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Idee | 05 novembre 2025 | 10:02

Cosa succederebbe a una comunità di montagna composta solo da insegnanti e da muratori? La risposta nella biodiversità

Serve una pluralità di specie e, possibilmente, specie che svolgano funzioni diverse. Questa è la biodiversità di cui abbiamo bisogno

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il postulato di Soulé, biologo statunitense scomparso nel 2020, secondo cui "La diversità degli organismi è una cosa buona", insieme ai suoi corollari e paralleli che diedero origine anche alla Biologia della Conservazione nel suo senso moderno, fu il risultato di decenni di dibattiti ambientali e filosofici, nati dal riconoscimento dell’impatto che gli esseri umani stavano avendo sulla natura.

 

Quasi mezzo secolo prima di questo postulato, il concetto di “pensare come una montagna” di Leopold, di cui ho raccontato in questo articolo, aveva già fatto luce sull’effetto a cascata causato dalla rimozione di una singola specie da un ecosistema, cambiando per sempre il modo in cui percepiamo il nostro impatto ecologico sulla natura.

 

Il ventesimo secolo non solo diede vita all’Era dell’Ecologia, ma anche al riconoscimento che viviamo in una nuova era geologica guidata dall’umanità, l’Antropocene. Col passare degli anni, la consapevolezza degli effetti dell’impronta umana sul pianeta si diffuse oltre le comunità scientifiche e i responsabili delle politiche. Tra gli anni ’70 e gli anni ’90 si diffondono nella società sia versioni radicali del pensiero ecologico come la “deep ecology”, sia interpretazioni lontane dall’estremismo e più pacifiche, di cui il nostro Paese fu portatore grazie ad Alex Langer (più lento, più profondo, più dolce).

 

Di recente, si è sviluppato un cambiamento di paradigma anche a livello morale, ben riassunto in queste parole del Patriarca della Chiesa Ortodossa Bartolomeo: “[…] il riscaldamento globale è una crisi morale e una sfida morale. La soluzione al problema ecologico non è solo una questione di scienza, tecnologia e politica, ma anche […] una questione di cambiamento radicale di mentalità, di nuovi valori, di un nuovo ethos”. La prospettiva si è dunque spostata dal considerare gli esseri umani come “signori dell’universo” ad “amministratori responsabili”, come esortava Papa Francesco nell’enciclica Laudato Sì, portando così ad un approccio ecocentrico in cui “tutto deve essere rispettato per il proprio valore intrinseco”.

 

Oggi l’affermazione “la biodiversità è importante” è ricorrente quando la scienza prova a spiegare alla società quanto invece la sua perdita, dovuta essenzialmente alla distruzione e frammentazione degli habitat, all’inquinamento e al cambiamento climatico, sia qualcosa che ci deve preoccupare. Tuttavia, c’è da chiedersi se la società abbia davvero chiaro che cosa sia esattamente la biodiversità, prima ancora di comprenderne l’importanza.

 

In termini puramente scientifici, con il termine biodiversità ci si riferisce alla diversità tassonomica, genetica ed ecologica misurata su tutte le scale spaziali e temporali, includendo quindi la diversità all’interno delle specie, tra le specie e tra gli ecosistemi. Sicuramente i non addetti ai lavori faranno fatica a comprendere appieno questa definizione.

 

A me piace allora partire innanzitutto da una piccola scala spaziale, perché la biodiversità può esistere in qualunque dimensione. Passiamo quindi alla dimensione umana ed immaginiamo una piccola comunità, magari proprio di montagna. Una comunità che dovrebbe più o meno auto sostenersi, pur intessendo relazioni con altre comunità. Ecco, e se all’interno di tale comunità le professioni si riducessero a un paio? Tipo un cinquanta per cento insegnanti e un cinquanta per cento muratori? Concorderete che una comunità di questo tipo non può funzionare. Ecco, lo stesso vale per le comunità biologiche: perché funzionino bene e possano resistere maggiormente alle perturbazioni, serve una pluralità di specie e possibilmente specie che svolgano funzioni diverse. Questa è la biodiversità.

 

Intimamente connesso al concetto di biodiversità è il principio aristotelico, proprio anche della teoria psicologica della Gestalt, secondo cui “il tutto è maggiore della somma delle sue parti”, vale a dire che se analizziamo le singole specie di un ecosistema e le rispettive funzioni isolandole dalle altre, il risultato sarà sempre inferiore alla complessità delle interazioni e relazioni che si intrecciano nell’intera comunità.

 

L’ecologo americano Frank Egler affermava: “La natura non è solo più complessa di quanto pensiamo, ma è più complessa di quanto possiamo pensare”. Impariamo quindi a comprendere la complessità. E a non farci spaventare da essa. Solo così comprenderemo il nostro vero posto su questo pianeta.

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