I lupi fanno sparire i caprioli? Il principio è semplice: "Nessuno andrebbe a fare benzina consumandone il doppio per arrivare al distributore. I predatori hanno bisogno di prede abbondanti per risparmiare energia"

Parallelamente all'espansione del lupo, si sono diffuse anche nuove errate convinzioni. Una delle più ripetute è che, con il suo arrivo, i caprioli stiano scomparendo. Secondo il dottor Andrea Marsan, che studia gli ungulati da oltre quarant'anni, potrebbe non essere così

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il ritorno del lupo appenninico (Canis lupus italicus) in Italia è uno dei fenomeni più interessanti della fauna europea negli ultimi decenni. Dopo aver rischiato l’estinzione negli anni Settanta, quando nella penisola sopravvivevano poche centinaia di individui confinati soprattutto nell’Appennino centrale, la specie ha iniziato una lenta ma costante ricolonizzazione naturale a partire dagli anni Ottanta.
Il processo è stato favorito da diversi fattori: le leggi di tutela introdotte negli anni Settanta, lo spopolamento delle aree montane e rurali e l’aumento delle popolazioni di ungulati selvatici - caprioli, cervi e cinghiali - che rappresentano le principali prede del lupo. Oggi il predatore è tornato a occupare gran parte dell’Appennino e negli ultimi anni ha raggiunto stabilmente anche le Alpi, espandendosi in alcune aree di pianura proprio seguendo la diffusione delle sue prede e il recupero degli habitat naturali.

Parallelamente alla sua espansione, si sono diffuse anche nuove errate convinzioni. Una delle più ripetute è che, con l’arrivo del lupo, i caprioli stiano scomparendo. Secondo il dottor Andrea Marsan, che studia gli ungulati da oltre quarant’anni, potrebbe non essere così.
"Il lupo è un carnivoro particolare, sopravvissuto nel tempo grazie a una forte dose di opportunismo: quando le prede naturali scarseggiavano si adattava a nutrirsi di pecore o a cercare cibo nelle discariche. Negli anni più recenti l’abbondanza di ungulati selvatici lo ha riportato al suo vero ruolo ecologico. Oggi modula il proprio sforzo di caccia in base alla facilità con cui può sfruttare una risorsa rispetto a un’altra, privilegiando le prede più disponibili ma senza disdegnare, quando capita, animali domestici o rifiuti di origine antropica", afferma lo zoologo.
"In natura, di regola, è il numero delle prede a regolare quello dei predatori, non il contrario. Il principio è semplice: i predatori hanno bisogno di prede abbondanti, perché quando la densità diminuisce lo sforzo di cattura aumenta in modo esponenziale, riducendo il guadagno energetico. Prendere dieci caprioli quando ce ne sono cento può essere relativamente facile; prenderne uno quando ce ne sono dieci diventa quasi impossibile. E anche se fosse possibile non sarebbe conveniente, perché richiederebbe troppo lavoro rispetto all’energia ottenuta. Nessuno di noi andrebbe a fare il pieno di benzina consumandone il doppio per arrivare al distributore".
Negli ultimi anni, inoltre, l’ambiente si è profondamente modificato. In assenza delle attività tradizionali di gestione del territorio, molti prati vengono progressivamente riconquistati dal bosco, rendendo l’habitat meno favorevole agli erbivori e riducendo il numero di animali che un’area può sostenere a parità di superficie.
Questo non significa che le popolazioni di ungulati non possano oscillare. Marsan riconosce che in molte zone la percezione diffusa è quella di vedere meno caprioli rispetto al passato. Ma, secondo lo zoologo, il punto è un altro: "Il loro numero probabilmente è diminuito un po’, ma la loro osservabilità è diminuita molto di più".
Negli anni Novanta, quando la specie era poco cacciata, i caprioli frequentavano spesso le radure e i prati anche di giorno. Con l’apertura della caccia hanno progressivamente modificato il loro comportamento, tornando a quello tipico della specie: attività soprattutto crepuscolare e notturna. Con il ritorno del lupo la pressione nelle aree aperte aumenta anche durante la notte e gli animali tendono a rifugiarsi più spesso nei boschi fitti, dove diventano molto più difficili da individuare. "Nei boschi possono restare immobili e diventare praticamente invisibili", spiega Marsan. "Puoi passare a un metro da un capriolo senza accorgertene". La conseguenza è che spesso la scarsa osservabilità viene scambiata per assenza.

Il rapporto tra predatori e prede è una delle dinamiche più studiate dell’ecologia. Le popolazioni oscillano nel tempo ma tendono a mantenere un equilibrio. "Quando aumentano i predatori diminuiscono un po’ le prede", spiega Marsan. "Ma quando le prede diminuiscono calano anche i predatori, perché hanno meno da mangiare". È un sistema che funziona da sempre: lupi e grandi erbivori convivono in Europa da tempi molto antichi e se nessuno dei due si è estinto significa che hanno trovato un equilibrio.
Una percezione simile emerge anche dal lavoro sul campo del fotografo e documentarista naturalista Paolo Rossi, che da anni segue la fauna dell’Appennino ligure con appostamenti e videotrappole. Attivo dal 2010, Rossi è specializzato nella documentazione di specie elusive come lupi e gatti selvatici e ha realizzato diversi documentari naturalistici, tra cui Felis (2019), Sopravvissuti all’Homo sapiens (2021) e Gatto Sarvægo (2025), realizzato insieme a Nicola Rebora.
Secondo Rossi uno degli equivoci più diffusi nasce proprio dal confondere la minore osservabilità degli animali con la loro scomparsa. "Oggi si sente dire sempre più spesso che con l’arrivo del lupo sparisce tutto", osserva. "In realtà spesso cambia soprattutto il comportamento degli animali. Diventano più schivi e più difficili da vedere, ma questo non significa che non ci siano più".
Di seguito, un video inedito realizzato da Paolo Rossi e Nicola Rebora, concesso a L'Altramontagna
Nel corso delle sue riprese in Liguria, Rossi ha documentato più volte la presenza contemporanea di lupi e caprioli negli stessi ambienti. "Gli animali non spariscono", spiega. "A volte possono diminuire un po’, ma soprattutto diventano più abili a nascondersi. Quello che spesso viene interpretato come assenza è in realtà una minore visibilità".
Secondo Marsan, inoltre, la presenza del lupo non è l’unico fattore da considerare. Negli ultimi decenni molti territori montani e collinari hanno subito profonde trasformazioni: campi e pascoli abbandonati si sono progressivamente trasformati in bosco. "Una volta osservavo caprioli e daini nelle radure", racconta. "Oggi con il binocolo spesso vedo solo bosco". Questo cambiamento, oltre a rendere l’ambiente montano ligure meno vocato, contribuisce a rendere gli animali meno visibili.
Per questo, conclude lo zoologo, il dibattito sulla fauna dovrebbe partire soprattutto dalla conoscenza scientifica e dal lavoro sul campo anche se spesso e volentieri non è così, infatti Marsan ama riassumere il problema con una battuta che parafrasa Sergio Leone: "Quando un uomo con uno slogan incontra un uomo con un ragionamento, l’uomo col ragionamento è un uomo morto".
Le fotografie inserite nell'articolo sono del fotografo e documentarista naturalista Paolo Rossi













