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Cultura | 30 marzo 2025 | 12:00

Storia del "primo borgo telematico d'Italia": a Colletta di Castelbianco la rivoluzione è iniziata negli anni Novanta

Nel 1971 contava cinque abitanti, nel 1995 è ormai un paese fantasma. Allora, un gruppo di imprenditori della provincia di Alessandria lo acquista per farne la "Silicon Valley" della Liguria. Grazie al visionario architetto genovese Giancarlo De Carlo, realizzano un progetto di restauro che mantiene l'originaria conformazione urbanistica e la caratteristica struttura in pietra, conservandone e valorizzandone l'identità storica e culturale, e collegando tutte le 70 unità abitative recuperate con cavi a fibra ottica. Tecniche e materiali originari del luogo per realizzare un posto dove si sta bene, sviluppando quello che all'epoca cominciava ad affacciarsi come la rivoluzione del telelavoro. Ecco com'è diventato oggi  

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Un giorno Cinzia Bettella riceve una strana telefonata. Gli propongono di amministrare il primo borgo telematico d’Italia. Cinzia vive a lavora ad Albenga, sulla costa ligure, fa l’amministratrice di condominio ed è abituata ad amministrare i classici cubi rivieraschi vista mare, che esplodono nei mesi di luglio e agosto ed entrano in sonno in quelli successivi, con passeggiata mare, asciugamani stesi ed infradito. È la prima volta che gli propongono di occuparsi di un borgo montano, nell’entroterra savonese, nel comune di Castelbianco, in Val Pennavaire, con case in pietra, ulivi intorno, sentieri e addirittura falesie di arrampicata. Certo dista solo una ventina di chilometri dalla costa, ma tanto basta per farne un luogo completamente diverso: li è montagna, quiete, natura e lentezza. Finalmente però ha modo di promuovere tutta quella parte della sua regione, la Liguria, che non è mare, l’incredibile entroterra fatto di macchia mediterranea, boschi, roccia e sentieri, finora rimasta in secondo piano, le bellissime Alpi liguri a due passi dal mare.

 


 

La storia di Colletta di Castelbianco, così si chiama la frazione nel piccolo comune in Provincia di Savona, comincia come quella di tanti altri borghi abbandonati delle nostre belle montagne: risalente al XII secolo a causa di eventi sismici prima e dell’attrazione fatale della costa dopo, fu soggetta ad un lento abbandono da parte degli abitanti fino a registrarne soltanto cinque con il censimento del 1971.

 

Nel 1995 è ormai un paese fantasma, in rovina, che si sta perdendo, ed è allora che un gruppo di imprenditori della Provincia di Alessandria lo acquista per farne la Silicon Valley della Liguria. Grazie al visionario architetto genovese Giancarlo De Carlo, gli alessandrini realizzano un progetto di restauro che mantiene l'originaria conformazione urbanistica e la caratteristica struttura in pietra, conservandone e valorizzandone l'identità storica e culturale, attuando un upgrade di almeno due secoli, collegando cioè tutte le 70 unità abitative recuperate con cavi a fibra ottica e facendo del piccolo Borgo di Colletta un nodo Internet ad alta velocità. Tecniche e materiali originari del luogo per realizzare un posto dove si sta bene ed è possibile lavorare in armonia con la natura sviluppando quello che all'epoca, siamo negli anni ’90, cominciava ad affacciarsi come la rivoluzione del telelavoro.

 

«Siamo partiti all’epoca con una connessione da due mega, oggi ne abbiamo 100», racconta Cinzia Bettella. All’inizio un’impresa non facile, perché i proprietari erano praticamente tutti all’estero, chi in Francia, chi nelle Americhe chi chissà dove. Ci sono voluti 10 anni solo per ricostruire ed acquisire le proprietà, di cui molti non erano nemmeno più a conoscenza, ma il gruppo affiatato non ha mollato e il sogno si è concretizzato. «Le case recuperate sono state messe in vendita», continua Cinzia. Splendide dimore in pietra chiara caratteristica dei Monti liguri a pochi chilometri dal mare, in uno borgo antico i cui è possibile lavorare. «Oggi la metà degli inquilini – così li chiama l’amministratrice - sono stranieri e metà italiani. Ci sono inglesi, americani, svedesi, tedeschi, australiani. 70 case, alcune gestite con un sistema di affitti stagionali, e degli spazi comuni come la piscina o un bar con sala ritrovo».

 


 

La borgata grazie al progetto visionario dell’architetto Giancarlo De Carlo, il cui testimone è stato preso oggi dall’architetto svedese Ole Wiig, che da Oslo si trasferisce ogni anno per parecchi mesi a di Colletta di Castelbianco, è rinata. Con un processo in discontinuità rispetto all’idea classica di ripopolamento, dove arrivano nuove figure di montanari che mettono in crisi la storica e rassicurante lettura novecentesca della contrapposizione tra comunità e società, citta-montagna/margine-centro. Orfani dell’ennesima rappresentazione novecentesca oggi assistiamo infatti al crescere dell’interdipendenza e degli scambi tra la montagna rurale e le città, dove è possibile ricuperare i patrimoni identitari delle vecchie comunità nella progettazione di nuove realtà, intese come “società di persone che sanno e che possono mettere a fuoco interessi comuni, collaborando per trasformarli in azioni sul mondo” (Magnaghi 2020). La neo-comunità di progetto di Colletta di Castelbianco si pone quindi alla guida di un fenomeno co-evolutivo del passato, creando una sorta di meticciato che non dimentica quanto di buono può offrire il passato sedimentato in tradizione, ma nemmeno rigettano l’innovazione che su quei singoli territori oggi funziona.

 


 

«Fissi che abitano tutto l’anno ci sono due famiglie – racconta l’amministratrice – più la famiglia dei custodi. Ma da Pasqua fino ad ottobre, con in più il periodo natalizio, qui ci vive tantissima gente. Lavorano, camminano, vanno in mountain bike, ad arrampicare in falesia. E a novembre organizziamo la Festa dell'Olivo, grazie ai nostri 100 alberi di ulivo condominiali, ogni secondo weekend di novembre ci troviamo per questo momento di convivialità, raccogliamo il venerdì e il sabato mattina portiamo le olive al frantoio locale, poi pranziamo tutti insieme, si etichettano le bottiglie e la domenica facciamo la riunione di condominio».

 


 

Ci sono i neo montanari per scelta, quelli con una forte coscienza ambientale e sociale che grazie alla tecnologia riescono a portare avanti progetti di vita in Val Pennavaire. Ci sono i montanari per un po’, quelli che a Colletta di Castelbianco vivono e si spendono per qualche anno e poi ripartono, oppure vi risiedono per alcuni mesi ogni anno o comunque passando una significativa parte della loro esistenza in questo luogo, concorrendo al suo sviluppo sostenibile e durevole.

 

Il bar ristorante Colletta, che offre cibo, vino e birra artigianale dalla zona, è gestito dagli Scola, storica famiglia locale, ristoratori in Val Pennavaire dagli anni ’20 del secolo scorso. «Ricordo la signora Anna – la mamma dell’attuale gestore del ristorante mancata qualche anno fa - che portava i bambini a Colletta a giocare e diceva “c’è sempre il sole a colletta”, era davvero affezionata al luogo», ricorda Cinzia Bettella. E come lei molta gente spinata dalla curiosità ogni anno dalla costa va a visitare il piccolo borgo, dove fanno la pizza una volta alla settimana, serate di cinema all’aperto nell’anfiteatro, organizzano la festa della birra e altri prodotti locali tra le opere del Parco delle sculture. Insomma un nuovo modello ibrido di ripopolamento e recupero di una parte abbandonata delle nostre montagne che continua a fare scuola, e che la Carovana delle Alpi di Legambiente nel lontano 2020 ha giustamente premiato con l’ambita Bandiera Verde.

 


 

«Se vieni qui non puoi non rimanere estasiato – conclude l’amministratrice -. Quando mi hanno affidato questo “condominio” subito mi è venuto un accidente, non c’erano precedenti per amministrare una cosa del genere. Ma poi poco alla volta mi sono data da fare e allora mi sono accorta che non si trattava solo di gestire i conti ma di un’esperienza che ti avvolge a 360 gradi, ti innamori di tutto il contesto e nascono veri rapporti d’amicizia con le persone».

la rubrica
Il mondo dei vincenti

Siamo ancora abituati a pensare alla montagna come luogo di svago delle città e della pianura che, bontà loro, sostengono le economie d’alta quota attraverso il turismo di massa e la frequentazione. Ma così non è più, si sbagliano e di grosso giornali e riviste, e noi de L’Altramontagna vogliamo raccontarvelo per primi, dando il via ad una vera e propria contro-narrazione che si appoggia sull’approfondimento dei tanti esempi emblematici presenti nei Dossier delle Bandiere Verdi di Legambiente. Una rubrica a cura di Maurizio Dematteis

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