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Alpinismo | 20 maggio 2025 | 06:00

Due piccozze della prima ascesa dell'Everest a Trento: come sono arrivate dall’Himalaya alla biblioteca della Sat?

"Queste piccozze sono appartenute alla spedizione britannica sull’Everest del ’53, nella quale lo sherpa Tenzing Norgay ed il neozelandese Edmund Hillary raggiunsero per la prima volta nella storia la vetta della montagna più alta del mondo". Così esordisce Riccardo Decarli, mentre ci mostra i due cimeli. Attorno a noi un tesoro di corde, chiodi, scarpette e ramponi, appartenuti a chissà quali imprese e intrisi di chissà quali storie

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Festival AltraMontagna

Quello che Mario Rigoni Stern definiva “il rifugio più bello e duraturo realizzato dalla Sat”, la biblioteca, per molti anni ha dato riparo a diversi ospiti illustri. Tra questi, ce ne sono almeno un paio la cui storia è capace di far sognare ogni appassionato di alpinismo. Parliamo delle due piccozze che hanno partecipato alla prima ascesa dell’Everest, portate in dono dallo sherpa Tenzing Norgay in persona, le cui orme hanno calcato per la prima volta la vetta più alta del mondo.

 

Ormai da secoli simbolo della “conquista verticale”, la piccozza, come utensile ed estensione simbolica della presa umana sulla natura, è entrata ormai a far parte di un immaginario condiviso. Se poi quest’oggetto, dalla forma insieme primitiva e futuristica, diventa protagonista della più importante ascesa alpinistica nella storia dell’uomo, allora ha buon gioco ad affollare i sogni delle vecchie e nuove generazioni di alpinisti, nel ricordo di un alpinismo che fu e degli eroi che, colpo dopo colpo, ne hanno modellato la leggenda. 

 

Ad accoglierci alla biblioteca della Società Alpinisti Tridentini, è il custode Riccardo Decarli, una sorta di Erodoto trentino. Riccardo ci ha raccontato la storia di due piccozze speciali, con la segreta speranza che “le azioni degli uomini non vadano perdute con il tempo e le imprese grandi e meravigliose non restino senza fama”.

 

“Queste piccozze sono appartenute alla spedizione britannica sull’Everest del ’53, nella quale lo sherpa Tenzing Norgay ed il neozelandese Edmund Hillary raggiunsero per la prima volta nella storia la vetta della montagna più alta del mondo”. Con dissimulata leggerezza, così esordisce Decarli, mentre ci mostra i due cimeli appoggiati a una trave nella mansarda del palazzo. Tutto attorno a noi, un tesoro di corde, chiodi, scarpette e ramponi, appartenuti a chissà quali imprese e intrisi di chissà quali storie.


Come sono arrivate dall’Himalaya fin qui? “Nel 1957, il Trento Film Festival invitò una serie di alpinisti, i protagonisti delle più grandi scalate dell’epoca. Tra questi vi è anche Norgay, che portò in dono all'allora segretario del Festival, Giuseppe Grassi, due piccozze che fecero parte della spedizione organizzata da John Hunt. Questi cimeli rimasero in casa Grassi per molti decenni, fino a quando, l’11 gennaio 2008, il figlio di Giuseppe si offrì di lasciare le piccozze alla Società Alpinisti Tridentini. Casualmente - racconta Decarli con la passione negli occhi - lo stesso giorno in cui Edmund Hillary muore nell’ospedale di Auckland”. 

Al nostro tentativo di convincerlo che ci dev’essere un modo per poter dimostrare se quelle piccozze siano effettivamente appartenute ai due protagonisti, Decarli argina le mie aspettative; senza però riuscire a impedirmi di fantasticare. 

 

“Sono stato alla Royal a Londra, ho girato archivi e musei di esplorazioni e alpinismo, ce ne sono una marea. Le piccozze poi… all’epoca erano tutte uguali. Attribuirle è difficilissimo. Se tu vai all’Alpine Club a Londra, hanno la sala riunioni nel seminterrato, e come campanella per comunicare l’inizio delle riunioni ci sono le vecchie bombole di Mallory e Irvine, su cui picchiano con un martelletto. Ecco quelle sono originali, perché all’epoca nessuno usava bombole d’ossigeno, lì è evidente che sono originali. Per altri oggetti, a meno di incisioni o nomi scritti, cosa parecchio rara, magari puoi ricostruirne l’epoca, ma l’attribuzione precisa è davvero difficile”. 

 

Con una punta di autocompiacimento, poi, aggiunge: “Noi, su tutti gli oggetti di cui abbiamo potuto ricostruire con certezza la provenienza, abbiamo segnato l’origine e il proprietario. Quando è stato qui Messner ha strabuzzato gli occhi, perché il valore della nostra collezione è proprio questo, che di quasi tutti gli oggetti sappiamo il proprietario, comprese piccozze dell’Ottocento. C’è una storia dietro a tutto questo. Ci sono oggetti di cui abbiamo addirittura una foto di due secoli in cui sono ritratti”.

 

Ma da dove arrivano tutti questi tesori? “Noi non compriamo nulla, a meno che non sia qualcosa che era di nostra proprietà ed è stato sottratto, magari durante la guerra. È successo per esempio con il libro firme di un rifugio che era finito in mano a un privato. Per il resto, la nostra collezione viene tutta da donazioni. C’è gente che dona cose anche molto importanti e di valore, perché sa che qui c’è il personale adatto per la conservazione e per rendere fruibile i materiali”. 

 

“Purtroppo io sono talmente preso dai lavori quotidiani, di materiale ce n’è un’infinità. Anche di più importante delle piccozze. È qui in attesa che qualcuno venga a studiarlo, a fare ricerche. Abbiamo diverse collezioni di attrezzatura alpinistica, quasi novecento libri di vetta, più di cinquecento libri firme dei rifugi; abbiamo disegni di Depero, il primo album fotografico delle montagne trentine, del 1882, con le foto originali”. 

 

Dopo trent’anni da bibliotecario alla Sat, Decarli ha creato un legame profondo con ogni singolo pezzo della collezione; ne conosce l’origine, la storia, il viaggio che ha attraversato per arrivare ai suoi scaffali. Ha dunque misura della grandezza di ciò che ha tra le mani, e dell’importanza che la cura di questi cimeli e documenti assume nel raccontarci il nostro presente. Gli si legge in viso una punta di apprensione parlando della prossima pensione, forse proprio per il destino della sua collezione, forse per il senso di impotenza nel tentativo di dare forma a tutte le storie che affollano i suoi pensieri. Ad ogni modo, nel rammarico, c’è da leggere un invito ad ascoltare, ad appassionarsi, a studiare, a prendersi cura del proprio passato. Per chiunque voglia coglierlo, le porte della biblioteca saranno sempre aperte.

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