I suoi frutti alati vengono erroneamente chiamati semi. L'albero che, dopo il matrimonio con la vite, conquista boschi e città

Alberi dimenticati # 21/ Forestpaola ci racconta un piccolo albero che per secoli ha caratterizzato il paesaggio agricolo non solo italiano, molto usato nella coltivazione della vite ma anche nell'allevamento

Esiste forse un albero che è l'emblema delle nostre campagne? Per me, assieme all'olmo campestre, c'è lui, l'Acero campestre, nome scientifico molto facile Acer campestre. Questo albero può raggiungere i 15-18 metri, ma più spesso lo troverete di minori dimensioni, talvolta anche con portamento arbustivo.
Presenta un tronco spesso contorto e ramificato, con corteccia che a maturità è decisamente rugosa e crea delle placche tipicamente rettangolari; la sua chioma è ampia ma rivolta verso il basso, un po' cascante.
I suoi rami sono sottili e, attenzione, presentano una peluria che li rende facilmente distinguibili dai suoi simili di genere.

La sua foglia è davvero inconfondibile, come molti aceri presenta 3-5 lobi, con la parte centrale spesso a formare tre piccoli montagnole: si tratta di foglie piccole, grandi 5-8 centimetri, di un colore verde scuro. Saranno anche foglie piccole, ma che ombra fa l'acero campestre! I suoi rami infatti creano una copertura continua grazie ad un vero e proprio assiepamento di foglie. Se vi dovesse capitare di trovare antichi soggetti di acero campestre, potrete osservare come l'altezza sia spesso contenuta e i rami facilmente accessibili, proprio perché le sue foglie venivano sovente utilizzate come foraggio per gli animali.

Il fiore non è molto appariscente: si presenta a primavera con infiorescenze piccole e verdi, assieme all'emissione delle foglie; la caratteristica di questa specie è che può presentare sia fiori ermafroditi (che possiedono cioè sia gli organi riproduttivi maschili che femminili) che unisessuati.
Indubbiamente un altro carattere distintivo è il frutto, una disamara alata, in cui questi due frutti, che erroneamente spesso chiamiamo semi, sono attaccati per la parte rotondeggiante contenente il seme mentre le ali formano una perfetta...spaccata! Chi da bambino non ha giocato a farli volare roteando nell'aria? Forse a qualcuno potevano sembrare elicotteri, come a Leonardo da Vinci, ma a me parevano ballerine che danzavano nel cielo girando vorticosamente in una posa a spaccata.

Tuttavia l'emozione più forte l'ho provata qualche anno fa, passeggiando fra le campagne fiorentine, quando dietro ad un casolare ho scovato un appezzamento di vigneto in cui le piante di vite erano sostenute proprio da altri soggetti di acero campestre: una pratica, questa della vite maritata all’acero, un tempo molto utilizzata (ne avevamo parlato con l'olmo campestre ricordate?) ma che col tempo è andata scomparendo sostituita da altre pratiche di coltivazione.

Il suo legno, spesso contorto e di modesto diametro, era un tempo adatto solo a creare piccoli oggetti di uso quotidiano, prima che la plastica soppiantasse l'uso di questo materiale; rappresentava una specie che, una volta terminata la sua carriera di foraggiatrice o sostegno alle viti, andava bene nei caminetti e nelle stufe come ottimo combustibile.
Potreste averlo incontrato nelle vostre passeggiate in campagna, ma anche in città è ben apprezzato, come siepe coprente ma anche come specie ornamentale, poiché dopo una primavera passata nell'anonimato in tardo autunno dà il suo meglio: quando ormai tutte le piante avranno perso le foglie, ovviamente stiamo parlando delle latifoglie decidue, arriva l'acero campestre a risplendere di oro e arancio con la sua chioma avvolgente: un vero piacere per gli occhi! E allora ringraziamo questa specie che nei secoli ha contribuito tanto al lavoro dei nostri contadini e che adesso si merita proprio un pensionamento dorato nei nostri giardini.

Immagine di anteprima - credits: balles2601 da Wikimedia

Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.
Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".
Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.















