"Le condizioni del bosco svizzero sono critiche come mai prima d’ora". La terza edizione del 'Rapporto forestale' della Confederazione Elvetica ci invita a guardare al futuro

Nelle scorse settimane è uscita la terza edizione del Rapporto forestale della Svizzera. Circa 90 esperti hanno sintetizzato dati e informazioni, proponendo riflessioni e stabilendo le priorità per la gestione forestale futura

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nelle scorse settimane è uscita la terza edizione, dopo quelle del 2005 e 2015, del Rapporto forestale della Svizzera. Circa 90 esperti hanno qui sintetizzato dati e informazioni sulla base di un vasto monitoraggio di lungo periodo. In sei capitoli tematici si cerca non solo di presentare e commentare i dati, ma anche di rispondere a quesiti fondamentali per impostare le politiche forestali rivolte del futuro. Politiche che non potranno prescindere dalla necessità, sempre più stringente, di adattare i territori e le comunità alle mutate condizioni climatiche, permettendo alla gestione forestale di continuare a svolgere funzioni multiple essenziali per la società.
“Le condizioni del bosco svizzero sono critiche come mai prima d’ora”, si legge nelle conclusioni del rapporto di sintesi, “il Rapporto forestale 2025 mostra il crescente stress a cui sono stati sottoposti i nostri boschi negli ultimi dieci anni a causa di eventi estremi come ondate di calore, siccità, tempeste, infestazioni da organismi nocivi e apporti eccessivi di azoto”.
“Per preservare l’ecosistema forestale con tutte le sue prestazioni, tra cui in particolare la protezione dai pericoli naturali, i boschi devono adattarsi al cambiamento climatico”, si sottolinea. In realtà, da come si legge nel rapporto, si ritiene essenziale che sia la gestione a guidare i boschi verso composizioni e strutture più adatte al clima del futuro.
Secondo gli esperti svizzeri è infatti necessario sviluppare e promuovere una selvicoltura adattativa e naturalistica, attuando una “gestione integrata”, in grado cioè di equilibrare funzioni produttive e conservazione della natura. Ma gestione integrata può significare anche conflitti, visti i diversi e variegati interessi che ruotano attorno alla stessa risorsa, il bosco. Per questo, secondo il rapporto, è necessario riconoscere tempestivamente le aree in cui tali contrapposizioni possono nascere per poi lavorare a una risoluzione dei conflitti attraverso la pianificazione forestale. Dal 2015 al 2025 in Svizzera sono stati raccolti e venduti ogni anno circa 5 milioni di metri cubi di legno, di cui circa il 66% di conifere e il 34% di latifoglie: un valore economico e sociale importante, che deve rimanere, sapendosi però interfacciare alle nuove esigenze e sensibilità.
“Solo in questo modo”, si spiega nel rapporto, “possono nascere soluzioni basate sul dialogo e sulle sinergie anziché sui contrasti”.

TRE PUNTI CHIAVE SECONDO IL WSL
Il WSL - Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio, ha collaborato con l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) per la redazione del rapporto.
Dal sito dell’Istituto si possono leggere tre punti chiave che, secondo i ricercatori, emergono dallo studio decennale.
“Negli ultimi dieci anni si è registrato un numero maggiore di fenomeni meteorologici estremi, anche in conseguenza del cambiamento climatico. Gli eventi siccitosi, le tempeste e gli incendi boschivi, più frequenti in questi ultimi anni, in combinazione con organismi nocivi ed elevati apporti di azoto, stanno mettendo a dura prova il bosco”, si conferma. “Tutto questo ha un impatto sulla gestione forestale e sull’intera filiera del legno. Un bosco indebolito è meno resistente e più vulnerabile a malattie e parassiti, come ad esempio il bostrico. Per questo motivo si sono registrate anche più utilizzazioni forzate”.

Nonostante questo, i ricercatori sottolineano che la superfice forestale è rimasta inalterata, che le aree protette sono in leggero aumento e una tendenza positiva per quanto riguarda la biodiversità: “In particolare è aumentato il numero di uccelli, gasteropodi e muschi”. Tempeste e siccità producono inoltre più legno morto, essenziale per molte specie. Nonostante questa evoluzione positiva, il 13% delle piante e quasi la metà dei coleotteri che vivono nel legno morto appare tutt’oggi in pericolo. “Occorre quindi promuovere la biodiversità”, spiegano i ricercatori, “lasciando alcuni boschi allo stato naturale, proteggendo gli habitat minacciati e connettendo meglio le aree forestali”.
“Per preservare a lungo termine un ecosistema forestale sano, robusto e comunque in grado di fornire legname e altri servizi ecosistemici”, si spiega infine, “sono necessarie specie arboree più resistenti al cambiamento climatico e ai parassiti”. La selvicoltura, secondo i ricercatori, “deve promuovere la diversità delle strutture, favorendo le specie arboree idonee alle condizioni climatiche future e promuovendo la rinnovazione naturale”. Per ridurre i danni provocati dalla selvaggina (brucamento di giovani piante o di parti di esse), occorre inoltre, secondo il WSL, regolare le popolazioni di fauna selvatica.
Come mostrano le riflessioni contenute nel rapporto svizzero, le politiche forestali, in Svizzera come in Italia e nel resto d’Europa, si trovano di fronte a sfide enormi e per certi versi inedite. Anche per questo, a livello europeo, sta prendendo forma “FoRISK”, la nuova Facility di EFI - European Forest Institute, coordinata dalla nostra connazionale Silvia Abruscato (che avevamo raccontato in questo articolo), che mira proprio a far collaborare esperti e istituzioni a scala europea per trovare soluzioni efficaci ed equilibrate.













