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Ambiente | 08 settembre 2025 | 18:00

Assalto dei fungaioli ai boschi della Toscana: "La sensibilizzazione non basta, serve un intervento normativo". Il numero chiuso può essere una soluzione?

Sono settimane di vera e propria "febbre da porcino" in Toscana. Dalla montagna pistoiese alla Garfagnana, fino all’Amiata e alla Lunigiana, i boschi si riempiono di cercatori armati di cestino. Ogni anno si ripropone lo stesso problema e affidarsi alla buona volontà dei singoli sembra non essere più sufficiente. Un’alternativa arriva dall’Associazione 'Foreste e funghi La Piastra'

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il quotidiano Il Tirreno segnala l’esplosione della “febbre da porcino” tra le montagne della Toscana: il numero degli appassionati è in crescita e composto da persone sempre più determinate; qualcuno, vendendo il bottino, riesce addirittura a farne un secondo lavoro. Purtroppo, però, questa nuova ondata di fungaioli non è priva di conseguenze sull’ambiente.

 

I potenziali rischi di questa moda non si limitano all’impatto visibile delle lunghe code di auto ai margini dei boschi della Garfagnana e dell’Amiata, ma hanno degli effetti rilevanti sull’ecosistema. Dell’importanza dei funghi per l’ambiente ne aveva già parlato la micologa Monica Fontanari a L’AltraMontagna (in questo articolo), facendo luce sui rischi di una raccolta non coscienziosa.

 

Ora, però, il numero dei fungaioli sta superando una soglia limite, e, come spesso accade, l’aumento porta ad una maggior leggerezza e mancanza di consapevolezza delle pratiche corrette da adottare. Qualcuno del settore è giunto addirittura a proporre di adottare il numero chiuso.

 

A manifestare preoccupazione, ai microfoni de Il Tirreno, è Federico Pagliai, scrittore e fungaiolo: “Il bosco deve essere visto come un contenitore. Più di un certo numero di persone non può accogliere. E poi c’è bisogno di preparare, sia sotto l’aspetto della sicurezza che della raccolta. Sono convinto che negli anni sono andate perdute tante fungaie”.

 

Il concetto è sempre lo stesso e rischia ormai di apparire ripetitivo: senza regole e formazione si va a compromettere un ecosistema già fragile di per sé.

 

Lo sottolinea anche Francesco Benesperi, responsabile dell’Unione dei Comuni della montagna pistoiese, che ricorda le norme vigenti: due giorni di stop settimanale alla raccolta e limiti precisi per residenti e non residenti. “Il fungo - spiega a Il Tirreno - svolge un’azione fondamentale nell’ecosistema e aiuta la degradazione della materia organica morta. È per questa ragione che bisognerebbe insegnare e sensibilizzare»

 

Eppure esperienze come quella dell’Associazione Foreste e funghi La Piastra, sull'Abetone, mostrano che un modello diverso è possibile: mille ettari di bosco gestiti con un numero chiuso di accessi e con i ricavi reinvestiti sul territorio. “Hanno cominciato a fare i funghi e molti raccoglitori sono venuti", spiega Matteo Guidi, referente dell'Associazione. "Noi facciamo il biglietto ad un numero di persone limitato in modo che l’ambiente sia salvaguardato”.

 

Sotto l’aspetto della comunicazione, ai media non resta che puntare a sensibilizzare il nuovo pubblico che si affaccia a questa pratica. Con quest’intenzione, lo scorso mese pubblicavamo un vademecum (in questo articolo), sempre a opera dell’esperta micologa Monica Fontanari, che illustrava i comportamenti nocivi e offriva una serie di buoni consigli per evitare danni da “fungaiolo improvvisato”.   

 

Tuttavia, la diffusione di questa pratica su scala così ampia mette in allarme, e suggerisce l’urgenza di interventi sistematici. Si tratta di un tema che, come sottolinea lo stesso Pagliai, non può più essere rimandato alla sola buona volontà dei singoli: “Ogni anno si torna a parlare di questo argomento che sappiamo tutti dovrebbe essere rivisto nella regolamentazione. Qui dovrebbe intervenire anche la politica”.

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