Piantagioni specializzate per produrre legno nella media montagna: un tabù o una possibilità concreta su cui iniziare a ragionare?

Viaggiare significa osservare e anche rendersi conto di come cambiano gli approcci alla gestione dei territori montani zona per zona, Paese per Paese. Una riflessione dal Belgio sulla presenza di rimboschimenti specializzati per la produzione di legno, una realtà che da noi esiste quasi solo in pianura, ma che potrebbe diventare potenzialmente interessante e utile anche per la media montagna

Questa estate, pedalando su e giù per le Ardenne, in Belgio, ho attraversato numerosi rimboschimenti di conifere trattati a taglio raso (vietato in Italia) e rinnovati attraverso nuove piantagioni.
Si tratta di fustaie (il "bene assoluto" per molti, nei discorsi "da bar") e non di boschi cedui (il "male assoluto" per tanti, all'interno delle stesse narrazioni), ma gestite in modo decisamente produttivistico. Tantissime le piantagioni di abete rosso (una specie che da anni dà segnali di crisi in mezza Europa) ma anche di conifere esotiche come la douglasia (il cosiddetto "abete americano" importato più di un secolo fa). Poche le foreste seminaturali, di latifoglie o miste.
L'impostazione da forestale che è cresciuto a "pane e selvicoltura naturalistica" mi ha portato inizialmente a dare un giudizio unicamente negativo rispetto a ciò che stavo osservando. Si tratta indubbiamente di boschi più fragili e meno resilienti alla crisi climatica, carenti di biodiversità e sottoposti a una forma di gestione che può creare problemi di dissesto in determinate condizioni.

Poi però sono passato di fianco a un camion dal rimorchio lunghissimo, con nove enormi (e bellissimi) tronchi di douglasia, in una zona dove di carichi del genere ne ho visti passare parecchi. Ho pensato all'utilità di questo legno, anche per sostituire materie prime non rinnovabili; alla quantità di CO2 stoccata al suo interno; al valore economico di questi assortimenti per l'economia di un territorio rurale. E così la parola d'ordine che dovrebbe sempre guidarci prima di emettere giudizi affrettati è tornata a interrogarmi: "complessità".
Davvero bisognerebbe rinunciare, in qualsiasi caso, a realizzare piantagioni specializzate per la produzione di legno in contesti montani?
Davvero bisognerebbe sempre dire di no a specie esotiche come la douglasia?
Così facendo, riusciremo ad avere tutto il legno che ci servirà in futuro, lungo il cammino della transizione ecologica?
Domande complesse, per l'appunto, domande aperte...

Nel caso dell'Italia, penso che in certe zone comode della media montagna al di fuori delle aree protette, dove tanti ex coltivi si stanno rapidamente trasformando in boschi, si potrebbe lavorare allo sviluppo di un'arboricoltura montana di qualità, magari sperimentando specie adatte al clima futuro e schemi di impianto innovativi. Queste piantagioni dovrebbero alternarsi a tante aree forestali gestite con criteri naturalistici e a zone di pregio ambientale da tutelare in modo stringente, in percentuali da definire zona per zona, contesto per contesto, attraverso una pianificazione partecipata.
Probabilmente in Belgio, almeno nella zona da me visitata, si dovrebbe iniziare presto a diversificare composizioni e strutture, dando più spazio alla conservazione.
Da noi, al contrario, potremmo osare un po' di più dal lato dell'arboricoltura da legno, oggi praticamente assente se non in Pianura Padana, con i pioppeti. Si tratta di un "tabù" o varrebbe la pena di iniziare a discuterne seriamente?

Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.















