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Ambiente | 29 aprile 2025 | 18:00

Solleticare la coda del drago: perché il riscaldamento globale ha ingranato la quarta?

Dal 2023 il riscaldamento globale ha accelerato oltre ogni previsione. L'anomalia ha sorpreso anche la comunità scientifica. Cerchiamo di comprendere le cause di questo cambio di passo e quali conseguenze potrebbe avere

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Non ce ne siamo accorti, eppure negli ultimi due anni siamo stati protagonisti di una cavalcata sfrenata, una corsa folle verso orizzonti sconosciuti. Parlo della temperatura globale planetaria che a partire dal 2023 è aumentata con una velocità che ha sorpreso anche gli addetti ai lavori. La Terra ha la febbre, ma questa è cosa nota. La novità è che ultimamente ha un febbrone da cavallo.

 


Figura 1 La temperatura globale dal 1850 a oggi. I dati sono rappresentati come anomalia rispetto alla media climatica calcolata considerando il periodo pre-industriale (1850-1900). I dati sono riportati con risoluzione mensile (dati colorati a tinte tenui) e come media annua (media mobile calcolata su 12 mesi). Per i due intervalli 1850-1970 e 1970-2025 sono inoltre riportati i trend lineari di lungo periodo (curve grigie tratteggiate. I dati provengono dal database Berkeley-Earth

Dal giugno 2023 a gennaio 2025 ogni mese trascorso è stato il più caldo mai registrato a partire dal 1850, o nel migliore dei casi il secondo più caldo. Questo significa che il mese più caldo di sempre dal 1850 a oggi è capitato nel 2024 o nel 2023. C’è un’unica eccezione che riguarda gennaio. In quel caso i primi 3 posti sono occupati da 2024, 2025 e 2023. Insomma, negli ultimi 22 mesi la climatologia ha visto arrivare sulla bacheca dei trofei una sfilza di medaglie come non si era mai visto prima. E ricordiamo che il limite del 1850 è imposto dal semplice fatto che è solo a partire da quella data che disponiamo di dati strumentali affidabili circa la temperatura media planetaria. Certamente il 1849 non è stato un mese particolarmente caldo.

 

A sorprendere il mondo della climatologia non è stato solamente il fatto che abbiamo toccato nuove vette del riscaldamento globale. D’altronde il processo di riscaldamento è in atto e la causa che lo alimenta -il consumo di combustibili fossili- non va certo diminuendo. Stando così le cose è naturale che arrivino notizie di nuovi mesi o anni più caldi. È però anche tipico che i nuovi mesi più caldi non arrivino uno in seguito all’altro, ma scanditi da mesi leggermente meno caldi. Negli ultimi due anni invece abbiamo avuto un record dietro l’altro e non ci siamo limitati a ritoccare i precedenti primati, li abbiamo letteralmente frantumati.


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Tra la fine degli anni 2010 e il 2022 l’anomalia di temperatura media annua globale (sempre rispetto al periodo 1850-1900) era contenuta a +1.2°C. Nel 2022 siamo passati a  +1.5°C e nel 2024 a +1.6°C. Prima di commentare questi numeri è bene fare una considerazione: stiamo parlando di dati relativi a singole annate o a periodi di pochi anni, non (ancora) di medie climatiche. Ma a prescindere da questo, il riscaldamento degli ultimi due anni ha segnato un vero e proprio cambio di passo e lo si può vedere nel grafico riportato sopra. La curva rossa (media della temperatura globale calcolata su 12 mesi) ha raggiunto una distanza dal trend di lungo periodo (linea grigia tratteggiata) come mai si era visto prima.

 

A partire dal 1970 il riscaldamento globale si è mantenuto relativamente costante con una velocità di circa +0.2°C guadagnati a ogni decennio. Tra il 2021 e il 2024 la temperatura è aumentata di +0.4°C. Il riscaldamento che ci saremmo attesi in una ventina d’anni è stato concentrato in soli 3 anni. Ecco la folle cavalcata di cui parlavo sopra. Nel grafico mostrato qui sotto è evidente il forte aumento della temperatura globale che si è manifestato a partire da maggio/giugno 2023. A partire da quel momento la curva della temperatura si è impennata, allontanandosi significativamente dai precedenti anni più caldi.


Figura 2 La temperatura media globale mese per mese dal 1850 a marzo 2025. Gli anni compresi tra 2023 e 2025 sono individuabili singolarmente. I dati sono riportati come anomalia rispetto al periodo 1850-1900. Fonte dei dati: Berkeley Earth.

Perché la temperatura globale ha compiuto questo balzo? Non abbiamo ancora risposte certe, solo ipotesi. L’evento, nonostante in questi ultimi mesi le anomalie abbiano iniziato lentamente a diminuire di intensità, è ancora in corso e diversi gruppi di ricerca stanno lavorando per trovare la sua causa. Una cosa però è chiara: nemmeno i modelli più avanzati riescono a riprodurre il forte riscaldamento degli ultimi anni. Ci sfugge qualcosa.

 

I modelli climatici riflettono lo stato di conoscenza che la comunità scientifica ha del sistema climatico. Nei modelli è infatti rappresentato -nella forma di codici ed equazioni- tutto quello che abbiamo imparato sul funzionamento del clima del pianeta. Se essi riescono a riprodurre i dati che registriamo sullo stato del clima, questo significa che stiamo facendo un buon lavoro. Se però qualcosa non torna, vuol dire che manca un pezzetto, i modelli non stanno considerando qualcosa. Ed è quello che è successo quando ai modelli è stato chiesto di riprodurre il riscaldamento degli ultimi anni: i risultati hanno indicato che l’aumento della temperatura avrebbe dovuto procedere similmente a quanto accaduto negli anni precedenti. Evidentemente il meccanismo che ha scatenato il brusco salto della temperatura non è presente nelle migliaia di righe di codice che definiscono i modelli climatici su cui facciamo affidamento.

 

E quindi la domanda sorge spontanea. Cosa potrebbe aver causato l’eccesso di riscaldamento? Sono state avanzate diverse ipotesi: una fase positiva di ENSO (El Nino Southern Oscillation), gli effetti dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, il picco undecennale dell’attività solare o una combinazione di questi fenomeni. Sebbene questi eventi abbiano effettivamente avuto un debole effetto riscaldante sul pianeta che si è andato a sommare alla forzante prodotta dall'aumento di gas serra, il loro contributo è insufficiente a spiegare l’aumento di temperatura degli ultimi due anni. Inoltre questi tre fenomeni fanno tutti parte della variabilità climatica naturale. Negli ultimi secoli la variabilità naturale non è mai riuscita a produrre un riscaldamento così rapido e intenso.

 

Uno dei climatologi più esperti al mondo -l’americano James Hansen- ha avanzato un’ipotesi diversa. Egli ritiene che il responsabile potrebbe essere il bando dei solfati nei combustibili nautici avvenuto nel 2020.

 

Fino al 2020 i combustibili delle grandi navi che movimentano le merci mondiali  (oli pesanti) erano ricchi di solfati. Solfati che venivano emessi in atmosfera insieme agli altri scarti di combustione (acqua, anidride carbonica, particolato). I solfati in atmosfera hanno però effetti negativi sulla salute e sugli ecosistemi. Per questo da svariati decenni i paesi di tutto il mondo si sono impegnati per ridurre la loro concentrazione nei combustibili. Gli ultimi per cui non valeva alcuna restrizione erano appunto i combustibili navali. Rilasciando gli scarichi in oceano aperto, era ritenuto che l’effetto negativo prodotto dai solfati fosse trascurabile a causa della distanza da centri abitati e dagli ecosistemi terrestri. Il fatto di non abbatterli fino al 2022 è stata una scelta essenzialmente economica: raffinare combustibili privi di solfati (dolci nel gergo petrolifero) ha infatti un costo maggiore rispetto alla produzione di combustibili ricchi di solfati (detti anche acidi).

Dal 2020 la comunità internazionale ha però stabilito di limitare i solfati anche per questa classe di carburanti. Se da un lato ciò ha sicuramente migliorato la qualità dell’aria, specie nelle zone dei grandi terminal portuali, dall’altro essa ha avuto implicazioni climatiche inaspettate. In atmosfera i solfati hanno infatti la capacità di riflettere la luce solare e favorire la formazione di nuvole. I solfati fungono infatti da nuclei di condensazione, vale a dire che favoriscono la formazione delle piccole gocce di acqua liquida che costituiscono le nuvole. I due processi -riflessione e formazione delle nubi- sono entrambi raffreddanti perché aumentano la frazione di radiazione solare che invece di arrivare al suolo viene riflessa nello spazio.

 

Aver ridotto i solfati ha portato quindi a una riduzione di questo effetto raffreddante. Le tempistiche tornerebbero. A supporto di questa ipotesi suggerita da Hansen e collaboratori c’è anche il fatto che le zone dove si sono osservate le maggiori anomalie di temperatura sono state proprio le regioni oceaniche dove il traffico marittimo è più intenso: la parte settentrionale di Atlantico e Pacifico.

 

Secondo il climatologo americano i modelli non riuscirebbero a riprodurre il riscaldamento anomalo perché la comprensione del ruolo climatico degli aerosol atmosferici è ancora parziale e sottovalutata e non è ben descritta negli attuali modelli. Se l’ipotesi fosse verosimile, la temperatura globale non potrebbe più tornare ai livelli pre-2022 a meno di non riprendere l’emissione di solfati in atmosfera. Questa possibilità è però irrealistica visti gli effetti negativi legati alla presenza di queste sostanze in atmosfera. La loro riduzione starebbe però eliminando un effetto che negli ultimi decenni è stato capace di schermare -almeno parzialmente- il potenziale climalterante dei gas serra. Con la riduzione dei solfati, il pianeta sta perdendo una barriera a protezione del riscaldamento.


Scie di condensazione lasciate da bastimenti al largo della California. Quelle strisce bianche sono nubi prodotte dalla condensazione dell'umidità favorita dalla presenza di solfati. Fonte: NOAA

Il riscaldamento globale potrebbe quindi procedere ancora più rapidamente rispetto a quanto stimato finora. Ciò renderebbe ancora più urgenti e necessari gli interventi a protezione del clima. Se la battaglia per contenere il riscaldamento a +1,5°C è ormai pressoché persa, ogni sforzo va concentrato per non superare la soglia critica dei 2°C. Il tempo a disposizione, però, è poco.

 

Qualche giorno fa, Pietro Lacasella rifletteva su come l'attuale situazione socio-economica e geopolitica abbia offuscato l'attenzione rivolta al cambiamento climatico. Sono anni difficili, costellati da guerre, morti, ingiustizie e difficoltà di ogni sorta. Con tante preoccupazioni che riempiono le nostre vite, è naturale -e comprensibile- distogliere lo sguardo dal cambiamento climatico.

 

Questa visione nasce però da un assunto che ormai non possiamo più ritenere valido, ovvero che l’esistenza di ciascuno di noi e lo stato del clima siano due elementi distinti. Non è più così. Succede qualcosa di simile con la nostra salute. Finché tutto va bene, nessuno si cura troppo dei segnali che arrivano dal corpo. Le giornate procedono e tutto fila liscio. Quando però qualcosa si intoppa, ecco che diventa essenziale agire tempestivamente, senza ignorare anche le più piccole vibrazioni che siamo in grado di captare. Il clima è talmente compromesso che continuare ad agire come se nulla fosse è una scommessa molto pericolosa, al pari di non rivolgersi al medico se notiamo dei sintomi di malessere.

 

Se a subire le conseguenze di una simile condotta fossero solamente le generazioni che hanno prodotto il problema, allora ci sarebbe una qualche forma di giustizia. Sappiamo però che non è così. Quando la macchina del clima si mette in moto, saranno le future generazioni a vivere gli effetti più profondi dei suoi cambiamenti. La brusca impennata delle temperature degli ultimi anni è il campanello d’allarme (l’ennesimo) che ci ricorda ancora una volta che non stiamo limitandoci a perturbare i sistemi che governano gli equilibri globali, stiamo “solleticando la coda del drago”.

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