L'albero degli zoccoli, che sostiene Venezia: una specie con i "piedi nell'acqua" dal legno facilmente lavorabile

Alberi dimenticati #7 / ForestPaola ci porta al cinema e nella città dei sospiri, alla scoperta di un albero dal legno così tenace da non marcire mai

Alzi la mano chi, nato come me negli anni’70, è cresciuto a pane, vino e zucchero per merenda, nascondino nelle calde sere d’estate, e soprattutto... film e cartoni animati tristissimi, fra cui devo per forza menzionare Lady Oscar, La storia infinita (con il cavallo Artax che sprofonda nelle paludi della tristezza) e soprattutto L’albero degli zoccoli.
Quest’ultimo film, che narra la storia intrecciata di alcune famiglie contadine di fine Ottocento, è ambientato nella campagna bergamasca. Ma che c’azzecca il cinema con gli alberi, direte voi?
Ebbene, il titolo di questo commovente lungometraggio - L’albero degli zoccoli - fa riferimento alla prima storia, in cui il figlio di un povero contadino torna a casa con uno zoccolo rotto. Così il padre, per realizzare un nuovo paio di scarpe, decide di tagliare di nascosto un albero. Il padrone della cascina, scoperto (l’enorme!) misfatto caccerà dalla proprietà tutta la famiglia.
Di questa semplice e triste storia mi è rimasta sempre impressa la capacità contadina di realizzare con le proprie mani oggetti di uso quotidiano, pratica ormai scomparsa nella nostra società. Chi di voi è in grado di farsi un paio di scarpe, un cucchiaio o una granata di saggina (o di erica)? Io certamente no, seppur mi diletti nel far la maglia appena ho un attimo di tempo.
Ma torniamo al film: lo sapete che albero utilizza il padre Batistì per realizzare gli zoccoli? Perché è questo che conta…per un forestale!
Ebbene, non sceglie una pianta a caso, ma l’ontano nero (Alnus glutinosa), un albero dal legno facilmente lavorabile che può raggiungere e superare i 20 m di altezza ma che, soprattutto un tempo, aveva altezze più contenute proprio perché molto utilizzato nelle campagne. Lo si riconosce per alcune caratteristiche esplicate proprio dal nome: quello volgare - ontano nero - che ricorda la colorazione nera della corteccia screpolata; ma anche da quello scientifico - Alnus glutinosa - per le foglie rotonde che nella pagina inferiore sono appiccicose, da cui appunto “glutinosa”.

La pianta poi ha ben altri 3 caratteri specifici, così vi sarà impossibile sbagliarne il riconoscimento: prima di tutto ama l’acqua, quindi la troverete non solo nelle zone umide, ma talvolta con le radici che terminano proprio nei canali o nei ruscelli, assieme a pioppi e salici. Poi è una specie monoica, quindi ha fiori femminili e maschili sulla stessa pianta, ma separati: a primavera troverete infiorescenze maschili pendule, dette amenti, simili a quelli del nocciolo, e infiorescenze femminili globose, inizialmente verdi, che daranno poi vita al frutto, piccole palline legnose scure che somigliano moltissimo alle galbule dei cipressi, ma ovviamente non sono strobili (pigne o coni nel comune gergo, tipiche appunto delle coni-fere).

Infine l’ontano nero si può facilmente riconoscere… anche quando non c'é più! Osservando quindi una ceppaia tagliata da poco, perché il suo legno ha una tipica colorazione giallo rosata da fresco, ma rosso arancio da secco.

E se vi dicessi inoltre che questo legno è “magico”? Una volta sommerso in acqua non marcisce più: proprio per questo è stato utilizzato moltissimo per ponti e palafitte. Lo sanno benissimo i veneziani, che usarono questo legno, assieme ad altre essenze arboree, per costruire le fondamenta della loro splendida città sull’acqua.

Insomma, una pianta dalle mille utilità, ma che lentamente, come altre specie fin qui raccontate, è finita nel dimenticatoio. Certo, la si riscontra ancora sovente lungo gli argini delle campagne, ma la maggior parte delle persone non solo non ne conoscono gli usi, ma neanche il nome. Ma non più voi, da questo momento!

Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.
Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".
Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.















