Quanto è importante l’affetto con cui si accatasta la legna davanti a casa? O prendersi cura di una piantina in vivaio? Il nuovo libro fotografico per raccontare il rapporto tra bosco e comunità

Un legame millenario, quello tra foreste e comunità, raccontato attraverso la fotografia. "Il nostro bosco" è l'interessante volume fotografico che FSC Italia - uno dei principali schemi per la gestione forestale sostenibile operanti nel nostro Paese - ha realizzato insieme al pluripremiato collettivo di fotografi TerraProject. L’obiettivo è stato quello di raccontare il rapporto tra natura e comunità all’interno del territorio di un’istituzione storica come la Magnifica Comunità di Fiemme. La nostra recensione, insieme a un'intervista ai fotografi convolti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Bosco e comunità. Un bosco della comunità, una comunità allacciata indissolubilmente al bosco. Donne, uomini e alberi ritratti con uno stile sobrio e misurato ma al tempo stesso diretto e preciso, capace di portare gli occhi degli osservatori dentro l’anima dei soggetti e dei luoghi ritratti.
Sono settimane che, a giorni alterni, sfoglio con attenzione un interessante libro fotografico che FSC Italia - uno dei principali schemi per la gestione forestale sostenibile operanti nel nostro Paese - ha realizzato insieme al collettivo di fotografi “TerraProject”. L’obiettivo è stato quello di raccontare il rapporto tra natura e comunità all’interno del territorio di un’istituzione millenaria, la Magnifica Comunità di Fiemme. Il volume, attraverso il caratteristico stile di questo collettivo fotografico pluripremiato che ha sempre dimostrato grande sensibilità verso i temi ambientali e sociali, porta informazioni oggettive lasciando però ampio spazio a suggestioni e poesia. Si tratta di fotografie che non urlano sentenze, ma che sussurrano storie.
Sfogliando e risfogliando ho notato un senso di sospensione che aleggia tra le pagine: non viene da riflettere su qualcosa che è stato, su una storia già scritta, ma si è spinti, al contrario, ad immaginare cosa accadrà dopo. Dopo gli scatti della macchina fotografica, dopo la tempesta Vaia e l'infestazione di bostrico, dopo la messa a dimora di giovani piantine, dopo che nuove dinamiche climatiche, ecologiche e sociali trasformeranno nuovamente il paesaggio, dopo…

Come spiega FSC, sono tre i grandi filoni tematici affrontati dalla ricerca fotografica: paesaggi, attività e ritratti: “I paesaggi raccontano la fragilità e la resilienza della foresta: dagli antichi boschi secolari alle ferite lasciate dal vento e dall’insetto fino ai vivai, simbolo di futuro; le attività di taglio e lavorazione del legno fanno da cornice ai saperi locali, come la raccolta dei funghi e la produzione di oli essenziali e resine; i ritratti, infine, mostrano il legame di una comunità che con la foresta ha un rapporto quotidiano, storico e identitario”.
Sfogliando e risfogliando ho pensato che per addentrarsi al meglio in questo lavoro profondo, che racconta in modo tutt’altro che patinato un territorio montano complesso e particolare, fosse necessario porre alcune domande ai fotografi di TerraProject coinvolti nel progetto.
Il volume è acquistabile sul sito web di FSC Italia.

Eravate abituati a questo genere di storie? Come vi siete approcciati per raccontarla?
“Come collettivo, nei nostri progetti ci siamo spesso confrontati con conflitti ambientali complessi, anche in contesti internazionali. In Italia in particolare, nei molti progetti svolti sul territorio, ci siamo spesso imbattuti nei problemi strutturali dei territori montani e interni, dove fenomeni come lo spopolamento, la frammentazione sociale e l'abbandono del paesaggio sono purtroppo molto diffusi. In questo senso, la Val di Fiemme ha rappresentato per noi una narrazione in controtendenza: una comunità che da secoli vive in stretto rapporto con il proprio territorio, sviluppando forme collettive di gestione sostenibile. Una realtà in cui l’ambiente non è un campo di battaglia, ma un bene comune curato e condiviso.
Questo equilibrio ci ha profondamente colpiti. Siamo convinti che questa situazione virtuosa sia resa possibile dalla forte coesione sociale che si percepisce nella valle, un sentimento comunitario che ha radici antiche e che trova una sintesi nella Magnifica Comunità di Fiemme. Il suo ruolo istituzionale e simbolico ha saputo unire la tradizione con i bisogni contemporanei, sostenendo un modello partecipato e lungimirante di gestione forestale.
Il nostro approccio è sempre lo stesso: partire dall’ascolto e dall’esplorazione. Abbiamo incontrato persone, raccolto racconti, camminato a lungo nei boschi e tra i paesi, osservando la relazione intima che qui esiste tra il paesaggio e la comunità. Per noi è stato molto interessante raccontare questa esperienza positiva e generativa, e siamo felici di aver potuto restituire, attraverso il linguaggio fotografico, un esempio concreto di come ambiente, società e cultura possano coesistere e rafforzarsi reciprocamente”.

Quali soggetti avete colto in prima analisi e quali, invece, solo successivamente?
“All’inizio del progetto, grazie al supporto della Magnifica Comunità di Fiemme e di FSC Italia, abbiamo stilato una lista di realtà significative presenti sul territorio. Questo ci ha permesso di costruire un’agenda iniziale di incontri e sopralluoghi, cercando fin da subito di mantenere un equilibrio tra i diversi aspetti emersi: dal lavoro forestale alle attività artigianali, dai progetti educativi fino alle forme più intime di relazione con il bosco.
Tuttavia, coerentemente con il nostro approccio collettivo e documentaristico, abbiamo affiancato a questa fase organizzata una seconda modalità più libera, fatta di esplorazione diretta. Ci siamo immersi nel territorio, attraversandolo e girando per i paesi, parlando con le persone incontrate lungo la strada. Questo ci ha permesso di scoprire storie e volti che non erano previsti nella scaletta iniziale ma che si sono rivelati fondamentali per completare il racconto.
In una prima fase, i soggetti che abbiamo colto sono stati quelli più evidenti: i paesaggi della valle, le cicatrici lasciate da Vaia, le attività produttive legate alla gestione forestale. Solo successivamente, entrando in relazione con le persone, abbiamo potuto avvicinarci a dimensioni più intime e stratificate: il gesto quotidiano del prendersi cura di una piantina in vivaio, l’affetto con cui si accatasta la legna davanti a casa. È in questi dettagli che abbiamo trovato il cuore del racconto”.

Avete scelto di mostrare non solo il bosco perduto, ma anche quello che ritorna: una scelta narrativa o una riflessione nata sul campo?
“Sì, è vero: di fronte a un evento come Vaia e ai segni ancora evidenti che ha lasciato nel paesaggio, la tentazione di concentrarsi esclusivamente sugli aspetti più drammatici è forte. Ma per noi, come collettivo, è fondamentale evitare una fotografia spettacolarizzante che enfatizzi il dramma. Cerchiamo di raccontare ciò che abbiamo davanti con responsabilità, cura ed equilibrio. Usiamo una forma visiva che rimane neutra, sobria, capace di lasciare spazio e dignità ai soggetti che incontriamo, senza urlare né drammatizzare.
Questo approccio si è rivelato particolarmente coerente con ciò che abbiamo trovato in Val di Fiemme. Nessuno si è fermato a lamentarsi: al contrario, abbiamo incontrato persone e comunità impegnate a trovare soluzioni, migliorare la gestione forestale e guardare al futuro. La rigenerazione del bosco, in atto nei vivai e nei programmi di rimboschimento, è un segno tangibile di questa volontà. Una delle risposte più interessanti, ad esempio, è l’inserimento di un maggior numero di specie arboree nelle nuove piantagioni, per superare quella monocoltura che aveva reso il bosco più vulnerabile agli effetti della tempesta e alla diffusione del bostrico.
Quello che abbiamo voluto raccontare, quindi, non è solo il bosco ferito, ma anche quello che resiste e quello che sta rinascendo. È un paesaggio in divenire, dove la gestione forestale è orientata a lungo termine e profondamente intrecciata con una visione collettiva di futuro. Il nostro racconto visivo si è costruito dentro questo movimento: di cambiamento, di resilienza, e soprattutto di cura”.

Come si arriva a un equilibrio estetico tra elementi così diversi (alberi, volti, strumenti, paesaggi)?
“Trovare un equilibrio visivo tra tanti elementi diversi è una sfida, ma anche uno degli aspetti più interessanti del nostro modo di raccontare per immagini. Non si tratta semplicemente di alternare soggetti diversi, ma di costruire una narrazione coerente, armonica e rispettosa, capace di trasmettere complessità senza frammentazione.
Noi, come TerraProject, da anni lavoriamo su uno stile collettivo: un processo in cui le visioni personali si fondono per dare vita a un linguaggio fotografico unitario, come se esistesse un “quinto autore” che rappresenta la sintesi del gruppo. È per questo che firmiamo i nostri progetti come collettivo, senza l’indicazione dei nomi individuali. Questa omogeneità è anche il frutto di un’esperienza condivisa che ormai dura da quasi vent’anni, fatta di confronti continui, riflessioni comuni e un forte senso di responsabilità nei confronti dei territori che raccontiamo.
Dal punto di vista pratico, significa osservare e ascoltare molto. Dare lo stesso valore al gesto quotidiano di un boscaiolo, al volto di una bambina in un asilo nel bosco, alla trama intricata di un tronco appena tagliato. Ogni elemento, naturale o umano, è parte di un insieme e viene trattato con la stessa attenzione formale e narrativa. L’armonia che emerge dalle fotografie nasce proprio da questa parità di sguardo.
Inoltre, nella costruzione del lavoro, ci siamo lasciati guidare dai ritmi e dai tempi lenti del territorio. La possibilità di vivere per alcuni giorni in Val di Fiemme, di camminare nei boschi, visitare le segherie, parlare con gli artigiani e partecipare alle attività quotidiane, ci ha permesso di immergerci pienamente nell’ambiente. Questo ci ha aiutato a superare la visione esterna o “esotica” del luogo, per restituire invece un racconto radicato, organico, dove gli elementi si parlano con naturalezza”.

Cosa avete portato a casa, come persone, da questa esperienza?
“Dalla Val di Fiemme abbiamo portato a casa molto più di una serie di fotografie: abbiamo portato con noi un esempio concreto di come una comunità possa prendersi cura del proprio territorio con visione, responsabilità e coesione.
Siamo abituati a lavorare in contesti dove la relazione tra uomo e ambiente è spesso segnata da conflitti, spopolamento, marginalizzazione. Qui, invece, abbiamo incontrato un modello virtuoso, in cui la gestione forestale non è solo una questione tecnica o produttiva, ma un fatto culturale, identitario, profondamente condiviso. Questo ci ha colpiti molto, perché ci ha mostrato che esistono alternative reali, e che la sostenibilità non è solo una parola astratta, ma una pratica quotidiana fatta di gesti semplici e scelte consapevoli.
L’accoglienza ricevuta, il dialogo con le persone incontrate, l’apertura con cui ci è stato permesso di entrare nella quotidianità della valle, ci hanno fatto sentire parte di una rete, anche se temporanea. È un’esperienza che ha arricchito il nostro sguardo e rafforzato il nostro impegno a raccontare storie che pongano al centro la dignità delle persone e il valore dei territori.
Infine, è stato importante anche per noi come gruppo: ogni progetto sul campo è un’occasione per rinsaldare il nostro metodo di lavoro collettivo e riconoscere ancora una volta quanto sia prezioso raccontare realtà che funzionano, senza idealizzarle, ma con la giusta misura di rispetto e consapevolezza”.

Il volume è acquistabile sul sito web di FSC Italia.
Foto: TerraProject













