L'analisi di 284 violini di Stradivari conferma l'importanza della foresta di Paneveggio per l'arte del liutaio cremonese: "Non solo genio costruttivo, ma anche scelta di una fonte privilegiata di legname"

L'indagine dendrocronologica più ampia mai realizzata sull'opera di Antonio Stradivari, il leggendario liutaio cremonese. Scopriamo i principali risultati insieme a Mauro Bernabei, coordinatore della ricerca

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Non sempre, ascoltando un’orchestra sinfonica, viene da pensare a una foresta. Eppure, buona parte degli strumenti musicali è fatta di legno, proveniente da particolari specie arboree e, talvolta, da luoghi molto specifici, divenuti famosi proprio per aver visto crescere alberi divenuti musica.
È questo il caso della nota Foresta di Paneveggio, in Val di Fiemme, conosciuta come "la foresta dei violini". Questa località è legata indissolubilmente ad uno dei più grandi nomi della liuteria cremonese: Antonio Stradivari, straordinario costruttore di strumenti musicali vissuto tra Seicento e Settecento. Le sue creazioni, suonate nei secoli dai migliori musicisti del mondo, sono da sempre in bilico tra storia e leggenda, mito e realtà. Proprio attraverso lo studio degli anelli del loro legno, grazie a una scienza chiamata "dendrocronologia", è stato possibile scoprire alcune peculiarità decisamente interessanti.
"La dendrocronologia si basa sul principio secondo cui lo spessore degli anelli del legno varia di anno in anno in funzione delle condizioni ambientali, soprattutto climatiche, che agiscono in modo simile su tutti gli individui di una medesima specie all’interno di una determinata area geografica. Questo fa sì che gli alberi cresciuti in un determinato territorio registrino nel proprio legno una sorta di firma locale/regionale, riconoscibile e ripetibile", spiega a L’Altramontagna Mauro Bernabei, ricercatore del Cnr - Istituto di Bioeconomia di San Michele all’Adige, che ha recentemente coordinato una vasta ricerca, per molti versi sorprendente, basata proprio sui violini di Stradivari.
"Vari fattori ambientali - temperatura, precipitazioni, durata della stagione vegetativa, disponibilità idrica - influenzano simultaneamente la crescita di molti alberi", continua il ricercatore. "Questo sincronismo produce sequenze di anelli che, pur diverse da albero ad albero, presentano variazioni parallele nel tempo. Il confronto di queste sequenze permette di allineare diversi campioni e di attribuire una datazione assoluta a ciascun anello. È su questo principio di correlazione tra serie che si fonda la datazione dendrocronologica".
Una volta datata la sequenza degli anelli di un manufatto di legno è anche possibile chiedersi dove sia cresciuto l’albero da cui il legno proviene. Per rispondere a questa domanda, si confronta la cronologia del manufatto con un ampio numero di cronologie di riferimento ben distribuite geograficamente: due serie di anelli si assomiglieranno tanto più quanto più simili saranno stati i fattori ambientali che le hanno generate. "Questo approccio ha dato vita a una disciplina autonoma, chiamata dendroprovenienza", spiega Bernabei, "che si occupa di determinare l’origine geografica del legno attraverso lo studio delle correlazioni fra serie anulari".
Lo studio di Bernabei e colleghi, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica "Dendrochronologia", è l’indagine dendrocronologica più ampia mai realizzata sull’opera di Stradivari. Il progetto è stato ideato e coordinato dall’Istituto di Bioeconomia di San Michele all’Adige in stretta collaborazione con la Fondazione Edmund Mach, che ha curato l’intera parte di analisi statistica, fondamentale per l’interpretazione dei risultati. I numeri di questa ricerca sono davvero impressionanti.
"Nel complesso abbiamo analizzato 314 serie anulari provenienti da 284 violini di Stradivari", racconta il ricercatore. "Il totale delle serie non coincide con quello degli strumenti perché la tavola armonica dei violini è quasi sempre ricavata spaccando a metà lo stesso pezzo di legno. Quando le due metà sono risultate complementari, le relative serie sono state mediate. In altri casi, invece, Stradivari ha utilizzato pezzi non provenienti dallo stesso tronco, oppure un’unica tavola intera al posto delle due metà simmetriche: in queste situazioni le serie sono state considerate separatamente. Tutti gli strumenti inclusi nello studio sono di attribuzione certa, con una storia documentata, spesso legata a proprietari illustri o a interpreti che ne hanno ispirato il nome. Le misure degli anelli sono state effettuate da John Topham, coautore della ricerca, scomparso nel 2025. Lui ha lavorato per molti anni alla raccolta sistematica dei dati ed è insieme a lui che l’intero progetto è stato concepito. A John Topham è dedicato il nostro articolo su Dendrochronologia".

Le scoperte emerse da questo imponente studio sono state numerose e davvero sorprendenti. La prima riguarda il modo in cui Stradivari utilizzava il legno.
"Abbiamo osservato che il liutaio ricorreva molto spesso a tavole dallo stesso tronco per costruire più strumenti, anche a distanza di molti anni", spiega Bernabei. "In un caso emblematico, siamo riusciti a documentare l’impiego dello stesso legno per la realizzazione di ben quattordici violini".
Una seconda scoperta riguarda invece la morfologia degli anelli di accrescimento delle tavole armoniche e, di conseguenza, il periodo storico in cui i relativi alberi sono cresciuti.
"Le tavole armoniche dei violini di Stradivari presentano anelli eccezionalmente sottili e numerosi", sottolinea il ricercatore. "Il confronto con serie dendrocronologiche moderne, ricavate da abeti rossi cresciuti a diverse quote, ha mostrato che questi anelli risultano ancora più stretti di quelli osservabili oggi negli alberi che vivono al limite superiore del bosco. Una caratteristica che suggerisce l’azione di un ulteriore fattore ambientale limitante la crescita. L’analisi ha indicato come possibile causa il Minimo di Maunder, il noto periodo di bassa attività solare avvenuto tra XVII e XVIII secolo, associato a un raffreddamento del clima che avrebbe contribuito alla formazione di anelli eccezionalmente ridotti".
Stesso tronco utilizzato più volte, anche a distanza di anni, alberi cresciuti durante un particolarissimo periodo storico, ma non solo. Il risultato più rilevante, secondo Bernabei, riguarda infatti la provenienza del legno utilizzato dal grande liutaio. Prima di analizzare questa ulteriore scoperta è importante sapere che la produzione di Stradivari viene tradizionalmente suddivisa in quattro periodi: un periodo iniziale (circa 1666-1680), ancora fortemente influenzato dal suo maestro Nicola Amati; un periodo di transizione (1680-1700), caratterizzato da sperimentazione e miglioramento acustico; la leggendaria Golden Age (1700-1725), culmine della sua arte liutaria; infine, il periodo tardivo (1725-1737), caratterizzato da una produzione più discontinua ma comunque di alto livello.

"La nostra indagine ha rivelato una chiara evoluzione nelle fonti di approvvigionamento del legno lungo questi quattro periodi", spiega Mauro Bernabei. "Nei violini più antichi, le caratteristiche dendrocronologiche rimandano a provenienze eterogenee e non identificabili in modo univoco. Ma a partire dall’inizio del Settecento, esattamente in corrispondenza della Golden Age, si osserva invece un cambiamento netto: gli strumenti di questa fase risultano quasi interamente realizzati con abeti rossi provenienti dalla Val di Fiemme, nel Trentino orientale. Questa evidenza collega direttamente la qualità straordinaria dei suoi capolavori al ricorso ad un legno dalla provenienza estremamente specifica. In altre parole, la grandezza dei suoi strumenti migliori non dipende solo dal suo genio costruttivo, ma anche dalla scelta di una fonte privilegiata di legname: la Val di Fiemme appunto, celebre ancora oggi per la produzione di abete di risonanza di qualità eccezionale".
Ma cosa significa "legno di risonanza"?
"In termini generali, quando parliamo di legno di risonanza, ci riferiamo a un abete rosso che cresce in condizioni ecologiche molto specifiche - come quelle della Val di Fiemme, della Baviera, di alcune aree alpine della Svizzera e di altri distretti tradizionalmente noti - e che sviluppa particolari proprietà fisiche e meccaniche", spiega il ricercatore. "Si tratta di legni leggeri ma allo stesso tempo rigidi, caratterizzati da un’elevata velocità di propagazione del suono, anelli sottili e regolari, e un rapporto ottimale tra densità e modulo elastico: una combinazione che conferisce alla tavola armonica la capacità di vibrare in modo efficiente e controllato".
Oggi i liutai dispongono di strumenti tecnologici estremamente avanzati che permettono di valutare con grande precisione le qualità acustiche di un pezzo di legno prima ancora di lavorarlo. Come riuscissero i liutai del passato a selezionare il materiale migliore, secondo Bernabei, resta invece un mistero: "Probabilmente si basavano su esperienza, sensibilità personale e su una conoscenza intuitiva della materia, affinata da generazioni di pratica. Ma il loro straordinario occhio, forse anche orecchio, nel riconoscere il legno più adatto rimane ancora oggi uno degli aspetti più affascinanti della liuteria storica".

Ed estremamente affascinante dev’essere anche avere tra le mani e studiare in laboratorio centinaia di strumenti originali di Antonio Stradivari, dal valore immenso.
"Entrare in contatto con strumenti di tale valore storico, culturale ed economico è sempre un’esperienza profondamente suggestiva", spiega Bernabei. "I violini di Stradivari sono oggetti straordinari non solo per la loro fama, ma per la raffinatezza della loro struttura: alleggeriti al massimo, racchiudono un sistema complesso di equilibri e tensioni. Elementi come la catena, la sottile bacchetta di legno che percorre internamente la lunghezza dello strumento, o l’anima, quel piccolo cilindro di legno incastrato senza collanti tra tavola armonica e fondo, contribuiscono a renderli veri capolavori di ingegneria e sensibilità artigiana. Osservarli da vicino e analizzarne il legno significa avere la possibilità di avvicinarsi alla mano di Stradivari e alla storia che ogni strumento porta con sé".
Tra microscopi, misurazioni e analisi statistiche, insomma, non si cancella affatto l'aura di fascino, magia e mistero che unisce le foreste della Val di Fiemme, la scuola liutaria di Cremona e le sale da concerto di tutto il mondo. Al contrario, la scienza ci aiuta a osservare da vicino e comprendere meglio un legame antico e profondo tra territorio, artigianato, musica e figure straordinarie come Antonio Stradivari.
Come noto, negli ultimi anni la "foresta dei violini" è stata graffiata profondamente dalla tempesta Vaia e dalla successiva epidemia di bostrico: la consapevolezza della sua importanza storico-artistica, oltre che naturalistica e socio-economica, è un motivo in più per averne cura.

Foto di copertina: Viducoli; Claudio Monteverdi - Wikimedia Commons













