Sulle Alpi non piove meno, ma a un numero crescente di rifugi manca l’acqua. Perché?

Sebbene in montagna non manchino certo le precipitazioni, sempre più spesso i rifugi segnalano gravi problemi di approvvigionamento idrico. Ecco il motivo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Negli ultimi anni sono diventate sempre più frequenti le notizie circa le criticità che i rifugi si trovano ad affrontare per reperire l’acqua di cui hanno bisogno per le loro attività. Ci sono strutture storiche che si trovano costrette ad anticipare la chiusura della stagione estiva, come accaduto nel 2022 al rifugio Gonnella sul Monte Bianco. Oppure altre che ricorrono agli elicotteri per trasportare l’acqua, come successo al rifugio Volpi al Mulaz sulle Pale di San Martino.
Se andiamo a vedere i dati sulle precipitazioni annue che cadono in montagna, scopriamo che in realtà esse non stanno affatto diminuendo, sono pressoché stabili. Perché allora tutte queste difficoltà? La risposta non dipende dalla mera meteorologia, ma anche e soprattutto dal cambiamento climatico e dalle particolarità dell’idrologia nei contesti montani.
Le montagne ricevono mediamente più precipitazioni delle aree pianeggianti. Questo avviene per due motivi principali: l’effetto orografico, che forza le masse d’aria a salire e raffreddarsi fino a condensare in pioggia o neve; e l’instabilità termica che alimenta i temporali estivi. Per questo motivo, le Alpi e in parte anche gli Appennini sono le zone più piovose d’Italia. Lo si può vedere nella carta riportata qui sotto.

Eppure, nonostante le precipitazioni in montagna si mantengano stabili, molti rifugi restano senza acqua proprio nei mesi estivi, corrispondenti anche al periodo di maggiore afflusso turistico.
Per capire cosa succede, dobbiamo seguire il percorso che compie l’acqua una volta caduta al suolo. Ci sono due strade principali: scorrere in superficie (ruscellamento) oppure infiltrarsi nel sottosuolo. In montagna, soprattutto in quota, la superficie di raccolta del ruscellamento è molto limitata. Sulle cime e in prossimità delle creste -dove spesso sorgono i rifugi- l’acqua può arrivare solo dall’alto, direttamente dall’atmosfera, senza l’aiuto di un ampio bacino idrografico alle spalle che possa fornire elevati quantitativi d’acqua.

Inoltre se il terreno è composto da rocce calcaree o dolomitiche, come avviene in molte aree alpine e appenniniche, l’acqua piovana viene rapidamente assorbita nel sottosuolo, senza generare alcun ruscellamento. Il fenomeno è noto come carsismo e trasforma la montagna in una sorta di spugna che inghiotte l’acqua senza renderla disponibile in superficie. Il risultato? Anche se piove molto, in quota l’acqua sparisce in fretta.
C’è un elemento che per decenni ha mitigato questa fragilità: la presenza di un manto nevoso duraturo e consistente. Nei mesi freddi, la neve si accumulava e fungeva da “serbatoio naturale” che rilasciava lentamente acqua durante l’estate. Questa fusione graduale permetteva ai rifugi di raccogliere l’acqua necessaria per affrontare la stagione, anche in contesti idrologicamente sfavorevoli.
Con l’aumento delle temperature, questo equilibrio si è però spezzato. I dati sono chiari: sulle Alpi la temperatura media è aumentata di oltre 2 °C, a un ritmo doppio rispetto alla media globale. Tuttavia, le precipitazioni totali non sono diminuite in modo significativo. Nel grafico riportato qui sotto potete osservare l’andamento di temperatura e precipitazioni in una delle località alpine per cui abbiamo a disposizione alcune delle serie di dati meteorologici più lunghe (Sils Maria, Grigioni, CH). Dal grafico è evidente quanto dicevamo: non ci sono meno precipitazioni ma fa decisamente più caldo. Questo ha un effetto sulla forma con cui arrivano le precipitazioni: più pioggia, meno neve.
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Sotto i 2000 metri di quota negli ultimi 50 anni abbiamo perso ogni dieci anni il 6–9% del manto nevoso (inteso come altezza). Non solo nevica meno, la neve fonde anche con sempre maggior anticipo. Nelle Alpi meridionali negli ultimi 50 anni la scomparsa della neve avviene 35 giorni prima che in passato nella fascia 0-1000 m e 13 giorni in anticipo in quella 1000-2000 m. Questo accorcia il periodo durante il quale i rifugi possono contare sulla fusione della neve come fonte d’acqua. Nei mesi più caldi, quando aumenta il fabbisogno idrico, i serbatoi naturali si svuotano rapidamente.
Il cambiamento climatico è dunque la goccia che ha fatto traboccare il vaso, rendendo difficilmente gestibile la criticità idrologica con cui da sempre si confrontano i rifugi in quota. E poiché tutti gli scenari indicano che nei prossimi decenni le temperature continueranno a salire, il problema non potrà che peggiorare.
I rifugi non possono certamente restare aperti senza acqua. Quello che deve essere fatto al più presto è favorire l’adozione di misure di adattamento, che vadano a ridurre la vulnerabilità dei rifugi.
Quella principale è la costruzione di serbatoi che possano raccogliere e conservare l’acqua nei periodi in cui è disponibile (soprattutto a inizio estate). Alcuni rifugi si stanno già attrezzando: al rifugio Pradidali, nelle Pale di San Martino, la capacità di stoccaggio è passata in pochi anni da 1.000 a oltre 50.000 litri. Ma non basta ancora.
Portare l’acqua con gli elicotteri è un'altra soluzione che è stata adottata negli ultimi anni, ma non possiamo certamente dipingerla come una forma di adattamento reale. Si tratta infatti di una pratica altamente insostenibile, sia a livello economico per le strutture che la adottano, sia dal punto di vista ambientale. Combattere gli effetti del cambiamento climatico alimentando le cause stesse che provocano il problema (ovvero bruciando cherosene) innescherebbe un corto circuito concettuale di cui nessuno sente la mancanza.
Non tutto dipende però dai rifugi e da chi li gestice. Anche chi frequenta la montagna deve contribuire. Ridurre i consumi, evitare sprechi, rinunciare alla doccia. Questi accorgimenti sarebbero un primo passo per comprendere le difficoltà logistiche dei rifugi e andare loro incontro. Se riuscissimo a ridurre anche di un minimo il nostro bisogno di acqua nei rifugi, faremmo un grande favore a queste strutture che fanno letteralmente i salti mortali per sostenersi tra mille difficoltà.













