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Idee | 19 ottobre 2025 | 18:00

"Dopo la distruzione": e se l'immagine vincitrice del Wildlife Photographer Of the Year fosse l'occasione per riflettere di convivenza tra esseri umani e natura?

Un'immagine che nella volontà dell'autore ci parla della distruzione di un habitat, ma che potrebbe diventare l'occasione per riflettere sulla tutela della biodiversità all'interno della gestione forestale sostenibile. Non è forse il caso di reintitolare l'opera del diciasettenne italiano premiato in "Convivenza possibile?"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Dopo la distruzione: così si intitola la fotografia vincitrice della categoria giovani del Wildlife Photographer Of the Year 2025. L’ha scattata un diciassettenne italiano, Andrea Dominizi, sui Monti Lepini, in Lazio.

 

La fotografia - che negli scorsi giorni è stata condivisa da molti giornali ed è divenuta virale sui social network - ritrae in primo piano uno scuro coleottero cerambicide dalle lunghe antenne - il raro Morimus asper - che sembra osservare un vecchio macchinario forestale di color arancione, sfocato e posto sullo sfondo.  

 

“Sembra una guardia che osserva un intruso”, è scritto nel sito del premio. “Andrea ha notato questo coleottero mentre camminava in un’area un tempo utilizzata per il taglio di vecchi faggi. Usando un obiettivo grandangolare e un flash esterno, ha inquadrato il coleottero sullo sfondo di macchinari abbandonati. La fotografia di Andrea racconta una toccante perdita dell’habitat. Mentre i coleotteri scavano gallerie nel legno morto, i funghi vi penetrano, contribuendo a decomporlo e a riciclare i nutrienti. Se l’habitat dei coleotteri viene disturbato o distrutto, gli effetti si ripercuotono sull’intero ecosistema”.

 

Il Natural History Museum di Londra, che organizza il premio, ha spiegato così la scelta della fotografia premiata: “Racconta due storie, mettendo a confronto quella di distruzione dell'ambiente naturale operata dall'uomo, contro la quale le creature più piccole non hanno scampo, e quella della resilienza, rappresentata proprio dal piccolo cerambicide xilofago che appare grande quanto il macchinario”.

 

La fotografia, è molto chiaro da queste frasi, è stata premiata perché lancia un messaggio forte, netto, inequivocabile, capace di far riflettere chi la osserva. Se questo è indubbiamente vero, è altrettanto necessario focalizzare l’attenzione su un altro concetto parallelo che questa immagine si porta dietro: un insetto raro e una macchina forestale sono oggi visti e raccontati sempre e solo come mondi in perenne contrasto. Da una parte ci sono la bellezza, la forza e la resilienza della natura, dall'altra c’è l’uomo, con la sua perenne sete di distruzione.

 

Sappiamo purtroppo che talvolta è esattamente così, ma per fortuna non sempre e non dappertutto. Esseri umani e natura - quindi macchine moderne e insetti rari - possono convivere eccome all'interno di una gestione forestale rispettosa del patrimonio naturale. Un tipo di gestione che, per fortuna, si attua in Italia su buona parte del territorio, in ambienti che da millenni sono gestiti e utilizzati ciclicamente per le nostre esigenze.

 

Se quell'insetto è rimasto fino al giorno d'oggi, forse significa che non tutto il suo habitat è andato perduto. Se quell’insetto potrà continuare a prosperare è perché, sempre più spesso, all’interno della moderna gestione forestale sono prese delle accortezze a favore di queste specie: il rilascio di un certo quantitativo di “alberi habitat” durante gli interventi selvicolturali; la scelta di destinare alcune aree all’evoluzione naturale; l’utilizzo anche di macchine moderne e motoseghe, in particolari situazioni, per ricreare quel legno morto che è poco presente a causa della tradizionale “pulizia del bosco” operata in passato.

 

Non conosco il singolo caso di questo cantiere dei Monti Lepini. Non so se i lavori di utilizzazione forestale siano stati effettuati bene o male, con o senza autorizzazione, effettuando oppure no degli illeciti ambientali. Non so nemmeno se il vecchio macchinario sia effettivamente abbandonato oppure, come più probabile, parcheggiato in attesa della ripresa dei lavori. E apprezzo molto la sensibilità ambientale del giovane fotografo, che con la sua immagine ha voluto lanciare un messaggio universale. Ma ritengo al tempo stesso che, a fianco di questa provocazione lanciata attraverso un mezzo artistico, si debba riflettere a tutto tondo, andando oltre a una comprensibile reazione “di pancia”.

 

E se la bella immagine di Andrea Dominizi fosse raccontata in modo diverso? Se fosse descritta come un incontro, un incrocio di differenti esigenze, una tensione positiva che può sfociare in un dialogo? Ne uscirebbe un messaggio a mio avviso ancora più interessante e complesso: ogni intervento selvicolturale, anche se effettuato con macchine e attrezzature moderne, deve tenere conto della conservazione della biodiversità. Macchina e insetto possono convivere perché in mezzo a loro, invisibili ma ben presenti nella fotografia premiata, ci siamo noi, esseri dotati di etica, che possono basarsi sulla scienza. Noi, che sappiamo di aver bisogno del legno e degli altri prodotti del bosco ma che oggi siamo anche consapevoli dell’importanza di un ambiente forestale sano e ricco.

 

Andrea Dominizi l’ha chiamata “Dopo la distruzione”: il suo titolo è ovviamente da rispettare, fa parte del messaggio di denuncia che coscientemente ha voluto lanciare. Ma dato che ogni opera d’arte abbandona un po’ l’artista per essere assorbita e rielaborata dall’osservatore, mi sento personalmente di reintitolarla in “Convivenza possibile?”. Nella risposta affermativa a questa domanda c’è una delle più grandi sfide della gestione forestale sostenibile.

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