parte ci sarebbe un alleggerimento (ma non uno scarico totale) della pressione sul sistema sanitario, dall’altra bisognerebbe capire le modalità di isolamento. In cosa consisterebbe fattivamente l’isolamento di certe fasce se quelle d’età inferiore continuassero a uscire di casa e a vivere la propria vita in semi-normalità? Quali conseguenza avrebbe sulle case degli italiani, sui nuclei familiari e quelli più in generale abitativi? Le questioni non sono di poco conto, ma se fermare il Paese potrebbe significare la catastrofe, forse è bene che si si ponga il quesito se valga la pena fermare solamente chi rischia maggiormente di essere più duramente colpito.

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