Un ponte tra arte e scienza, tra laguna di Venezia e boschi alpini. Quando le gallerie del bostrico si trasformano in "tracce estetiche e narrative"

A Venezia, fino al 3 gennaio, è in scena la mostra personale dell’artista Silvia Canton intitolata: "L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia, il bostrico tipografo". La mostra è supportata, tra i vari partner, anche da una Fondazione di montagna e realizzata in collaborazione con L'Altramontagna e l’Università di Padova: perché questa sinergia?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A Venezia, presso la prestigiosa Sala del Camino della Fondazione Bevilacqua La Masa, dal 30 novembre 2025 e fino al 3 gennaio 2026 è in scena la mostra personale: "Silvia Canton. L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia, il bostrico tipografo", a cura di Martina Cavallarin con Antonio Caruso e organizzata da Techne Art Service.
Silvia Canton è un’artista veneta la cui ricerca si fonda sul recupero di materiali di origine naturale, con particolare attenzione ai temi del cambiamento climatico, dell’ambiente e della sostenibilità. Dopo la tempesta Vaia e, in particolare, a seguito dell’epidemia di bostrico tipografo, l’artista ha iniziato una profonda riflessione legata agli effetti della crisi climatica, che non causa solo danni immediati, ma ha conseguenze che si propagano nel tempo. Questa scintilla ha dato l’avvio a una sperimentazione artistica incentrata sul recupero del legno schiantato e delle cortecce infestate. Un lavoro meticoloso, approfondito dal punto di vista scientifico grazie alla collaborazione con l’Università di Padova e da quello narrativo-giornalistico con L’Altramontagna, attraverso il libro "Sottocorteccia. Un viaggio tra i boschi che cambiano".

Da Venezia, luogo dell’esposizione, ai boschi delle Dolomiti, cuore del problema indagato, la personale di Silvia Canton rappresenta così un ponte metaforico tra pianura e montagna, tra città e paesi delle terre alte, tra laguna e boschi alpini. Un’occasione per sensibilizzare chi vive lontano dalle valli su fenomeni che interessano luoghi spesso dimenticati. Al tempo stesso, un messaggio che travalica i singoli luoghi, per farsi emblema di problematiche globali.
Il legame della mostra con il territorio delle Dolomiti è il motivo di fondo che ha spinto la Fondazione Silla Ghedina Apollonio Menardi ad essere uno dei supporter della mostra. Si tratta di una fondazione di montagna, nata nel 2005 per volontà testamentaria dell’albergatrice ampezzana di cui porta il nome. Lo scopo è quello di valorizzare il patrimonio artistico, storico ed ambientale di Cortina d’Ampezzo e della Regione Dolomitica attraverso la promozione di eventi e progetti a carattere informativo, culturale, scientifico e sportivo. Nel corso degli anni la Fondazione ha contribuito a finanziare interventi di restauro di opere artistiche nelle chiese delle valli, ha sostenuto autori che narrano storie legate al territorio, è stata in prima linea nel sostenere eventi e iniziative e sostenuto ragazzi e ragazze di talento delle scuole secondarie e superiori della conca ampezzana attraverso l’istituzione di borse di studio, corsi di orientamento e stage di perfezionamento.
"La Fondazione ha accolto con entusiasmo il progetto dell’artista Silvia Canton", spiega l’Avvocato Michele Perissinotto, Presidente della Fondazione, "si tratta di un progetto che coniuga aspetti estetici di grande impatto e di sicuro valore artistico con altri di valenza scientifica ed ambientale, centrali nel contesto montano dei boschi delle Dolomiti. Un progetto, quindi, che attraverso le opere di Silvia Canton ha il potere di sorprendere e di appassionare per fascino e bellezza, ma anche il merito di contribuire alla divulgazione di problematiche di interesse generale che altrimenti non verrebbero comprese nella loro effettiva rilevanza pubblica".

Sulla stessa linea di pensiero anche Massimo Faccoli ed Emanuele Lingua, rispettivamente docenti di entomologia e selvicoltura all’Università dio Padova che hanno collaborato con l’artista: "Come ricercatori troviamo l’arte di Silvia Canton particolarmente interessante perché le sue opere traducono in linguaggio visivo e artistico ciò che sul campo osserviamo scientificamente con i nostri studi", spiegano. "Nelle sue opere le cortecce infestate dal bostrico tipografo, con i loro intricati solchi scavati dagli adulti e dalle larve, si trasformano da segni di degrado e morte delle piante in tracce estetiche e narrative, memoria di eventi drammatici legati alla distruzione di interi boschi".
Per Faccoli e Lingua, la forza dell’artista è quella di aver reso percepibile ad un vasto pubblico, anche di non specialisti, la complessità ecologica e l’impatto di un insetto che normalmente rimane invisibile ai più. "La trasposizione simbolica di questi segni, di queste gallerie, offre dunque una nuova prospettiva sul rapporto tra foresta, vulnerabilità ambientale e percezione umana di nuovi problemi che si affacciano con prepotenza nel nostro quotidiano", sottolineano i ricercatori. "L’interpretazione artistica può infatti stimolare nuove domande scientifiche ed etiche, offrire nuovi punti di vista, e favorire un dialogo tra il mondo universitario e della ricerca con quello della società civile che si interroga sugli eventi che la circondano. Per questo riconosciamo nella mostra di Silvia Canton un patrimonio di conoscenze che travalica la materia scientifica in senso stretto, ma che attraverso l’arte acquisisce una nuova e diversa dimensione emotiva e culturale". Non solo un ponte tra territori differenti e distanti, quindi, ma anche tra scienza e sensibilità collettiva, a vantaggio di entrambe.

Il legame tra arte e scienza è centrale nel lavoro di Silvia Canton, come spiega Martina Cavallarin, curatrice della mostra: "Arte e Scienza mirano entrambe a destabilizzare le nostre abitudini di pensiero ponendosi su una linea critica d’indagine, denuncia, sollecitazione della sensibilità pubblica. Ambedue sono generate dal pensiero creativo e da intuizioni. Il metodo le rende differenti nella loro genesi. E il metodo di Silvia Canton è quello del negoziatore contemporaneo, un manipolatore di segni che trova nello spazio del mondo e raccoglie, documenta, registra, decodifica, frammenta, per ricomporli nel paesaggio di tracce che è l’opera d’arte, con tutta l'impertinenza che contiene. Perché l’artista si muove all’interno di una mappatura che si sposta rizomatica per transitorietà, fragilità, disorganicità, traduzione, labilità. Perché alcuni artisti, tra i quali si posiziona Silvia, si occupano di ambiente, clima e cambiamenti. E lo fanno non approfondendone eccessivamente l’approccio scientifico, ma narrando, attraverso l’opera d’arte, gli effetti che i cambiamenti climatici producono sugli individui, sulla società, sulla democrazia, sulla libertà e sulla cultura contemporanea. Il senso è quello di aprire la domanda, sensibilizzare le persone, diffondere un messaggio e stabilire una grammatica di responsabilità personale".
La "grammatica di responsabilità personale" di cui parla Martina Cavallarin è forse la materia di cui è fatto il ponte metaforico costruito da Silvia Canton attraverso la sua ricerca artistica. Senza questa grammatica, senza lo sguardo verso le terre alte, senza l’attenzione di temi del cambiamento climatico e della crisi ambientale, senza la fiducia nella scienza, le sue opere perderebbero totalmente di significato, il ponte si sfalderebbe. E invece appare solido e funzionale, invitandoci a percorrerlo.

Il ritratto di copertina dell'artista è di Massimo Porcelli













