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Idee | 16 settembre 2025 | 09:39

E se l’overtourism fosse anche un problema di fantasia?

La fantasia potrebbe essere un potente antidoto contro l’iper-frequentazione dei luoghi di montagna. Partecipare all’overtourism è infatti quanto ci sia di più anti-fantasioso. Significa riprodurre sensazioni già note. Grazie a curiosità e fantasia diventa invece possibile ritrovare tra le montagne quella sfumatura di incognito che può aiutarci a scoprire un luogo senza consumarlo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Di overtourism sulle Alpi si è parlato e si continua a parlare moltissimo (per esempio qui e qui). L’argomento è spinoso e, toccando diversi interessi, accende infinite discussioni.

 

La causa diretta dell’overtourism è probabilmente da ricercare nella sovraesposizione mediatica di alcuni luoghi, nella loro “socializzazione”. Televisione, pubblicità e ovviamente gli immancabili social. La trasformazione dei luoghi in vetrine da esibire e condividere è stata enormemente favorita dalla diffusione delle piattaforme social e dai meccanismi della viralità.

 

Questa considerazione non permette però di comprendere un fatto, ovvero che l’overtourism non fa bene a nessuno. Non fa bene a chi vi prende parte, perché le esperienze vissute nei luoghi iper-frequentati -tra folla, chiasso e code- non possono essere di grande valore. Non fa bene all’ambiente alpino che non ha la capacità di sopportare carichi turistici eccessivi. E infine non fa bene all’economia delle comunità locali perché flussi turistici esagerati non possono essere mantenuti a quei livelli per un tempo indefinito. I luoghi colpiti dal fenomeno sono consumati, esauriti. Prima o poi una località alpina vittima di iper-frequentazione perde quella patina magica che la ha in origine portata alla ribalta e l'attenzione vira inevitabilmente ad altri luoghi.

 

Ma allora perché il fenomeno è diventato così massiccio?

Potrebbe essere una semplice questione di numeri. Se l’interesse per la montagna aumenta, crescono i frequentatori delle terre alte. Eppure ogni località alpina impattata dell’eccessiva frequentazione è circondata da un numero non trascurabile di valli e vallecole ignorate dai flussi turistici. Se la frequentazione delle Alpi è in crescita, lo è solo per una ristretta cerchia di luoghi.

 

L’overtourism non può generare esperienze di grande valore, degrada l’ambiente e sul lungo periodo non è la soluzione più sostenibile dal punto di vista delle economie locali. Allo stesso tempo esistono infiniti luoghi delle Alpi completamente trascurati dalle masse. La soluzione sarebbe ovvia: una distribuzione più uniforme nello spazio e nel tempo di chi frequenta le montagne. Lo spazio non manca, eppure non succede. Perché? Qual è l’elemento nascosto che tiene in vita questi meccanismi insostenibili?

 

Facevo queste riflessioni qualche giorno fa, mentre attraversavo con mia figlia una valle secondaria delle Prealpi: un bel luogo che avevo deciso di visitare inseguendo la storia di antichi confini e dispute territoriali. L’obiettivo della camminata era infatti una radura chiamata “La Contesa”. Eravamo soli e lo siamo stati durante tutta la giornata. A pochi chilometri infinite code di automobili si davano battaglia per conquistare un parcheggio.

 

Per tentare di dare un senso a una situazione tanto sbilanciata ho cercato di decifrare i percorsi del pensiero che mi avevamo spinto ad addentrami in quella vallecola, evitando chiasso e folle. La risposta che mi sono dato ha a che fare con la fantasia.

 

Attraverso la fantasia è possibile scoprire quella moltitudine di storie e testimonianze che impregnano ogni angolo delle Alpi, anche quello apparentemente più insignificante e lontano dalle rotte turistiche. Sono storie di natura, di uomini e donne, di animali, di rocce, di ghiacciai, di boschi. Le sfumature sono talmente numerose da confondersi. Nessuno può conoscere tutto di un luogo e allo stesso tempo non può esistere la volontà di conoscere tutto. Tuttavia ognuno ha una propria inclinazione che favorisce una personale simpatia per alcuni aspetti dei luoghi di montagna. Scoprire e rafforzare questa inclinazione è questione di fantasia.

 

Osservare una carta, leggere una guida, una relazione o perdersi in un paesaggio e individuare ciò che più ci stimola e che vorremmo conoscere potrebbero essere i primi passi per immaginare la prossima uscita in montagna. Una cima secondaria che svetta misteriosa, un bosco fitto, un toponimo curioso, una formazione geologica particolare, la presenza di un endemismo, le tracce di un pioniere dell’alpinismo. Gli spunti che la montagna offre sono infiniti, ma la fantasia ci aiuta a creare quella visione che riesce a individuare quelli a noi più congegnali. Grazie a questo approccio possiamo ideare e vivere esperienze che sono piccole avventure tese a riempire un vuoto.

 

Certamente l’esercizio della fantasia e della curiosità portano a grandi soddisfazioni, ma richiede una certa dose di tempo e impegno, che non sempre possiamo permetterci. E così scegliamo di seguire vie più comode e scontate. Potrebbe essere questa la radice profonda che sostiene l’overtourism.

 

Partecipare alle dinamiche del sovraffollamento è quanto di più anti-fantasioso possa esserci. Quando si prende parte da protagonisti ai meccanismi dell'over-tourism, lo si fa perché ci è stata somministrata una fotografia o una pubblicità, magari elaborata per essere accattivante e "mozzafiato". Raggiungiamo quel luogo per riprodurre, anche inconsapevolmente, le sensazioni utilizzate per pubblicizzare quella stessa località. In altre parole, con l’overtourism conosciamo in anticipo ciò a cui andiamo incontro.

 

Il migliore antidoto all’iper-frequentazione potrebbe essere proprio la fantasia. Attraverso di essa possiamo costruire personali veli di incognito che ammantano le montagne, restituendo alla loro frequentazione l’importanza della scoperta. Quando prepariamo lo zaino, ricordiamoci di lasciare un piccolo spazio anche alla fantasia.

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