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Cultura | 18 marzo 2026 | 18:00

"Con abili evoluzioni, gli sciatori accompagnavano il lancio degli esplosivi. Saltarono dentro il magazzino. Usciti ridiscesero coperti di prosciutti, mortadelle, salami e bottiglie"

'Un anno sull'Altipiano', di Emilio Lussu, è uno dei capolavori della letteratura di guerra del Novecento. Al capitolo ventiseiesimo, con l'operazione del reparto sciatori guidato dal colonnello Ottolenghi, l'autore compie un puntuale lavoro di demitizzazione del conflitto bellico

scritto da Redazione
Festival AltraMontagna

"Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù".

 

Il modo "carnevalesco", su impulso del teorico russo Michail Bachtin, è stato utilizzato nella critica letteraria per definire quel momento della narrazione dove viene introdotto un temporaneo e ambiguo rovesciamento dell’ordine sociale.

 

Nel ventiseiesimo capitolo di Un anno sull'Altipiano, capolavoro di Emilio Lussu, il tenente Ottolenghi, come un moderno Don Chisciotte, conduce una spedizione del reparto sciatori contro il magazzino di sussistenza della loro stessa divisione. Con tutta la sua indole antigerarchica e grottesca, il personaggio scardina ogni possibile mitizzazione della guerra, lasciandola nuda di fronte al riso del lettore.

 

Capitolo XXVI – Un anno sull’Altipiano

 

Il mio battaglione era a riposo, nei soliti turni, a Ronchi. Il maggiore Frangipane, ferito in trincea da una scheggia, era all’ospedale ed io comandavo il battaglione.

Il tenente Ottolenghi mi si presentò per chiedermi l’autorizzazione di fare un’escursione con la squadra degli sciatori del battaglione. Sempre comandante della sezione mitragliatrici del battaglione, egli non aveva a che vedere con gli sciatori. Ma, durante l’inverno, avevamo assieme, per nostro piacere, fatto lunghe esercitazioni ed eravamo diventati buoni sciatori. Egli era diventato un appassionato. Gli sciatori del battaglione costituivano una squadra speciale comandata da un sergente. Essi avevano fatto un corso regolare a Bardonecchia, e, secondo le direttive generali sulla guerra in alta montagna, avrebbero dovuto fornire le pattuglie per le ricognizioni oltre le nostre linee. Ma, fra le nostre trincee e quelle nemiche, le distanze erano così piccole che non offrivano spazio sufficiente per le operazioni di pattuglie in sci. I pochi esperimenti fatti ne avevano sconsigliato l’impiego di notte. Il terreno vi era per giunta ricoperto di alberi divelti e di filo spinato, ed era diventato difficile a praticarsi. Di giorno, non v’era un sol punto in cui le nostre pattuglie potessero uscire inosservate, e di notte, facevamo uscire, eccezionalmente, uomini su racchette da neve. Ma, l’indomani, le tracce ne erano visibili e l’attenzione del nemico si faceva più vigile. La squadra di sciatori pertanto non era di alcuna utilità pratica. Il comandante del battaglione la mandava sovente a fare delle escursioni a Campomulo, Croce di Longara, Monte Fior, Foza, per mantenerla in allenamento, ma non l’aveva mai impiegata oltre le nostre linee.

Ottolenghi aveva, altre volte, come me, partecipato a tali escursioni. La sua domanda rientrava quindi nelle abitudini della nostra vita invernale. Le esigenze del servizio si opponevano ed io gli concessi di prendere con sé solamente mezza squadra di sciatori.

– No, – mi disse Ottolenghi. – Con mezza squadra io non posso fare niente d’utile. Vorrei fare, con gli sciatori, una vera e propria esercitazione di guerra con lancio di bombe a mano e petardi. Vorrei poter impiegare tutta la squadra, perché solo così sarà possibile svolgere un’azione completa di pattuglia. Siamo alla vigilia di una grande azione: mi piacerebbe preparare una buona squadra di specialisti quali sono i nostri sciatori.

Anche a me interessavano molto esercitazioni del genere e finii per cedere. Ottolenghi partì con la squadra al completo: dieci uomini, un caporale, un sergente. I tascapani erano carichi di bombe. Io ebbi, più tardi, il racconto dell’escursione.

– L’ordine del comandante del battaglione, – disse Ottolenghi agli sciatori, – è di compiere un’operazione di guerra, rapida e segreta. Così, vi metteremo alla prova. Fra poco, vi sarà la grande azione e noi dobbiamo essere adeguatamente preparati. Questa volta, la guerra la faremo sul serio, non con scale e ponti. Un’operazione di guerra come questa che noi, oggi, siamo comandati di compiere, comporta il nemico. Dov’è il nemico? Questa è la questione. Gli austriaci? No, evidentemente. I nostri naturali nemici sono i nostri generali. Se, nei dintorni, vi fosse sua eccellenza il generale Cadorna, egli sarebbe il nemico principale e non si tratterebbe che di rintracciarlo. Egli non è vicino, disgraziatamente. E non è vicino neppure il comandante d’armata. Lo stesso comandante di corpo d’armata è molto lontano, imboscato ai piedi dell’Altipiano. I grandi generali detestano la neve. Chi rimane dunque? Non rimangono che i piccoli. Rimane il comandante della divisione, piccolo, ma perfetto. Una rara intelligenza. Un’intelligenza rara.

Gli sciatori conoscevano bene Ottolenghi. La sua riputazione si era consolidata da tempo, nel battaglione. Essi lo ascoltavano con spasso.

– Non andremo tuttavia, – chiese il sergente, fra il serio e il faceto, – non andremo certo ad attaccare con queste bombe il signor generale comandante della divisione.

– Direttamente, no. Noi non attaccheremo il signor generale personalmente, per quanto ciò costituirebbe, senz’altro, un notevole passo verso la vittoria. Gli ordini del comandante del battaglione sono: "Fate quello che volete, ma risparmiate la vita del generale". Sicché, noi ubbidiremo. Noi ne risparmieremo la vita, ma lo attaccheremo nei suoi beni. Noi faremo una fulminea operazione ardita sul magazzino di sussistenza della divisione, svaligiando il più che ci sarà possibile.

L’interesse degli sciatori era al colmo. Ottolenghi spiegò loro tutti i particolari del piano ch’egli aveva studiato. Indi, partirono entusiasti per la sua esecuzione, Ottolenghi in testa.

Il magazzino di sussistenza era in una grande baracca di legno, posta lungo la strada fra Campomulo e Foza, in un piccolo avvallamento che lo nascondeva agli osservatori nemici. Attorno, la neve vi era molto alta. Ottolenghi e gli sciatori lo conoscevano bene per esservi passati vicino, in precedenti escursioni. Il magazzino conteneva un ricco deposito di generi alimentari per la truppa e per le mense ufficiali di tutti i reparti dipendenti dalla divisione. Vi erano, in abbondanza, anche bottiglie di vino e di liquori, prosciutti, mortadelle, salami e formaggi.

La squadra fece un largo giro per sorprendere il magazzino dall’alto e per rendere irriconoscibile la provenienza delle piste degli sci. Verso il calare del sole, arrivarono uniti a un chilometro al di sopra della strada. Di là, sempre insieme, discesero, puntando nella direzione del magazzino. Arrivati a qualche centinaio di metri, la pattuglia si divise. Ottolenghi, il sergente e sei soldati formarono la prima squadra, la "tattica", divisa in due gruppi; gli altri cinque, con il caporale, formarono la squadra "logistica".

Con questi nomi, Ottolenghi aveva battezzato le due squadre.

La prima squadra era destinata ad agire di fronte, in faccia al magazzino, la seconda alle spalle.

La prima squadra partì in discesa, lanciando bombe e petardi, e urlando. Gli urli e gli scoppi richiamarono l’attenzione dei militari addetti al magazzino. Tutti si slanciarono fuori. Lo spettacolo era straordinario. Con abili evoluzioni, gli sciatori accompagnavano il lancio degli esplosivi. Gli uomini passavano veloci in mezzo alle nuvole dei petardi fumogeni e agli scoppi delle bombe, dando l’impressione di due pattuglie, una attaccata dall’altra, con furia. Ai pacifici militari della sussistenza, sbalorditi, sfuggiva che i petardi, che scoppiavano a fior di neve, erano tutti "offensivi" e quindi pressoché innocui per quelli che li lanciavano, e che le bombe più pericolose scoppiavano molto più lontano, in basso, sprofondate nella neve. Era un’eccezionale e reale visione di guerra. I militari del magazzino, sempre addetti ai servizi di sussistenza delle retrovie, non avevano mai visto un combattimento. E quello era assordante e terribile. Per un attimo, sembrò loro che quei combattenti folli si sarebbero tutti squarciati eroicamente a vicenda, sotto i loro occhi. E l’ammirazione cedé il posto al raccapriccio.

Mentre il combattimento si svolgeva sotto gli occhi esterrefatti dei custodi del magazzino, la squadra "logistica", alle spalle, agiva con minore intrepidezza. I cinque uomini, slacciati gli sci, per le finestre saltarono dentro il magazzino, e ne uscirono carichi. Ottolenghi li aveva equipaggiati di tascapani, sacchi alpini e cordicelle. Essi ridiscesero imbottiti e coperti di prosciutti, mortadelle, salami e bottiglie. Riallacciati gli sci, sparirono nella vallata opposta a quella di Ronchi.

L’operazione ardita era riuscita brillantemente, in ogni sua parte.

La sera, alla mensa, Ottolenghi ci offrì quattro bottiglie di Barbera, per 1’onomastico di suo nonno. Suo nonno? pensavo io. All’indomani mattina, mi sorsero i primi sospetti.

Un fonogramma circolare urgente del comando di divisione raccontava l’accaduto e ordinava che i comandi dipendenti iniziassero pronte indagini per scoprire i colpevoli. Il generale esigeva che tale "banditismo" dovesse essere punito senza pietà. Io avevo appena finito di leggere il fonogramma, e le novità della mattina davano il sergente Melino, della 10a compagnia, ferito. Colpito ad una gamba, da una scheggia di granata, l’ufficiale medico lo aveva curato e messo a riposo per una settimana. Il sergente Melino era precisamente il sergente degli sciatori. Era un veterano della mia compagnia ed io lo avevo promosso caporale, caporal maggiore e sergente. Io stesso lo avevo scelto per mandarlo al corso di Bardonecchia e avevo in lui la più grande fiducia. Lo andai a visitare. Egli aveva la gamba fasciata ed era coricato.

– Il battaglione è a riposo, – gli dissi, – e lei si fa ferire dalle granate? Mi vuol spiegare cotesta ferita?

Vicino, v’erano dei soldati e il sergente mi fece capire ch’era necessario allontanarli. Io li feci uscire.

– Che cosa significano cotesti misteri? – gli chiesi.

Il sergente mi raccontò tutto. I prosciutti, le mortadelle, i salami e parecchie bottiglie erano stati distribuiti la notte stessa alle squadre del battaglione, in segreto, a mezzo degli sciatori che appartenevano alle differenti compagnie. Probabilmente, non ne rimaneva più traccia.

Le cose potevano complicarsi. Chiamai il tenente medico e gli feci sospendere la comunicazione ufficiale della ferita del sergente. Dopo, interrogai Ottolenghi.

– Da quando in qua, – gli dissi, – le rivoluzioni si fanno rubando prosciutti e mortadelle?

– Nelle rivoluzioni, si è sempre rubato.

– Prosciutti?

– Anche prosciutti.

– È una bella operazione che hai fatto compiere al battaglione. Leggi qui la circolare del comandante della divisione. Leggi qui il rapporto sulla ferita del sergente Melino. Come vuoi che il battaglione si tiri d’impaccio?

– E che intendi fare? – mi chiese. – Il prestigio del battaglione non può che aumentare per questa operazione. Non puoi negarlo: è stata magnifica. Se avessi avuto con me un plotone, avrei portato via tutto il magazzino, compreso lo zucchero e il caffè. Che ne diresti, se ripetessimo il colpo contro il comandante di divisione in persona? Vuoi? Dimmi, vuoi? Nessuno ne saprà niente, ti assicuro. Lo si farà prigioniero. Sarà un segreto assoluto. Ai soldati non parrà vero di potersi distrarre un po’. Vuoi?

Chiamai gli ufficiali a rapporto. Lessi il fonogramma della divisione e ordinai di indagare immediatamente. Dopo qualche ora, mi fu comunicato, per iscritto, l’esito delle ricerche. Era negativo. I comandanti di reparto escludevano che i loro dipendenti avessero potuto prendere parte o assistere al fatto. Anche Ottolenghi mandò rapporto negativo.

Poco prima dell’ora di mensa, vidi Avellini e gli chiesi:

– In confidenza, fra noi, sai niente della storia del magazzino di divisione?

– I miei soldati hanno mangiato prosciutti e salami tutta la notte. Vi è qualche indigestione. Essi dovevano avere una sete del diavolo ed io ho fatto comprare qualche fiasco di vino, perché pare che le bottiglie rapite non fossero molte.

Anche il rapporto del comandante del reggimento fu negativo.

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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