Quante parole esistono per dire "neve"? Attraverso i nomi, il linguaggio modella la nostra percezione della realtà: meno ne abbiamo e più risulta debole il rapporto tra individui e territorio

Un tempo, la neve non era solo una generica coltre bianca, ma un elemento con cui negoziare spostamenti e fatiche; una materia prima utile per i lavori agricoli e anche per i momenti di riposo e di svago. E oggi? L'Altramontagna affronterà questo tema sabato 17 gennaio a Belluno nell’ambito del festival culturale Oltre le vette (il cui tema quest'anno è proprio l'interrogativo Neve?). Sarà un viaggio tra i nomi della neve, da scoprire e riscoprire, tra riferimenti letterari, tradizione popolare e ricerche recenti. Ecco come iscriversi all'evento

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Si fa presto a dire "neve". Ma quante parole ruotano davvero attorno a quest’entità così effimera eppure preziosa? Desiderata quanto più si fa sfuggente? Un tempo presente e oggi sempre più assente?
C’è la neve a larghe falde e quella ventata, quella del cuculo e quella della rondine. C’è chi cerca la neve powder, chi il firn o il graupel. E poi ci sono i proverbi: "Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame", per citarne uno.
Dare un nome alle cose significa riconoscerne l’esistenza, distinguerle, renderle parte del nostro mondo. È un’azione elementare ma necessaria per attribuire loro un significato, un’identità e un’importanza, trasformando lo sconosciuto in familiare e stabilendo una relazione con ciò che ci circonda e con cui ci rapportiamo. Attraverso i nomi, il linguaggio modella la nostra percezione della realtà.
Un tempo, la neve non era solo una generica coltre bianca, ma un elemento con cui negoziare spostamenti e fatiche; una materia prima utile per i lavori agricoli e anche per i momenti di riposo e di svago. E oggi? Mentre il cambiamento climatico rende la neve una presenza sempre più evanescente, rischiamo di perdere anche le parole che servivano a descriverne la consistenza, il suono sotto i passi o la saggezza che quei fiocchi portavano con sé.
La neve non è sempre uguale e le parole lo raccontano è il titolo dell’evento, a cura de L’Altramontagna, che si terrà sabato 17 gennaio a Belluno nell’ambito del festival culturale Oltre le vette (il cui tema quest'anno è proprio l'interrogativo Neve?). Sarà un viaggio tra i nomi della neve, da scoprire e riscoprire, tra riferimenti letterari, tradizione popolare e ricerche recenti. Nella neve e nelle parole che la identificano si stratificano le memorie di un tempo che non c’è più e le tracce di una società in continuo mutamento. Ne parleranno Cristina Busatta (direttrice del Museo Etnografico Dolomiti), le antropologhe Iolanda Da Deppo e Valentina De Marchi (Isoipse), Giacomo Pompanin (Museo Dolom.it), Mauro Varotto (docente di Geografia all'Università degli Studi di Padova) e il curatore de L'Altramontagna Pietro Lacasella.
Nel corso dell’incontro, i curatori del progetto parleranno del Glossario della Neve: nato nel 2020 da Museodolom.it e dal Museo Etnografico Dolomiti, è un archivio vivo di parole, memorie, proverbi e suoni dedicati alla neve e provenienti dalle vallate dolomitiche, che cresce con le voci di chi la neve la conosce, la vive, la racconta e diventerà parte integrante della mostra in programma al Museo Etnografico Dolomiti tra il 30 gennaio e il 30 aprile 2026.
Ma si parlerà anche di toponomastica, riflettendo su come diversi luoghi abbiano nomi legati al ghiaccio, al freddo e alla neve, retaggio di un mondo che conviveva con condizioni ormai sempre più rare. E, individuando i vocaboli più curiosi e significativi registrati nel Bellunese, si proverà a ragionare su come le parole si facciano testimoni del nostro rapporto con i rilievi, non solo nella loro veste invernale.
La foto d'epoca in apertura è tratta dal sito del Glossario della Neve
L'evento
Sabato 17 gennaio 2026, ore 12
Palazzo Fulcis (Belluno, via Roma 28)
60 minuti di Altramontagna a Oltre le vette
La neve non è sempre uguale e le parole lo raccontano
Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria (cliccando qui)
In vista dell’incontro, proponiamo la rilettura di un brano di Mario Rigoni Stern, pubblicato in Sentieri sotto la neve
"Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare; dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d'antan, non considerate nei bollettini delle stazioni di sport invernali. Brüskalan, mi diceva l'Amia Manetta, la zia del nonno; ed era questa la prima neve dell'inverno, quella vera. Nevicava, nevica, anche a ottobre e a novembre, ma la neve autunnale è una neve fiacca, flaccida, che interrompe il pascolo delle vacche sui prati falciati in settembre e il lavoro del bosco quando il terreno non è ancora gelato.
Ricordo il fastidio che dava, il Giorno dei Morti, quando le ghirlande di latta e le felci vere di bosco sgocciolavano neve sulle tombe ripulite; e quando nel bosco non ancora del tutto spoglio si andava al taglio del faggio d'uso civico: come malvolentieri si lavorava con le mani che gelavano, e come la neve si attaccava agli scarponi. E così che ho imparato che la neve fradicia raggela più di quella farinosa.
Ma quando brüskalanava era diverso. Il terreno dopo l'estate di San Martino era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini. Lo si sentiva nell'aria l'odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia. Di quella nebbia sana, intendo, che veniva una o due volte l'anno al tempo del passo delle allodole".













