"Gli Appennini non sono proprio montagne: non sono colline, ma non sono neanche le Alpi". L'affermazione rileva un gigantesco malinteso nazionale

Dotati di innumerevoli potenzialità, gli Appennini meritano finalmente di vedere riconosciuto quel diritto ad essere considerati montagna senza dover ricorrere necessariamente a un termine di paragone, primo passo verso una rinascita fondamentale per l’intero paese. Di ciò si occupa “Montagne a bassa definizione”, volume pubblicato di recente da Donzelli con i contributi di alcune tra le figure più importanti in tema di studio e analisi della realtà montana italiana. Ne abbiamo parlato con il curatore, Federico Di Cosmo
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La dorsale appenninica è la catena montuosa più grande del paese eppure, nonostante la sua ingombrante presenza, per molti rimane una realtà orografica minore, perennemente in bilico tra il "non-ancora Alpi" e la montagna di serie B. Dotati invece di innumerevoli e multiformi potenzialità, gli Appennini meritano finalmente di vedere riconosciuto quel diritto a essere considerati montagna senza dover ricorrere necessariamente a un termine di paragone, primo passo verso una rinascita appenninica fondamentale per l’intero paese. Di ciò se ne occupa Montagne a bassa definizione, volume di recente pubblicato da Donzelli con i contributi di alcune tra le figure più importanti in tema di studio e analisi della realtà montana italiana. Ne abbiamo parlato con il curatore, Federico Di Cosmo.
Il titolo del libro, Montagne a bassa definizione, esprime in maniera tanto suggestiva quanto emblematica il modo in cui gli Appennini vengono percepiti, loro malgrado, nell’immaginario collettivo. Nonostante siano “le” montagne italiane per eccellenza, quelle pienamente nazionali e caratterizzanti la gran parte della geomorfologia del paese, soffrono di una sottovalutazione diffusa e generale. Quale sono le ragioni di tale fraintendimento?
Inizio la mia risposta a questa domanda con un piccolo aneddoto. Qualche settimana fa, durante una revisione in aula, una mia studentessa del Laboratorio di Progettazione Finale (Facoltà di Architettura, Politecnico di Milano) mi disse: «Allora Prof., siccome stiamo progettando in montagna, ops, mi scusi, sugli Appennini…». La stoppai subito e, prontamente, chiesi delucidazioni sul motivo della correzione. La futura architetta mi rispose: «Sì, perché gli Appennini non sono proprio montagne, cioè… sono qualcosa di simile, non sono colline…ma non sono neanche le Alpi!». L’affermazione, assolutamente innocua di per sé, rivelava tutti i tratti di un gigantesco malinteso nazionale.
È proprio nel solco di quella precisa correzione che il libro trova la sua motivazione principale. Nonostante la loro ingombrante presenza, infatti, nell'immaginario collettivo gli Appennini rimangono un rilievo minore, perennemente in bilico tra il «non-ancora Alpi» e la montagna di serie B. Le ragioni sono molteplici e difficilmente sintetizzabili in poche righe. In primis c’è un fattore geografico, ossia che le Alpi sono facilmente percepibili come un “unico blocco” poiché sono delimitate dalle pianure circostanti, gli Appennini, invece, sono saldati senza soluzione di continuità alle fasce collinari e costiere, caratteristica che li rende meno riconoscibili come una regione unitaria. Poi c’è il modo in cui l’orografia si presenta ai nostri occhi: la conformazione meno geometrica, le cime «arrotondate», la frammentazione in valli e altipiani, i morbidi versanti boscosi; tutti elementi che ne “spezzettano” la riconoscibilità. Mentre per le cime alpine basta disegnare tre righe convergenti verso un punto (dicendola con le parole di Franco Brevini) per farne una rappresentazione sintetica, per la montagna appenninica non esistono delle funzioni matematiche così adeguate da restituirne un’archetipica conformazione spaziale.
Esistono poi fattori di natura culturale come, ad esempio, la costruzione “dell’epopea alpina” e l’invenzione romantica della “natura selvaggia”, due concetti che attraverso letteratura e arti visive, nel tempo, hanno messo in secondo piano tutto ciò che non corrispondeva strettamente ai connotati con i quali si è venuta descrivendo la montagna “ecumenica”.
Ripercorrendo la storia recente si incontrano altri punti fondamentali, come l’arrivo della modernità. Mentre per le Alpi si è assistito ad una spiccata modernizzazione dei territori di media e alta quota (infrastrutture, ferrovie, specifiche sperimentazioni architettoniche, etc.), gli Appennini sono stati investiti dal progresso in maniera quasi indifferente alla montuosità del territorio. Gli elementi identitari del paesaggio tradizionale della dorsale appenninica (come i tratturi, con tutto il loro sistema di abbeveratoi, stazzi, muri a secco, ricoveri e taverne; le policolture; i castagneti; i terrazzamenti; le reti di sentieri e mulattiere, l’edilizia rurale eccetera) sono stati cancellati o modificati irrimediabilmente, senza essere sostituiti da architetture, spazi o infrastrutture particolarmente aderenti alla natura dei luoghi, dunque non riconoscibili in quanto montani.
Il libro Montagne a bassa definizione. Gli Appennini tra crisi di identità e cambiamento passa in rassegna questi e altri punti, in difesa di una montanità che è davvero irriducibile e difficile da portare a sintesi.

Gli autori dei saggi del libro sono tra le figure più importanti in tema di studio e analisi della realtà montana italiana. Quali sono gli argomenti principali sviluppati nei saggi e attraverso quali logiche tematiche e narrative si è esplicata la cura del volume da parte sua?
Il volume è un’agile collezione di scritti, costruiti intorno ad alcune parole chiave proposte dal curatore. In sostanza, il libro cerca di raccogliere punti di vista inediti - aggiornati rispetto alle dinamiche attuali - da alcune delle voci più autorevoli tra gli studiosi di montagna e aree interne. L’idea di fondo è stata quella di stimolare un ragionamento corale su una possibile riconcettualizzazione della montagna appenninica, intesa non solo come categoria geografica ma anche, e soprattutto, come entità culturale e nuovo orizzonte di senso progettuale.
In pratica, ogni autore è stato invitato ad esprimersi su un tema strutturante, secondo le proprie inclinazioni, il proprio profilo formativo, il proprio vissuto, il proprio sguardo. Ogni testo è costruito intorno a un binomio (narrazione-linguaggio, entità-confine, montagna-architettura, alpinismo-appenninismo, storia-contemporaneità, eccetera) e tarato su un doppio registro che approfondisce il tema specifico da una prospettiva sia generale che disciplinare.
Gli argomenti principali, solo per citarne alcuni, riguardano la forza del linguaggio e delle narrazioni, le continuità geografico-culturali tra monte e costa, le problematiche dell’industria dello sci, i cambiamenti climatici, i divari politici e territoriali, il recupero dell’identità storica, l’abbandono, il neopopolamento, le economie, i nuovi e i vecchi movimenti demografici, i modi differenti di muoversi e di abitare l’Appennino.
Guardandoli in prospettiva, ogni testo compone il tassello di un ragionamento più ampio sviluppato con gli autori, del quale ho avuto il piacere di provare a tirarne le fila con due saggi introduttivi. Dopo la fase istruttoria, il lavoro curatoriale, si è concentrato sulla tenuta di alcune rappresentazioni territoriali ormai consolidate – come la Montagna di Mezzo, l’Italia di Mezzo, la Metromontagna, l’Internità, eccetera – per comprendere quanto dell’attuale geografia appenninica può essere ricompresa sotto questi sguardi e quanto ancora sfugge agli attuali strumenti culturali di identificazione. Con quest’idea in mente ho cercato di adottare una risoluzione differente, depotenziando il ruolo delle categorie analitiche in favore di un’interpretazione a “bassa definizione”. Meno precisa, certamente, ma più aperta e facile da modellare su una pluralità di punti di osservazione.

Il libro offre, tra le altre cose, «un’indagine sullo stato di montanità» degli Appennini: su quali elementi e metodologie è stata articolata quest’indagine, e qual è il quadro generale che ne è scaturito?
Riguardo il quadro generale dell’indagine, oltre a quanto già riferito poc’anzi, proverei a fare un approfondimento.
C’è da dire che, come spesso accade, il libro pone più interrogativi che soluzioni, più immagini coesistenti che singole rappresentazioni! Questo, di per sé, sottolinea un punto fondamentale, ossia che gli Appennini sono costruiti culturalmente su un immaginario multiplo e conflittuale. Sul territorio, infatti, coesistono una rete di narrazioni, distorsioni e reinvenzioni anche molto divergenti. Alcune provengono da campagne di marketing, rappresentazioni mediatiche, miopi progetti politici locali, passa parola, falsi miti e semplificazioni. Qui i simboli ricorrenti utilizzati per descrivere gli Appennini sono quelli del bel panorama, del borgo, della fresca faggeta d’altura, dell’arrosticino, del cervo in paese, dell’orso e del lupo.
Sul versante opposto, invece, domina la condizione meno incoraggiante di internità e abbandono, la noia che attanaglia i paesi, la lontananza che uccide più della vecchiaia e dei disservizi.
Da un altro punto di osservazione però, il quadro che ne è uscito fuori è ancora differente, diametralmente opposto a quella sottovalutazione di cui si parlava nella prima domanda. A fronte di un potere evocativo piuttosto modesto, il libro passa in rassegna una quantità di storie e iniziative che rendono l’Appennino un formidabile laboratorio di innovazione, che riesce a proporre delle contronarrazioni e prospettare modelli di transizione non consumistici, foggiati sul senso del limite tipico della vera cultura montanara (come ben argomenta Maurizio Dematteis nel suo bel saggio).

Fin dalla scheda di presentazione del libro si mette in evidenza la necessità di «Ripensare la dorsale appenninica»: una “missione” che appare intrigante e al contempo ostica. Da dove cominciare e cosa innanzi tutto ripensare per avviare nel modo migliore questa missione?
Posta in questi termini, la questione assume il peso di una rivoluzione. Ed in effetti lo è. Come tutti i cambiamenti radicali bisognerebbe puntare su almeno due fattori: un profondo cambio di prospettiva e un misurato distacco con la storia.
Sul primo punto mi piacerebbe scomodare una celebre frase di Marcel Proust che recita: «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi». Utilizzo volutamente questa frase senza superficialità o sensi di narcisismo letterario, proprio perché gli Appennini, intesi come nuovo orizzonte di senso montano e progettualità, esistono già, sono riconoscibili e anche molto attivi. Bisogna solo saperli guardare. Luoghi come Castel del Giudice, Gagliano Aterno, la Valle dei Cavalieri, Cerreto Alpi (solo per citarne alcuni) propongono modi di immaginare, pensare, dunque abitare (cit.) assolutamente innovativi, basati su un concetto fresco e aggiornato di dorsale appenninica (tutti i dettagli nel libro!).
Sul secondo punto, invece, vorrei appoggiarmi ad un tema sul quale Augusto Ciuffetti ha lavorato molto, ossia il rapporto costruttivo con il passato. La storia ci insegna che gli Appennini sono sempre state montagne “mobili” dall’abitare transitorio. Basti pensare alle migrazioni lavorative stagionali, alle transumanze, ai commerci tra monti e coste, alle comunità “cosmopolite” dei monaci benedettini, eccetera. Questa forte vocazione storica combinata con le naturali continuità territoriali tra spazi interni ed esterni alla dorsale, se ben riconsiderate, possono offrire nuove opportunità. Guardando alla storia con una visione di lungo periodo è possibile inquadrare le dinamiche dello spopolamento odierno all’interno di più ampi cicli abitativi provenienti del passato, caratterizzati da momenti di crescita, stagnazione e decrescita. Abitare in maniera asimmetrica, intermittente o temporanea le terre appenniniche acquisirebbe tutto un altro significato. Riconcettualizzare lo spopolamento, sdemonizzare l’abbandono, aprire culturalmente ad una serie di nuove figure abitanti, sarebbe sicuramente un buon punto di inizio.
Parlarne, scriverne, immaginarne progetti e politiche è un modo per rompere inerzie e resistenze, colmare fratture ideologiche, scardinare vecchi automatismi culturali con nuovi movimenti di pensiero. Forse è proprio da qui che nasce ogni rivoluzione!

In tema di ripensamento e ridefinizione dell’identità appenninica, il fondamentale concetto di “metromontagna”, che invero è nato sulle Alpi, appare per molti versi più consono alla realtà appenninica, lì dove le relazioni tra le città, generalmente piccole, e le montagne appaiono ancora “genuine” (con tutti i pro e i contro del caso) e meno alterate da modelli socioeconomici non sempre virtuosi che sulle ben più antropizzate Alpi italiane hanno dilagato. In forza di ciò che è scaturito dalle indagini di cui il libro dà conto, secondo lei può elaborarsi e svilupparsi una metromontagna prettamente appenninica ovvero una specifica dinamica di rinnovamento e sviluppo che riconferisca il pieno diritto agli Appennini di essere considerati montagna vera e, ancor più, una rete di terre alte vive e vitali nonché capaci di costruirsi un proprio futuro senza più subalternità di sorta?
Non nascondo che la domanda è assai complessa e difficile da trattare in questa sede senza scendere in lungaggini o eccessive semplificazioni. Proverò a tracciare delle traiettorie e dare degli spunti di riflessione attingendo ad alcune riflessioni contenute nel libro.
Non saprei dire se il concetto di metromontagna sia più consono alla realtà alpina o appenninica, poiché non basato solo sul grado di “genuinità delle relazioni” o peso dell’antropizzazione. Quello che posso dire con certezza e che le precondizioni per riconoscere sul territorio appenninico la presenza di sistemi metromontani ci sono, tuttavia seguono logiche differenti da quelle alpine. La riflessione avviata qualche tempo fa da Giuseppe Dematteis, poi ripresa e aggiornata da altri studiosi, si basa su spazi relazionali strutturalmente diversi, appartenenti prevalentemente al contesto padano-alpino. Se per il nord la dimensione metromontana aiuta a definire meglio i caratteri di una montagna che è sempre più “urbana”, prestazionale e in connessione con la pianura, non è lo stesso per gli Appennini. La configurazione metropolitana al centro-sud è diversamente strutturata, con frange metropolitane meno estese, ambiti periurbani meno continui, un grado di infrastrutturazione che rende specifici (e più meridionali) i divide tra costa (attenzione, non pianura!) e monte.
Se i due poli della relazione metromontana – città e terre alte – possono essere riferiti a schemi più universali di montanità e urbanità, dunque simili (pur con i necessari distinguo) tra Alpi e Appennini, la fascia di mezzo è quella in cui si sviluppano delle differenze sostanziali tra le due macroregioni. Il pedemonte alpino, ad esempio, è caratterizzato da una diffusa industrializzazione, mentre quello appenninico è più variegato, con attività principalmente legate al commercio, all’agricoltura, al manifatturiero, al turismo e alla ristorazione, dislocate per poli e distretti. Come illustrato da Giuseppe Dematteis, la morfologia fa sì che nel primo la concentrazione e l’offerta di servizi abbia una distribuzione prevalente ti tipo lineare, ramificata lungo gli assi dei fondovalle, che favorisce l’instaurarsi di relazioni dirette e indirette tra le alture e i centri metropolitani sottostanti, secondo uno schema generale che dall’arco montuoso converge verso le città di pianura. Nel secondo, dove si alternano topografie omogenee a tratti più aspre, conche intermontane e altipiani, pendici e massicci paralleli alla catena principale, la concentrazione di risorse e servizi crea una trama di relazioni poco lineari e meno riconoscibili.
Detto questo, non credo che le diversità insite nella natura dei luoghi e nelle specifiche configurazioni delle continuità territoriali siano un freno allo sviluppo di sistemi metromontani appenninici, anzi, in una prospettiva ottimistica potrebbero dimostrarsi addirittura un punto di forza. Sono abbastanza sicuro però che prima di ragionare in termini di riabitabilità territoriale o riscatto dell’identità territoriale bisognerebbe, ancora una volta, adeguare il grado di definizione del concetto di metromontagna piegandolo specificatamente all’ambiente di cui stiamo parlando.
Tutte le fotografie presenti nell'articolo sono di Federico Di Cosmo














