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Ambiente | 29 ottobre 2025 | 18:00

Il bosco che prima di Vaia era già stato abbattuto da un altro evento estremo (VIDEO): nel frattempo era ricresciuto

In occasione del settimo anniversario della tempesta Vaia, proponiamo un breve e interessante filmato che mette a confronto due forestali che si sono trovati a gestire emergenze per alcuni aspetti simili: Paolo Kovatch, direttore dell’Ufficio tecnico e gestionale dell’Agenzia delle foreste demaniali trentine durante la tempesta Vaia, e Donato Nardin (Tello), amministratore delle stesse Foreste demaniali nel 1966, anno dell'alluvione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In occasione del settimo anniversario della tempesta Vaia abbiamo pensato di proporre un breve e interessante filmato, realizzato dalla Fondazione Museo Storico del Trentino e pubblicato sul canale Youtube di Compagnia delle Foreste.

 

Il filmato è curioso perché mette a confronto due forestali che si sono trovati a gestire emergenze molto simili: il dott. Paolo Kovatch, direttore dell’Ufficio tecnico e gestionale dell’Agenzia delle foreste demaniali trentine durante la tempesta Vaia, e il dott. Donato Nardin (Tello), amministratore delle stesse Foreste demaniali nel 1966. Anche in quell’anno ci furono infatti numerosi schianti a seguito della nota alluvione che colpì il Trentino. I danni alle foreste furono gravi, ma molto minori di quelli avvenuti nel 2018: nel 1966 si verificarono infatti circa 700 mila metri cubi di schianti da vento, la maggioranza dei quali concentrati in Val Cadino, a fronte dei circa 8 milioni avvenuti in tutto il Trentino nel 2018.

 

In questo filmato si parla di una mappa storica della Val Cadino, che viene anche mostrata in alcune scene: è la stessa mappa raccontata in Sottocorteccia. Un viaggio tra i boschi che cambiano, il libro di Pietro Lacasella e Luigi Torreggiani edito da People, per spiegare il nesso tra Vaia e il cambiamento climatico.

 

Oltre al video, visibile qui sotto, riportiamo quindi un estratto del libro, interessante a nostro avviso per contestualizzare questi due eventi alla luce delle conoscenze oggi disponibili sul rapporto tra eventi estremi come Vaia e riscaldamento globale.

 

Del video, però, vi invitiamo a cogliere anche un altro particolare: durante il dialogo tra i due forestali emerge un aspetto curioso e non sempre affrontato a dovere, ma molto importante perché in grado di donare speranza. Dal 1966 al 2018, in poco più di 50 anni, quei boschi distrutti erano completamente ricresciuti. Anche i boschi colpiti da Vaia e dalla successiva epidemia di bostrico ritorneranno, stanno anzi già ritornando. E saranno per fortuna molto diversi dai precedenti: aiutati da piantagioni miste, realizzate con criteri moderni e da una gestione forestale più attenta alle esigenze climatiche future, si riveleranno più resilienti a nuovi eventi estremi connessi alla crisi climatica.

 

Vaia, una mappa e tre indizi

 

“Guardate che bellezza questa mappa, tutta disegnata a mano!”

 

Un grande foglio un po’ ingiallito e tagliato lungo alcune pieghe viene disteso su un tavolone di legno già ingombro di libri, faldoni e documenti. È una mappa degli anni Sessanta, sulla quale sono stati tracciati e colorati poligoni irregolari: chiazze rosse, alcune piccole, altre enormi, sparse lungo tutto il territorio cartografato. Osservato da lontano, sembra che quel vecchio documento sia macchiato di sangue. Avvicinandosi, si nota che su ogni poligono sono state disegnate delle frecce, o forse degli abeti stilizzati. In alto a sinistra, con un sobrio e antico carattere senza grazie, è scritto: “Foresta di Cadino”.

 

“Ogni area colorata di rosso corrisponde a uno schianto da vento avvenuto durante la grande alluvione del 1966. Le frecce indicano la direzione in cui le piante sono state abbattute. Abbiamo scansionato questa mappa storica e l’abbiamo sovrapposta alle foto aeree scattate dopo Vaia: è impressionante come le aree colpite, in alcuni punti, siano esattamente le stesse”.

 

Nella stanza cala il silenzio. Ci osserviamo, interrogativi. Tutti coviamo dentro la stessa domanda, che nessuno però osa esplicitare ad alta voce: Ma se lo stesso evento è avvenuto nel 1966… allora cosa c’entra la crisi climatica?

 

Ero con Ferdinando Cotugno, il giornalista assieme al quale, per Compagnia delle Foreste e il quotidiano Domani, ho realizzato il podcast “VAIA - alberi, esseri umani, clima”. Stavamo raccogliendo interviste nelle aree colpite e quella mappa antica ci aveva instillato un punto di domanda fondamentale, da approfondire con cura. È vero, Vaia aveva fatto molti più danni ai boschi rispetto all’evento meteorologico del 1966, e su di un’area decisamente più vasta. Ma un evento analogo c’era già stato, in “tempi climatici non sospetti”: a questo fatto storico, non a caso, si erano appellate molte persone per sostenere che Vaia non sarebbe affatto attribuibile alla crisi climatica, ma si tratterebbe semplicemente di un evento naturale, ciclico.

 

Per analizzare il punto di domanda nato di fronte alla mappa del 1966, io e Ferdinando avevamo chiesto un parere sul legame tra Vaia e il riscaldamento globale a Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale e amico, grande esperto di modellizzazione e di rapporto tra foreste e clima.


“Vaia è stato un ciclone extratropicale, cioè una grande area meteorologica caratterizzata da bassa pressione. Le depressioni come Vaia sono causate dall’incontro tra una massa d’aria fredda di provenienza polare e una massa d’aria calda che viene da sud. I due fronti sono spinti l’uno incontro all’altro dalla corrente a getto, il nastro trasportatore d’aria che scorre a grande velocità appena sotto la stratosfera e che perturba l’equilibrio meteorologico, da cui il nome perturbazione. A causa delle differenze di temperatura si forma un forte vento, mentre l’aria fredda, più densa, si incunea sotto l’aria calda, sollevandola e facendo condensare il vapore acqueo che poi cade a terra sotto forma di pioggia”.

 

“Di per sé sono fenomeni quotidiani che, insieme agli anticicloni, caratterizzano il tempo meteorologico su gran parte della Terra” aveva sottolineato Vacchiano. “Diverse situazioni, tuttavia, hanno contribuito a rendere Vaia una perturbazione straordinaria. Su Vaia esistono infatti almeno tre indizi importanti che ci fanno pensare che questo evento sia stato quantomeno rafforzato dal cambiamento climatico causato dall’uomo”.

 

Un indizio non fa una prova, si dice nei libri gialli, ma tre indizi iniziano a essere tantini.

 

“Sappiamo innanzitutto che il cambiamento climatico modifica la traiettoria della corrente a getto, portandola a formare dei grandi meandri verso sud che si spingono più spesso alle nostre latitudini. Aumenta quindi la probabilità di ingresso di aria fredda, quella che innesca la formazione del ciclone”.  

 

Ecco il primo indizio, a cui Giorgio aveva fatto seguire immediatamente il secondo: “Abbiamo chiaro anche che, in quel periodo, il mar Mediterraneo era molto più caldo del normale, fino a tre gradi in più, come risultato di ripetute ondate di calore estive. Un mare caldo riscalda l’aria che lo ricopre, aumentando le differenze di temperatura con il fronte freddo e, di conseguenza, l’intensità del vento”.

 

Anche questo secondo indizio, quello più raccontato dai media nelle prime ore dopo l’evento, ci era apparso decisamente solido, ma Vacchiano aveva voluto dare eguale importanza anche al terzo, più sfuggente, ma non meno determinante: “Sappiamo che, per ogni grado in più di temperatura, l’atmosfera può contenere il 7 per cento in più di vapore acqueo. Questo vapore si condensa durante la genesi del ciclone e ciò può aumentare molto l’intensità di pioggia”.

 

Vaia viene sempre ricordata per il vento, ma non bisogna dimenticare che è stato anche un grande evento di pioggia: in soli tre giorni, sulle montagne del Veneto sono scesi oltre 700 millimetri d’acqua, un record assoluto per diverse stazioni meteorologiche della zona.

Sottocorteccia è ordinabile in tutte le librerie oppure acquistabile sul sito di People

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