Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 06 luglio 2025 | 18:00

A volte è necessario che le ruspe lavorino sui ghiacciai. Perché? Il caso del Plaine Morte, il più grande altopiano di ghiaccio delle Alpi

In questi giorni sono state avvistate delle ruspe intente a scavare il ghiaccio. L’intervento viene ripetuto ormai ogni anno e serve a proteggere le popolazioni insediate a valle del grande ghiacciaio delle Alpi svizzere

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Forse non ne hai mai sentito parlare, ma il ghiacciaio della Plaine Morte, sulle Alpi svizzere, negli scorsi giorni è finito sotto i riflettori. E non per la bellezza del suo paesaggio, bensì per le immagini che ritraggono ruspe e mezzi meccanici all’opera sulla sua superficie. Cosa sta succedendo lassù?

 

Prima di capirlo facciamo un passo indietro e scopriamo qualche dettaglio in più su questo ghiacciaio. Il ghiacciaio di Plaine Morte  è un importante e frequentato ghiacciaio alpino che si trova in Svizzera, nel cantone Vallese. Cominciamo a porre l’attenzione sul suo nome. Tradotto in italiano significa letteralmente il ghiacciaio “della piana morta”. Il motivo del toponimo è da ricondursi a due elementi. Il primo è la caratteristica più importante del ghiacciaio: a differenza del tipico ghiacciaio alpino, sviluppato tra ripidi versanti e accidentati impluvi, questo ghiacciaio è perfettamente piatto. Una grande distesa pianeggiante di ghiaccio, sviluppata intorno a 3000 metri di quota e circondata da dolci cime. La parte centrale del ghiacciaio, estesa per circa 5 chilometri quadrati, si estende con pendenze inferiori ai 5°, quasi una tavola da biliardo.

 


L'altipiano glaciale del Plaine Morte, fotografia di Björn S...

I glaciologi considerano questo apparato il più grande altopiano di ghiaccio delle Alpi. E così abbiamo spiegato la prima parte del nome. Il riferimento alla morte riprende invece l’atavica avversione delle genti di montagna nei confronti dei ghiacciai. Luoghi un tempo considerati pericolosi, sterili e inutili. Morti per l’appunto. Il fatto di avere una morfologia così dolce ha forse agevolato una minima frequentazione anche in epoche lontane, contribuendo alla nascita di questo nome un poco tetro.

 

Del Plaine Morte conosciamo moltissi dettagli. Esso non è infatti solo un grande ghiacciaio. Essendo facilmente accessibile tramite gli impianti di Cras-Montana, il ghiacciaio è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto che richiama da decenni scienziate e scienziati.

 

Dopo questa doverosa introduzione torniamo al punto centrale: le ruspe in azione sul ghiacciaio. Quello che potrebbe sembrare un intervento sconsiderato (molti avranno ricordato le ahimè celebri ruspe in attività sui ghiacciai del Monte Rosa per preparare piste da sci mai utilizzate) ha in realtà lo scopo di mitigare il rischio idrogeologico.

 

Cerchiamo di capire meglio. Il Plaine Morte, a causa della morfologia piatta e delle scarse pendenze, è un ghiacciaio favorevole alla formazione di laghetti sopra- ed epi-glaciali. Laghi effimeri sviluppati sulla superficie del ghiacciaio o al contatto tra ghiaccio e roccia circostante. Nei classici ghiacciai alpini le pendenze e la topografia impervia aiutano l’acqua di fusione a muoversi verso il basso e ad essere smaltita al di fuori del ghiacciaio. Su un ghiacciaio piatto questi processi avvengono con maggior difficoltà. E così al tempo del cambiamento climatico, con temperature più alte che intensificano la fusione, la formazione di laghetti sul Plaine Morte è diventata più frequente.

 


Il lago Faverge all'inizio dell'estate, il più grande che si sviluppa sul Plaine Morte. Fotografia di geopraevent.ch

Il decorso naturale di questi laghi era la lenta scomparsa durante i mesi estivi e autunnali, prima che il gelo e la neve li celasse alla vista. L’acqua veniva drenata dai condotti endoglaciali che si sviluppano nella stagione estiva. Negli ultimi anni le cose sono però andate diversamente sul Plaine Morte. Alcuni dei laghi sono infatti andati incontro a svuotamenti improvvisi che hanno generato pericolose ondate di piena. Parliamo dei temibili GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), che soprattutto in Himalaya possono assumere proporzioni impressionanti e distruggere intere vallate facendo centinaia di vittime.

 


Mezzi al lavoro sul ghiacciaio. Fotografie tratte dall'account Instagram wo_andere_aufgeben

A innescare i GLOF è l’improvviso cedimento di setti interni al ghiacciaio e la conseguente l’apertura di nuove vie di scorrimento per l’acqua che improvvisamente defluisce a valle. Nel caso del Plaine Morte lo svuotamento dei laghi ha prodotto nel 2011 e nel 2018 danni ingenti per le comunità insediate a valle del ghiacciaio. Per limitare i danni e prevedere questi eventi sono state adottate due soluzioni. In primis è stato sviluppato un sistema di monitoraggio dei laghi. In secondo luogo, per il lago più grande, è stato scavato uno sfogo all’interno del ghiaccio che facilita il continuo svuotamento. Ecco cosa riprendono quelle fotografie. Ruspe e mezzi negli scorsi giorni hanno riattivato il drenaggio artificiale del lago, pulendo lo sfogo scavato nel ghiaccio che impedisce l’accumulo di acqua nel lago.

 

Qualcuno potrà storcere il naso nel vedere un mezzo meccanico in attività sul ghiacciaio. A prima vista si potrebbe avvertire un certo contrasto nell’osservare uno strumento di quel tipo all’opera in uno degli ambienti simbolo della natura selvaggia e incontaminata. Non dimentichiamo però che ci troviamo sulle Alpi, tra le montagne più popolate e antropizzate del mondo. Ridurre il rischio per le comunità che abitano queste montagne passa anche attraverso interventi di questo tipo.

Contenuto sponsorizzato