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Ambiente | 29 luglio 2025 | 18:00

La Sicilia brucia di nuovo. L'esperto: "Nell'abbandono diffuso le fiamme trovano continuamente combustibile perfetto per autoalimentarsi. Bisogna cambiare rotta"

La nota Riserva dello Zingaro, ma non solo: come ormai in ogni estate, la Sicilia è travolta da devastanti incendi che coinvolgono boschi e aree agricole, mettendo in pericolo anche gli abitati. Una situazione che affonda le radici nell'illegalità diffusa, ma anche nell'abbandono del territorio rurale. Nel mezzo della crisi climatica investire nella sola lotta non basta più: occorre una gestione integrata che comprenda la gestione attiva dei territori e il coinvolgimento delle comunità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

È estate e la Sicilia brucia (ne abbiamo parlato qui). Leggendo le notizie di cronaca degli ultimi giorni sembra di assistere ad un film già visto tante, troppe volte. Come spesso accade, sui giornali e in TV si parla di “caccia ai piromani”, senza indagare a fondo fattori e concause che determinano una situazione ormai cronica. Anche questo è parte di quel film, che si ripete tristemente uguale a sé stesso. Ma è proprio a partire dall’analisi approfondita di cosa sta dietro, anno dopo anno, ad intere montagne invase dalle fiamme che è possibile capire il fenomeno e così provare a risolverlo alla radice. La complessità è ancora una volta la chiave per aprire la porta delle soluzioni realmente applicabili.

 

“La situazione anche quest’anno è molto grave, come lo è stato nelle estati precedenti”, spiega a L’AltraMontagna Donato Salvatore La Mela Veca, docente di Selvicoltura e Pianificazione forestale e Antincendio all’Università degli Studi di Palermo, “questa piaga si ripete uguale a sé stessa per un semplice motivo: quel poco che è stato fatto per arginare il problema non è stato indirizzato nella giusta direzione”. Il docente si riferisce agli investimenti pubblici sull’antincendio, utilizzati soprattutto per rafforzare il sistema di lotta, sostanzialmente ignorando le attività di prevenzione.

“Il primo passo da compiere per comprendere davvero questi incendi è studiarne in modo approfondito la natura. Si sa che sono praticamente quasi tutti opera dell’uomo, ma non si studia abbastanza da quali contesti derivano. Molti inneschi, ad esempio, nascono da pratiche illegali: abusivismo edilizio, gestione illecita dei rifiuti, pascolo abusivo. E tanti incendi, sempre più spesso, partono dalle periferie urbane per poi diffondersi alle zone agricole o forestali, non viceversa”.

 

Incendi quindi come specchio di una galassia di piccole e grandi situazioni di illegalità diffusa, ma non solo. Secondo La Mela Veca il secondo passo da compiere è infatti quello di analizzare il territorio in cui le fiamme avanzano velocemente e senza freni. “Molte aree interne dell’isola sono spopolate e c’è un abbandono diffuso delle pratiche agro-silvo-pastorali”, spiega il docente, “è in questo contesto che le fiamme trovano continuamente combustibile perfetto per autoalimentarsi”.

 

Il terzo passo da compiere nella comprensione del fenomeno è infine quello di analizzare come funziona la lotta agli incendi boschivi, una volta che le fiamme prendono campo. “Il sistema purtroppo è obsoleto, non progettato per tenere conto delle mutate condizioni vegetazionali e climatiche che determinano sempre più spesso la presenza di grandi incendi di difficile estinzione”, spiega La Mela Veca. “Uno dei problemi più gravi che sarebbero da affrontare urgentemente è che le competenze in materia di antincendio sono distribuite tra più istituzioni. Ad esempio, le attività di spegnimento sono in capo al Corpo Forestale Regionale, mentre quelle di prevenzione al Dipartimento per lo Sviluppo Rurale e Territoriale della Regione. Dipartimenti diversi, distribuiti in assessorati diversi, che spesso non collaborano o comunque non agiscono in modo sinergico”.

L’Università di Palermo è da tempo in prima linea per cercare di spronare la politica regionale nell’affrontare il problema in modo diverso, attraverso un cambio di paradigma quantomai necessario. A seguito della terribile estate del 2023, dove in Sicilia andarono in fumo oltre 60.000 ettari di territorio, è stato organizzato a Palermo un workshop nazionale sul tema, coinvolgendo i maggiori esperti italiani, le società scientifiche e portando all’attenzione della autorità locali diversi casi positivi sviluppati in altre regioni. Ma da quell’importante momento di confronto, così come da numerose altre attività di sensibilizzazione, purtroppo, è cambiato poco o nulla. “Si sono investite più risorse nei mezzi di lotta e si è finalmente arrivati a istituire una sala operativa unificata per la gestione delle emergenze, dove sono coinvolte tutte le istituzioni in campo, compresi i Vigili del Fuoco e la Protezione civile”, spiega La Mela Veca, “ma quasi nulla è stato fatto sul fronte della prevenzione”.

 

È questo il grande salto di qualità che si rende sempre più necessario nello scenario appena descritto, dove gli effetti della crisi climatica si vanno ad innestare in interi territori caratterizzati dall’abbandono e in un contesto socioeconomico assai problematico. Come spiega Luca Musio in un recente articolo pubblicato sulla rivista tecnico-scientifica Sherwood, gli esperti di tutto il mondo parlano sempre più spesso della necessità di una gestione integrata che copra tutte le fasi: prevenzione e preparazione (pre-incendio), lotta attiva (risposta) e ricostituzione post-incendio. Questo approccio, spiega Musio, implica pianificazione strategica, educazione delle comunità e gestione forestale attiva, riducendo l’infiammabilità attraverso interventi mirati sulla vegetazione.

Anche Donato Salvatore La Mela Veca è della stessa opinione: “Dobbiamo prendere atto che l’attuale sistema non è più efficace e che occorre un netto cambio di rotta, altrimenti la Sicilia rischierà ogni anno di più di subire danni enormi, dal punto di vista ambientale ma anche economico e sociale”.

 

La soluzione, secondo il docente, passa proprio da una gestione integrata: “Per cambiare rotta occorre innanzitutto riformare radicalmente la governance, per meglio organizzare le competenze e i ruoli delle tante istituzioni coinvolte. Poi è necessario incrementare una pianificazione forestale integrata a varie scale, in modo da inserire nella programmazione delle attività forestali anche quelle di prevenzione antincendio, per attuarle così in modo sinergico. Queste due azioni porterebbero a un controllo maggiore del territorio e ad attività diffuse di selvicoltura preventiva da attuare nelle zone più a rischio, alla realizzazione di infrastrutture di supporto alla lotta, ma anche all’avvio di pratiche efficaci, come il fuoco prescritto e il pascolo prescritto. Tutto questo dovrebbe però essere parte di un processo di partecipazione rivolto comunità locali, perché se le cause sono anche di tipo socioeconomico, è necessario affrontare a tutto tondo il problema, ascoltando i cittadini e comprendendo alcune dinamiche non sempre chiare alle istituzioni”.

 

Concentrarsi prioritariamente solo sulla lotta agli incendi, insomma, è oggi non solo insufficiente, ma anche controproducente (ne abbiamo parlato qui). Occorre uno sguardo ampio, che sappia comprendere i tanti fattori in gioco, ma anche lungo, che sappia traguardare gli scenari socio-ecomomici, climatici e vegetazionali del futuro.

 

Presto, ce lo auguriamo, calerà anche quest’anno il sipario mediatico sugli incendi siciliani e all’emergenza seguirà una lunga fase di quiete apparente. Sarà quello il momento delle scelte: affrontare il necessario cambio di rotta oppure aspettare una nuova estate ed un vecchio, tremendo film già visto troppe volte.  

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