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Ambiente | 29 marzo 2026 | 12:00

È lotta alle specie aliene invasive. Dai rilievi della Carnia alle acque della pianura, il Friuli Venezia Giulia rafforza il piano regionale per difendere la biodiversità locale

Arrivati a riprodursi lontano dagli habitat originari, questi vegetali finiscono per alterare profondamente gli ecosistemi locali, mettendo a rischio la sopravvivenza delle specie autoctone e rappresentando, specialmente in certi casi, una minaccia diretta per la salute e la tenuta di alcuni manufatti e infrastrutture

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La biodiversità di montagne e pianure oggi si trova a fare i conti con una minaccia di cui si parla ancora poco, ma ha un carattere pervasivo: le specie aliene invasive. Questi organismi vegetali, arrivati a riprodursi lontano dai loro habitat originari, finiscono per alterare profondamente gli ecosistemi locali, mettendo a rischio la sopravvivenza delle specie autoctone e rappresentando, specialmente in certi casi, una minaccia diretta per la salute e la tenuta di alcuni manufatti e infrastrutture. 

 

Il Servizio Biodiversità della Regione Friuli Venezia Giulia, oltre a proseguire le attività di monitoraggio e intervento già in atto, ha deciso di potenziare il piano per contrastare le piante aliene invasive aggiornando la Strategia regionale, un documento operativo che punta a rendere più efficaci le operazioni di controllo ed eradicazione su tutto il territorio.

 

Uno dei fronti di questa battaglia ambientale si trova nei canali della pianura friulana, dove il millefoglio d’acqua brasiliano (Myriophyllum aquaticum) sta colonizzando le acque con una rapidità preoccupante. Gli interventi di rimozione sono già stati avviati nell'area compresa tra Palazzolo e Pertegada e si estenderanno presto verso Aquileia, sostenuti da una programmazione che garantisce fondi e monitoraggi costanti da qui al 2027.

 

Non si tratta di azioni isolate: la lotta si sposta anche verso la Laguna di Marano per arginare la Baccharis halimifolia (diffusa in Italia) e risale fino alla Carnia, dove la temibile Panace di Mantegazza viene contrastata con successo: "Gli interventi hanno già ridotto significativamente la presenza della specie".

 

Il suo nome scientifico è Heracleum mantegazzianum, ma è conosciuta anche come Panace Gigante, dato che nell'arco di una stagione vegetativa può crescere fino a misurare un'altezza che va dai due ai cinque metri. La pianta erbacea perenne appartiene alla famiglia delle ombrellifere (Apiaceae), cioè quelle piante che producono infiorescenze riunite in una sorta di ombrellosolitamente di colore bianco. Ed è proprio con le altre piante della medesima famiglia che, purtroppo, potrebbe essere facile confondersi. 

Perché va eradicata e l'operazione va effettuata con le dovute accortezze? Questa specie costituisce un serio pericolo per la salute, perché contiene particolari sostanze che a contatto con la pelle e con l'esposizione ai raggi solari possono causare eritemi, vesciche e addirittura ustioni di secondo grado, con l'insorgenza (nei soggetti più sensibili) di bolle estremamente dolorose; può inoltre provocare problemi alla vista nel caso in cui gli occhi entrino in contatto con la linfa (ne parlavamo in QUESTO ARTICOLO)

 

In Friuli Venezia Giulia la presenza della Panace di Mantegazza risulta localizzata e in fase di eradicazione. 

 

Il lavoro di tutela svolto dal Servizio Biodiversità regionale coinvolge anche specie arboree estremamente resistenti come l'ailanto (di cui scrivevamo in QUESTO ARTICOLO), una pianta infestante capace di insinuarsi tra le fessure delle rocce e delle infrastrutture, danneggiando ecosistemi e manufatti. 

 

Quello del contrasto alle specie esotiche, per la Regione, è "un lavoro continuo, in collaborazione con consorzi e stazioni forestali, per proteggere il patrimonio naturale del territorio".

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