Perché il bivacco Bonafede - Giustina è stato posizionato sul Pelmo nel 2024? "Non deve essere considerato un alloggio, serve esclusivamente in caso di emergenza e di soccorso"

La struttura, priva di letti e altri possibili comfort, è intitolata ai due soccorritori che persero la vita il 31 agosto del 2011, travolti da una frana durante una missione di recupero sul Pelmo. Era stata voluta dalla Stazione di San Vito di Cadore del Cnsas in ricordo dei due colleghi, con l'auspicio che potesse essere di aiuto in caso di difficoltà. Il capo Stazione Nicola Cherubin chiarisce la funzione del bivacco e perché sono stati tolti i vecchi cordini dalla cengia di Ball, con un video pubblicato dal rifugio Venezia con l'intento di sensibilizzare gli escursionisti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Il bivacco è un ricovero d'emergenza e serve esclusivamente in caso di emergenza e di soccorso”: a ribadire la funzione dei ricoveri d’alta quota - e di uno in particolare, il bivacco Giustina Bonafede - è Nicola Cherubin, Capo Stazione del Soccorso Alpino e Speleologico (Cnsas) di San Vito di Cadore, in un video pubblicato dal rifugio Venezia con l’intento di sensibilizzare gli escursionisti e chiarire alcune informazioni importanti per chi decide di affrontare la via che porta verso la cima del Pelmo, una delle montagne più famose delle Dolomiti bellunesi.
Il bivacco in questione è quello che dal 2024 si trova sul Vant del Pelmo, a 2.836 metri di quota. La struttura è intitolata a Aldo Giustina e Alberto Bonafede, i due soccorritori di San Vito di Cadore che persero la vita sul Pelmo il 31 agosto del 2011, travolti da una enorme frana durante la missione di recupero di due alpinisti sulla Via Simon – Rossi. Era stato voluto proprio dalla Stazione di San Vito di Cadore in ricordo dei due colleghi, con l’auspicio che potesse essere di aiuto in caso di difficoltà (ne avevamo parlato in QUESTO ARTICOLO).

“Il bivacco serve solo per chi si fa male, per chi purtroppo ha sbagliato a valutare il meteo e ha bisogno di un ricovero, e basta. Non deve essere considerato un alloggio”, ricorda il capo stazione del Cnsas di San Vito.
Per questo, è stato realizzato rispondendo a un principio di totale essenzialità: non ci sono letti, né altri possibili comfort. Eppure, come denunciano i gestori del rifugio Venezia - che si trova proprio ai piedi del Pelmo e rappresenta un presidio fondamentale per chi intraprende l’ascesa - si stanno diffondendo post social che parlano del bivacco come di una sorta di alloggio d’alta quota in cui trascorrere la notte.
Essere stanchi, essere partiti tardi o aver calcolato male i tempi può essere considerata un'emergenza? No, spiega Cherubin: “Se è una questione di riposarsi cinque minuti va bene, ma se uno fa apposta di andar su per dormire, non è un'emergenza, è una cosa programmata”.
In quanto struttura di emergenza al servizio dei soccorritori, è indispensabile che rimanga tale proprio per questioni di sicurezza, come fa notare il capo stazione: “L'importanza di averlo libero è fondamentale perché se effettivamente qualcuno ne avesse bisogno e lo trova pieno, diventa un problema poi poterne usufruire. Di conseguenza, va a vanificare l'effetto del posizionamento del bivacco”.
All’interno del bivacco ci sono solo delle panche e una luce, che non sono fatti per dormire. “Anche se abbiamo pensato di farlo scomodo, abbiamo comunque messo una panca che serve appunto per stare seduti su un appoggio e non per terra sullo sporco. E la luce serve solo ed esclusivamente per caricare il cellulare in caso di chiamata d'emergenza. Non è una luce che serve per caricare il cellulare perché è scarico. Serve perché ho il cellulare scarico e devo fare una chiamata di emergenza”, ribadisce Cherubin.

Da quest’estate, c'è una novità che riguarda la via normale: dalla cengia di Ball sono stati tolti i cordini (lasciati da altri salitori, deteriorati e possibile fonte di una sensazione di "falsa sicurezza" per chi vi fa affidamento). Il soccorritore spiega il motivo di questa scelta: “La via di salita è una via normale, quindi tutti quelli che salgono devono essere attrezzati con materiale alpinistico. Ogni tanto qualcuno lascia le corde, ma col tempo queste marciscono e per sicurezza le abbiamo tolte. Non è nella nostra filosofia lasciare corde fisse e quindi non abbiamo ripristinato le corde tolte”.
Il video si conclude con delle raccomandazioni per chi desidera salire sul Pelmo. “Innanzitutto bisogna programmare l'itinerario valutando appunto bene i tempi di percorrenza, guardare le previsioni meteo che sono abbastanza affidabili nei due giorni (non una settimana prima), e quindi valutare materiale e capacità, ricordando che comunque il Pelmo è una montagna che supera i tremila (3168 metri, nda) e magari quassù si fa un po' più fatica e quindi i tempi si allungano”.
La via normale al Pelmo è infatti una salita assai lunga, complessa e fisicamente impegnativa, con passaggi molto esposti e appigli lisciati dall’uso. Un’ascesa che richiede elevata preparazione e non va sottovalutata né tantomeno trattata come via d’accesso a un bivacco, strutture che sempre più spesso vengono considerate una meta attrattiva, anziché un riparo in caso di grave emergenza.
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