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Ambiente | 10 settembre 2025 | 18:00

"Fino ai primi anni Novanta le valanghe erano regolari, poi è arrivata la svolta". Storia di 92.000 piantine che aiutano a capire il ruolo protettivo delle foreste

Nel 1975, le piantine di pino cembro, pino mugo e larice furono messe a dimora da un gruppo di ricercatori su un ripido versante con pendenza di circa 38 gradi, posto dai 2.080 ai 2.230 metri di quota. Uno speciale rimboschimento realizzato con l’obiettivo di comprendere quanto sia efficace e come cambi nel tempo la funzione di protezione dalle valanghe di una foresta. Cinquant'anni dopo, i risultati si sono rivelati molto preziosi per pianificare gli interventi futuri, anche nel contesto della crisi climatica

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Molto spesso le buone ricerche scientifiche hanno bisogno di tempo per portare a risultati interessanti e degni di nota, soprattutto se ad essere indagati sono gli alberi e le loro funzioni.

 

È sicuramente il caso del sito sperimentale di Stillberg, vicino a Davos, in Svizzera, dove 50 anni fa, nel 1975, è stato realizzato uno speciale rimboschimento con l’obiettivo di comprendere quanto sia efficace e come cambi nel tempo la funzione di protezione dalle valanghe di un bosco. All'epoca i ricercatori avevano piantato circa 92.000 piantine di pino cembro, pino mugo subspecie uncinata e larice su di un ripido versante con pendenza di circa 38 gradi, posto dai 2.080 ai 2.230 metri di quota: si tratta di uno dei più datati e importanti esperimenti a lungo termine al di sopra della cosiddetta “tree line”, la linea di crescita naturale degli alberi.

Per cinque decenni gli scienziati hanno monitorato lo sviluppo della piantagione, misurando regolarmente la crescita delle piante, la copertura nevosa e ovviamente le valanghe: ben 214 nell’intero periodo di osservazione.

 

“Fino ai primi anni Novanta le valanghe erano regolari”, spiega il WSL - Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio - in una nota, “poi nel 1998 è arrivata la svolta”.

 

“Da allora le valanghe sono diminuite notevolmente, incidendo quasi soltanto in singoli canaloni dove la maggior parte degli alberi è morta precocemente”, spiega il ricercatore Peter Bebi, Responsabile di gruppo “Alpine Environment and Natural Hazards Mountain Ecosystems” del WSL.

Grazie a questo studio di lungo periodo i ricercatori hanno compreso che gli alberi prevengono davvero le valanghe solo quando sono alti almeno il doppio del manto nevoso, ma non solo. Anche la specie gioca infatti un ruolo importante. “Le conifere sempreverdi trattengono più neve”, spiega Peter Bebi, “e questo è importante perché più neve rimane sulle cime degli alberi, più basso e irregolare rimane il manto nevoso. Ciò significa che gli strati deboli che innescano le valanghe non si formano quasi mai. Una foresta di larici puri (specie che perde gli aghi in inverno) è quindi meno efficace di una foresta con pini cembri o abeti rossi”.

 

“All'inizio era difficilmente prevedibile che oggi si potesse ottenere una funzione protettiva così buona nella maggior parte dell'ex area valanghiva al di sopra del vecchio limite degli alberi”, sottolinea Bebi. “Solo nella parte superiore dei singoli canaloni, dove le valanghe hanno danneggiato i giovani alberi o li hanno fatti morire precocemente a causa del manto nevoso duraturo, dei paravalanghe avrebbero portato a risultati ancora migliori”.

 

Oggi, cinquant’anni dopo, i responsabili della gestione forestale e dei pericoli naturali possono utilizzare i risultati a lungo termine delle ricerche svolte nel sito di Stillberg per comprendere meglio dove ci si può aspettare una funzione protettiva affidabile in futuro e come migliorare la protezione dalle valanghe utilizzando tecniche di rimboschimento adeguate. Nell’area di studio, ad esempio, i canaloni non si sono rivelati adatti alla crescita degli alberi: qui le piantine sono state danneggiate di continuo dal movimento della neve e dalle valanghe ricorrenti. In queste situazioni servono quindi interventi tecnici aggiuntivi, come piccole terrazze o cumuli di terra, per permettere così alle giovani piante di attecchire.

 

Altre riflessioni possono essere fatte sull’uso di alcune specie rispetto ad altre. L’abete rosso, ad esempio, potrebbe rivestire un grande potenziale per aumentare la protezione dalle valanghe alle quote più elevate, soprattutto se piantato insieme a larici e pini cembri, purché la foresta non diventi troppo uniforme. Un’eccessiva presenza del peccio, infatti, potrebbe mettere a rischio la futura resilienza di questi boschi, in quanto la specie è più vulnerabile a fenomeni naturali come schianti da vento o infestazioni di bostrico: problemi che, con il cambiamento climatico in atto, si prevede diventeranno più frequenti anche in alta quota.

Il cambiamento climatico giocherà un ruolo importante anche nella pianificazione dei progetti futuri. “I larici, in particolare, hanno beneficiato delle temperature più calde degli ultimi anni, dimostrando che i boschi di protezione dalle valanghe potranno essere efficaci anche ad altitudini più elevate nel prossimo futuro”, spiega Peter Bebi. “Tuttavia, se prevale una sola specie arborea o se gli alberi hanno la stessa età, aumentano anche i rischi per la conservazione a lungo termine della funzione protettiva”. La raccomandazione è quindi di promuovere delle strutture diversificate in quelle foreste montane di alta quota dove la funzione di protezione dalle valanghe è considerata un elemento fondamentale, ad esempio perché poste a monte di paesi o infrastrutture.

 

I risultati della ricerca a Stillberg, riassunti in un articolo scientifico a cui hanno partecipato anche ricercatrici e ricercatori italiani (Natalie Piazza, Alessandra Bottero, Marco Marcer e Giorgio Vacchiano) hanno dimostrato che un rimboschimento può ridurre in modo significativo l’attività valanghiva nel tempo, offrendo una protezione naturale via via sempre più efficace nelle aree a rischio; la ricerca ha anche rivelato che, per ottenere questi benefici, è necessario valutare con attenzione le condizioni locali prima di piantare nuovi alberi, scegliendo con lungimiranza le specie da mettere a dimora. Ma soprattutto, questa ricerca che va avanti da cinquant’anni dimostra l’importanza degli studi di medio-lungo periodo sulla vegetazione: ricerche che necessitano di investimenti costanti, di uno sforzo (e di una passione) da tramandare di generazione in generazione di studiosi, ma che possono portare a risultati concreti e davvero interessanti.

 

 

 

Foto e video: WSL
Lo studio scientifico con i risultati della ricerca è disponibile qui

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