Qual è il corretto significato del termine "transumanza"? Non ci si riferisce solamente alla migrazione stagionale di armenti

Nel 2023 la transumanza è stata inserita nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO dal Comitato intergovernativo per la salvaguardia di questo patrimonio, su proposta di alcuni Stati, tra cui anche l’Italia. Un riconoscimento importante e centrale per un’attività che è sì agricola, ma soprattutto culturale

Forse poco noto al grande pubblico, nel 2023 la transumanza è stata inserita nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO dal Comitato intergovernativo per la salvaguardia di questo patrimonio, su proposta di alcuni Stati, tra cui anche l’Italia. Un riconoscimento importante e centrale per un’attività che è sì agricola, ma soprattutto culturale, dalla quale dipende la gestione attiva e sostenibile di parte dei 3,5 milioni di ettari di pascoli e prati stabili a livello nazionale, corrispondenti a circa il 27% della superficie agraria italiana e quasi il 12% della superficie dello Stato.
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Con il termine transumanza non ci si riferisce solamente alla migrazione stagionale di armenti: essa possiede invece un significato antropologico molto più profondo. L’etimologia è ancora dibattuta: secondo alcune interpretazioni deriva dalle parole latine trans ‘attraversare’ e humus ‘suolo’, intesa quindi come movimento nel territorio; secondo altri l’etimologia rimanda all’accadico taru ‘andare e venire’ e ummanu ‘popolo’. Questa seconda accezione etimologica meglio descrive la millenaria interazione che intercorre tra l’umanità e gli animali domestici.

Con l’introduzione dell’allevamento nel neolitico l’umanità e il bestiame, in una nuova forma di condivisione, hanno iniziato a seguire insieme il naturale susseguirsi delle stagioni nella geografia planetaria, rincorrendo le risorse foraggere, base alimentare degli animali allevati. Le migrazioni sono state latitudinali nelle grandi steppe asiatiche, oppure altitudinali, come nella montagna europea. Comunità umane e animali si sono quindi adattati e integrati in queste migrazioni stagionali senza tempo, dando vita a un insieme di significanti simbolici, mitologie, storie e culture. Sono un esempio di questo processo storico-antropologico i racconti mitologici e la letteratura antica, nei quali la pastorizia è un tema ricorrente: si ricordi tra questi il ciclope Polifemo, incontrato da Ulisse nell’Odissea, che è proprio un pastore.
La transumanza non gioca però un ruolo solo antropologico, sociale e culturale: questa pratica incide in maniera significativa sull’articolazione del mosaico paesaggistico globale. Non a caso, la decisione del Comitato intergovernativo dell’UNESCO riconosce formalmente, tra gli altri, il suo ruolo quale “pratica culturale profondamente radicata in grado di contribuire a questioni sociali a livello globale quale la salvaguardia della biodiversità e l’agricoltura sostenibile. [Essa gioca inoltre…] un ruolo di contrasto allo spopolamento delle aree rurali”. La continua ricerca di foraggio fresco da parte delle greggi e dei loro pastori ha favorito nei millenni la creazione di molte superfici prative e pabulari che oggi riconosciamo quali elementi fondamentali del paesaggio, soprattutto nelle terre alte. I movimenti degli armenti hanno inoltre favorito la disseminazione di talune specie, in particolare quelle i cui semi sono dispersi per tramite degli animali (la cosiddetta zoocoria) e hanno creato dei corridoi ecologici a favore delle specie animali che vivono in ambienti ed ecosistemi aperti.
La transumanza e la pastorizia giocano oggi un duplice ruolo: da un lato sono uno strumento che permette la gestione di una parte consistente del patrimonio geografico nazionale, europeo e globale. Esse ci permettono di attuare in forma sostenibile il governo del paesaggio e, in questo senso, garantiscono la capacità di utilizzare attivamente le superfici marginali e meno produttive, quali quelle montane o quelle aride e semi-desertiche, per favorire la produzione alimentare di qualità. Dall’altro lato, la transumanza e la pastorizia rivestono un centrale ruolo storico-antropologico e identitario, non solo nella veste di tradizioni e costumi, ma soprattutto di eredità culturale e savoir-faire: la transumanza e l’attività pastorale sono garantite primariamente da uno scambio di conoscenze tecniche e significanti simbolico-antropologici tra generazioni.

Nonostante queste tematiche siano oggi riconosciute e tutelate, almeno nell’ambito UNESCO, transumanza e pastorizia restano temi ai margini delle politiche. Non solo “nel ventennio 1990-2010 si sono persi 1.92 milioni di capi ovini, corrispondenti al 22% del patrimonio nazionale e più di centomila di aziende ovine, pari al 68% delle aziende totali”, ma non si è ancora riusciti a riconoscere e tutelare questo insieme di pratiche (colturali e culturali) con un corpus normativo idoneo e strutturato. Anzi: la transumanza risulta sempre più spesso ostacolata dal crescente sviluppo delle infrastrutture e delle aree urbane, che limitano sul piano geografico la capacità di spostamento degli animali, ma soprattutto dai molti e complessi divieti giuridici al transito degli armenti, posti in essere per motivazioni di carattere di igiene veterinario e pubblico decoro. Siamo sicuri che questa sia la scelta politica migliore per la comunità nel suo complesso?
In un mondo che oggigiorno ha individuato l’urbanocentrismo quale principale driver geopolitico e sociale, dimenticandosi del paesaggio (e delle popolazioni) posti all’esterno dei centri urbani, invero abbiamo sempre più bisogno di garantire l’attuazione di queste pratiche agro-silvo-pastorali sostenibili, principali strumenti di gestione del paesaggio e sentinelle della salute e salubrità dei luoghi, in particolare quelli marginali. In quest’ottica, che può essere, se lo decidiamo, una precisa scelta strategica e politica, elementi come la pulizia, il pubblico decoro e l’igiene veterinario, seppur importanti, devono divenire strumenti di supporto alla transumanza, non limiti o barriere. Sul tema, il Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO ha auspicato proprio che l’iscrizione possa riconoscere “il ruolo della transumanza quale fonte di resilienza sociale ed economica [per sostenere…] politiche pubbliche e [per influenzare] le strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile”.
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Ad oggi c’è ancora molta strada da fare: un primo, semplice ma significativo passo in questa direzione potrebbe essere riconoscere e ricomprendere la figura del pastore nei repertori regionali delle qualificazioni professionali, che rappresentano lo strumento nel quale sono riconosciute ed esplicitate le competenze degli operatori. Oggigiorno solo pochissime Regioni o Province Autonome prevedono nei propri repertori delle qualificazioni questa figura, da cui deriva la difficoltà di proporre progetti formativi uniformi e condivisi a livello nazionale. Eppure, c’è interesse un interesse formativo, così come vi sono professionalità che ancora possono formare nuovi giovani in questa professione.
Un’ultima precisazione: proprio in virtù della loro particolare rappresentazione simbolica-culturale, la transumanza e il pastoralismo abbisognano di restare saldamente ancorati al settore primario nazionale cui appartengono, attuando specifiche politiche di tutela e promozione del loro ruolo paesaggistico e produttivo. Diversamente, questi patrimoni culturali immateriali saranno trasformati in folclore dal marketing e dallo storytelling del mondo urbano, contro il quale non hanno nessuna chance di farsi riconoscere e valorizzare per quello che sono, divenendo a loro volta pastura per anonimi turisti annoiati.
Le fotografie inserite nell'articolo sono di Andrea Pincin

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte













