Dall'Amazzonia alle Alpi, foreste in vendita? Quali sono le scorciatoie magiche per "neutralizzare" un sistema economico che immette più CO₂ di quanta ne rimuove?

A COP30 i crediti di carbonio al centro del dibattito. Nelle prime giornate a Belém sono state le foreste a catalizzare discussioni, tensioni e attese. Fermare la deforestazione, ricostruire un sistema credibile di compensazioni, affrontare il nodo dei crediti forestali: è qui che si gioca una parte decisiva della Conferenza delle Parti, e non solo per il Brasile che ospita l’evento

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Conclusa la prima settimana di COP30, la conferenza entra nel vivo con molte questioni ancora aperte: dall’ipotesi di una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili nei prossimi dieci anni al nuovo Belem Action Mechanism per la transizione giusta, fino al negoziato sull’Obiettivo Globale sull’Adattamento. Ma più di ogni altro tema, nelle prime giornate a Belém sono state le foreste a catalizzare discussioni, tensioni e attese. Fermare la deforestazione, ricostruire un sistema credibile di compensazioni, affrontare il nodo dei crediti forestali: è qui che si gioca una parte decisiva della COP, e non solo per il Brasile che ospita l’evento.
La presidenza brasiliana ha preparato per mesi il lancio del Tropical Forest Forever Facility (TFFF), il suo progetto-bandiera: un fondo pensato per sostenere la conservazione delle foreste tropicali e creare finalmente un meccanismo finanziario su larga scala. Il fondo, nelle intenzioni, dovrebbe raccogliere fino a 25 miliardi di dollari, da moltiplicare attraverso strumenti finanziari in un veicolo da 125 miliardi. Per ora gli impegni arrivano a 5 miliardi, con Norvegia e Francia pronte a contribuire e la Germania attesa a breve. Lula, alla presentazione a Belém, ha rivendicato il carattere “senza precedenti” dell’iniziativa: foreste più preziose da vive che da abbattere, e un modello che remunera i Paesi per ogni ettaro conservato. Brasile, Colombia, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo sono tra i principali beneficiari.
Il TFFF, tuttavia, è diventato fin da subito un terreno di confronto politico e sociale. La prima settimana della COP è stata infatti segnata dall’intervento continuo e organizzato dei popoli originari e tradizionali dell’Amazzonia: comunità indigene, quilombolas, afrodiscendenti, ribeirinhos. Con manifestazioni quotidiane, l’ingresso simbolico negli spazi riservati ai negoziatori e la grande marcia di sabato, che ha portato oltre 50 mila persone per le strade di Belém, questi gruppi hanno messo al centro un messaggio semplice e radicale: nessuna politica forestale potrà essere efficace se ignora chi abita quei territori e ne sostiene da secoli la tutela.
Qui i due fili della COP — lotta alla deforestazione e partecipazione dei popoli originari — si intrecciano e si scontrano. Proprio le compensazioni forestali e, più in generale, la finanziarizzazione delle foreste sono state indicate dai movimenti come false soluzioni, capaci di trasformare beni comuni globali in attività speculative. La Cupola dei Popoli, nel documento consegnato alla presidenza brasiliana, ha espresso il timore che “un programma finanziarizzato come il TFFF non possa garantire trasparenza, controllo democratico e benefici reali per le comunità direttamente colpite”.
Ma è lo stesso mondo della finanza a sollevare varie criticità: il fondo utilizza un modello di finanza mista pubblica e privata che punta a generare rendimenti superiori agli impegni verso gli investitori, usando il differenziale per finanziare la conservazione. Ma, come avvertono analisti di BloombergNEF, quel differenziale non è “un rubinetto di denaro”, bensì un premio di rischio esposto all’instabilità dei mercati emergenti. Con una conseguenza potenzialmente paradossale: performance negative annullerebbero i pagamenti per la tutela delle foreste e potrebbero persino trasferire le perdite sugli enti pubblici di sviluppo.
Sul tavolo restano questioni cruciali: la necessità di condizioni di trasparenza, di una governance realmente partecipata e del consenso informato delle comunità. Il governo brasiliano ha tentato una risposta annunciando la creazione, presso la presidenza del Consiglio, di una cabina di regia permanente su Amazzonia e progetti forestali, con l’obiettivo di coinvolgere i territori attraverso conferenze locali. Ma il rischio che anche iniziative nate con buone intenzioni si trasformino in forme di estrattivismo finanziario calate dall’alto è percepito come reale e non marginale.
A complicare il quadro interviene un dato tecnico che molti preferiscono non guardare in faccia: secondo il Land Gap Report 2025 non esistono superfici sufficienti per sequestrare, tramite ecosistemi terrestri, tutta la CO₂ che governi e imprese prevedono di compensare. E con l’avanzare del riscaldamento globale, il suolo — tra siccità, incendi ed eventi estremi — immagazzina meno carbonio del previsto. Uno scenario che riduce ulteriormente l’affidabilità delle compensazioni come strategia climatica primaria.
Il tema non riguarda solo l’Amazzonia. Anche in Italia i crediti di carbonio sono tornati nel dibattito con il nuovo Registro nazionale dei crediti forestali, istituito un mese fa (ne abbiamo parlato in QUESTO ARTICOLO). Il registro punta a mettere ordine in un mercato segnato per anni da opacità, stime gonfiate e crediti rivenduti più volte, e che aveva perso credibilità dopo gli studi del 2023 sui progetti sovrastimati nei Paesi in via di sviluppo. Con il nuovo sistema, gestito dal CREA, ogni credito corrisponde a una tonnellata di CO₂ rimossa tramite progetti di gestione forestale verificati periodicamente. Per poter vendere crediti, privati ed enti dovranno dotarsi di piani di gestione: un passo avanti in un Paese in cui solo il 15-20% dei boschi ne ha uno, nonostante siano essenziali per prevenire danni climatici e tagli impropri.
L’istituzione del Registro nazionale dei crediti forestali può diventare un modello positivo di collaborazione tra pubblico, privato e territori: il valore ecologico dei boschi italiani si traduce anche in valore economico e sociale, generando risorse per la gestione attiva e benefici diretti per le comunità locali. Perché questo potenziale si realizzi, è però essenziale che il sistema si fondi su trasparenza, verifiche indipendenti e una reale attenzione all’interesse dei territori. Troppo spesso, infatti, la montagna — nel contesto della transizione ecologica — viene sottoposta a logiche esterne che poco hanno a che fare con le sue esigenze: molti progetti per nuove infrastrutture, impianti idroelettrici, dighe e bacini idrici lo dimostrano. Assicurare che anche il mercato volontario dei crediti forestali non riproduca queste dinamiche è parte integrante della sfida.
A ciò si aggiunge una dinamica spesso ignorata: i boschi italiani stanno sì aumentando, ma soprattutto alle quote elevate, mentre si riducono i preziosi boschi dei fondovalle e delle aree periurbane, habitat fondamentali per specie che non vivono nei piani montano e subalpino. Proteggerli dalle pressioni dell’agricoltura intensiva e dell’urbanizzazione significa preservare un mosaico di biodiversità e mantenere un paesaggio resiliente.
Alla fine, il nodo torna sempre lì: tutelare le foreste è indispensabile, ma non principalmente per compensare emissioni che continuano a crescere anno dopo anno. La protezione forestale non può essere presentata come scorciatoia magica per “neutralizzare” un sistema economico che immette più CO₂ di quanta ne rimuova. Ha senso solo dentro una strategia che metta al centro dati, scienza, pianificazione e — soprattutto — partecipazione democratica. Dall’Amazzonia alle Alpi, dal TFFF al Registro italiano, per evitare che l’ennesima promessa di salvezza si trasformi in un nuovo terreno di speculazione.
Fotografia in apertura: la deforestazione in Amazzonia ha distrutto un'area grande quanto la Francia e rappresenta quasi la metà delle emissioni del Brasile (foto di Bruno Kelly) // Il Tropical Forest Forever Facility è stato presentato dalla presidenza brasiliana in apertura della COP30 di Belém (foto di Alex Ferro-Cop30)












