È una delle specie arboree più importanti delle Alpi, ma rischiamo di dimenticarcene a breve? Riuscirà a non diventare una specie relitta?

Alberi dimenticati #26 / Una specie che in questi anni è sotto a tutti i riflettori (botanici e forestali); una delle più diffuse nei boschi italiani, ma sta attraversando un momento di fragilità ecologica

Dopo millenni di predominio su tutte le gimnosperme, erroneamente chiamate conifere, dopo secoli di collaborazione con la specie umana che l'ha diffusa in tutto l'emisfero boreale, dall'Europa fino all'Asia, dopo decenni di rimboschimenti in seguito al graduale abbandono delle pratiche agricole di alta montagna, non sarà che arriveremo a dimenticarci di lei, la specie più diffusa su tutto il nostro arco alpino, l'Abete rosso?

Questo ultimo articolo vuole essere solo una provocazione, perché lo sappiamo bene tutti, anche i non addetti ai lavori (forestali) che l'Abete rosso, Picea abies, resterà nei nostri boschi: ma in che modo lo farà? Sempre con estese foreste monoplane o più sporadico, mischiato ad altre specie come abete bianco, larice e faggio? Riuscirà a sopravvivere ai continui e inesorabili cambiamenti climatici, fra tempeste di vento e attacchi parassitari, oppure si rintanerà in vallette, come specie relitta?
Ai posteri l'ardua sentenza. Nel frattempo ripercorriamone la storia e soprattutto impariamo a riconoscerlo, se mai avessimo dubbi.
L'abete rosso, chiamato anche peccio, è un albero che può raggiungere anche 50 metri, ha una tipica corteccia giovanile rossastra (da cui il nome di abete rosso) che vira poi a maturità nel colore grigio-bruno a formare piccole placche rotondeggianti, chiamate "soldini". La sua chioma è slanciata, a forma conica, più stretta alle quote superiori, per contenere gli eventuali danni da neve pesante.
Il carattere distintivo della specie è indubbiamente la foglia, un ago inserito singolarmente sul rametto (rosso), decisamente appuntito e a sezione quadrangolare, con lunghezza massima di 2,5 centimetri. La disposizione degli aghi sul rametto è particolare, generalmente "a spazzola", il che lo distingue bene dall'abete bianco (Abies alba) che ha invece aghetti generalmente disposti "a pettine" quindi su un piano solo.

Essendo una gimnosperma, non ha fiori ma sporofilli, foglie trasformate in organi riproduttivi, suddivisi in microsporofilli, maschili, contenenti il polline che a metà primavera viene rilasciato attraverso il vento in grandi quantità, a fecondare i macrosporofilli, gli organi femminili di riproduzione; questi sono di colore viola-rosso e diventeranno quelle che noi comunemente chiamiamo pigne, ma che sarebbe meglio identificare con la parola strobili. Gli strobili hanno forma allungata, sono costituiti da squame, dapprima verdi poi a maturità marroni e legnose: su ogni squama è appoggiato un minuscolo seme alato che si allontanerà quindi con una certa facilità dalla pianta madre.

L'abete rosso è la specie più diffusa nei nostri boschi, in una fascia altimetrica preferenziale fra i 1000 e 1600 metri di quota: tuttavia nei secoli l'azione umana non solo l'ha ulteriormente diffusa anche a quote inferiori ma ha creato boschi tendenzialmente monospecifici (con solo abete rosso) e coetanei, in conseguenza di tagli effettuati su larga scala e poi successivi rimboschimenti artificiali.
Questa pratica, ormai non più utilizzata, aveva una sua spiegazione: in passato infatti la montagna era un ambiente difficile, di estrema povertà, dove l'agricoltura era per lo più di sussistenza e il turismo era ben lontano dai modelli economici attuali; i versanti erano ricoperti da boschi dove comunque prevaleva l'abete rosso il cui legname era ottimo per costruzione non solo di case ma anche dei pennoni delle navi e di altri manufatti. Inoltre, erano già note le caratteristiche meccaniche del suo legno per la realizzazione di strumenti musicali, basti pensare che il famoso "legno di risonanza" deriva da piante cresciute solo in determinati ambienti. Insomma, era davvero l'oro dei boschi!
Ebbene, questa specie sembra subire in questi ultimi decenni un inarrestabile declino, derivante dai cambiamenti climatici, o forse sarebbe meglio dire dal riscaldamento globale, che causa non solo tempeste ventose sempre più frequenti (come ad esempio Vaia del 2018), ma anche lunghi periodi di siccità estiva, proprio quando la pianta è nella fase vegetativa, nonché inverni miti e caldi, creando di fatto forti stress idrici nella buona stagione e favorendo l'attacco di patogeni, in particolare del bostrico tipografo.

Questo piccolo insetto scolitide, grande da adulto poco più di 4 millimetri, riesce a percepire lo stato di difficoltà della pianta, inserendosi sotto la corteccia e richiamando altri suoi simili per la riproduzione. Dopo la tempesta Vaia siamo passati da uno stadio endemico di presenza del bostrico ad uno epidemico e quindi i nostri boschi, così verdi e lussureggianti, stanno velocemente morendo sotto l'azione di questo piccolissimo scolitide.

Riuscirà l'abete rosso a superare tutte queste difficoltà? A non essere un albero dimenticato perché ormai specie relitta di qualche vallecola alpina? Io credo di sì, poiché il peccio dimostra comunque una grande adattabilità e soprattutto un’incredibile resilienza.
Certo, i suoi tempi sono molto più lunghi dei nostri, e io, che ormai sto entrando "nel mezzo del cammin di nostra vita", penso non riuscirò a vedere i boschi allo stadio adulto, ma percorrendo le aree colpite da Vaia e dal bostrico, non vedo solo la morte di tanti alberi ma anche la rinascita di nuovi abeti rossi che con forza s'innalzano spesso proprio sulle ceppaie dei soggetti abbattuti sopra le erbe concorrenti come se gridassero "Ehi ci siamo ancora, nonostante tutto!".

Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.
Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".
Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.














