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Ambiente | 10 agosto 2025 | 06:00

"Alcuni tornano a valle perché non serviamo carne o Coca Cola: dispiace non capiscano, ma i tempi sono cambiati": storia di un rifugio vegano a quota 2.600

L'Orestes Hütte nasce dal sogno di due montanari (e grandi alpinisti) nati e cresciuti a Gressoney negli anni '40. Il racconto di Emil Squinobal: "Tutto è partito da una promessa fatta a zio Oreste sul letto di morte. Oggi il rifugio intitolato a suo nome è realtà. La particolarità? Offre solo cucina vegana: alcuni apprezzano, altri capiscono, ma non manca chi si lamenta o preferisce tornare a valle a pancia vuota"

scritto da Sara De Pascale

"C'è chi torna a valle arrabbiato perché non serviamo la Coca Cola, bevande, prodotti industriali o di origine animale: spiace non capiscano la nostra filosofia, ma i tempi sono cambiati ed è giusto innovare, anche in quota". 

 

A parlare è Emil Squinobal, che a quota 2.600 sul Monta Rosa gestisce con la sorella Marta un rifugio che parla di famiglia, attenzione all'ambiente e promesse (mantenute).

 

"Mio papà e mio zio Oreste erano guide alpine sul Monte Rosa - esordisce, intervistato da L'Altramontagna, raccontando la nascita del rifugio Orestes Hütte -. Erano abituati a dormire a quota 3.500, in rifugi come Capanna Margherita o il Mantova, che sorgono su pietraia e ghiaccio. Transitando con i clienti nella zona di Grossoney e più precisamente nella conca di Indren avevano però cominciato a pensare che sarebbe stata una bella idea costruire un rifugio in un bel posto come quello: verdeggiante e 'servito' d'acqua di sorgente".

 

Un'idea, un sogno, che Arturo e Oreste (FOTO di SEGUITO) hanno tenuto nel cassetto per un po', fino a quando quest'ultimo non ha deciso di farsi avanti: "Sul letto di morte chiese a me ed a mia sorella Marta se avessimo voluto collaborare con nostro padre per costruire il rifugio - riferisce il rifugista -. Gli promettemmo che lo avremmo fatto: era il 2004".

Dopo un lungo cantiere durato 5 anni, qualche difficoltà a livello burocratico ma tanta voglia di concretizzare il progetto, la famiglia Squinobal ha aperto le porte del rifugio (intitolato allo zio venuto a mancare) nel 2010: "Le parti in legno e abbiamo realizzate noi: papà Arturo oltre ad essere una guida alpina era anche un abile falegname - prosegue -. Per il resto ci siamo appoggiati a delle ditte esterne ed artigiani, lavorando sempre con una grandissima attenzione all'ambiente, cercando di avere il minore impatto possibile su di un territorio tanto prezioso quanto delicato". 

 

"Il rifugio è partito infatti proprio con l'idea di essere meno impattante possibile sull'ambiente e per questo abbiamo fin da subito proposto prodotti e materie prime biologiche, scegliendo ad esempio di vendere l'alternativa bio della Coca cola anziché la bevanda industriale e così via - riferisce Squinobal -. Ci siamo inoltre opposti al 'commercio' dell'acqua, offendo quella che la sorgente (prendendo i dovuti accorgimenti per renderla potabile) ci mette a disposizione". 


Con l'acqua del Monte Rosa, il rifugio Orestes Hüette produce corrente elettrica, mentre per il riscaldamento ci si affida ai pannelli solari e ad una pompa di calore. La grande attenzione all'ambiente, alla quale si sono andate ad aggiungere le molte richieste dei clienti (in particolare tedeschi) ha spinto i gestori a trasformare il rifugio in una struttura vegetariana nel 2017, "mentre nel 2018 siamo diventati un rifugio a tutti gli effetti vegan". 

 

"All'inizio - commenta - qualcuno che si arrabbiava e se ne andava c'era, ma capitava già prima per la Coca cola: c'è chi negli anni ha preferito tornare a valle a pancia vuota piuttosto che assaggiare i nostri piatti. Oggi accade sempre più di rado, ma qualche escursionista che storce il naso perché non abbiamo le salsicce non manca".

 

E sottolinea: "Già negli anni antecedenti alla scelta molti degli escursionisti che venivano da noi lo facevano perché si erano innamorati delle nostre focacce o zuppe e ora vengono ancora più volentieri. Abbiamo mantenuto la nostra clientela alla quale si sono aggiunte molte persone che, anche se inizialmente scettiche, si ricredono e poi tornano, entusiaste dell'esperienza".  


"Quando abbiamo deciso di diventare un rifugio vegano anche nostro padre, oggi 80enne, era scettico: ora invece fa yoga - racconta con un sorriso - pratica che tra l'altro 'si accompagna' molto bene con i movimenti delicati dell'arrampicata o con quella lentezza che dovrebbe sposarsi con l'andare montagna - conclude Emil -. In questi anni ne sono successe davvero di ogni, ma siamo felici di quello che abbiamo costruito. Il ricordo più bello? Portare la nostra nonna materna in rifugio a 92 anni dopo una vita trascorsa a valle: è stata una grande emozione". 

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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