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Idee | 11 ottobre 2025 | 06:00

Il difficilissimo ottimismo di Gianrico Carofiglio ("Gli shock accadono perché non esiste una stabilità continua") ricorda che in natura non c'è equilibrio: una consapevolezza per affrontare le instabilità del presente

In natura i disturbi sono sempre il motore di un nuovo inizio. Così anche le società, di fronte a momenti instabili e turbolenti della storia, possono trovare gli anticorpi alla base di una rinascita possibile. Una riflessione a partire da un'interessante e provocatoria dichiarazione di Carofiglio

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Lunedì scorso, nel programma televisivo “La torre di Babele” di Corrado Augias, lo scrittore Gianrico Carofiglio ha lanciato un’interessante provocazione.

 

Di fronte allo scenario globale che tutti stiamo vivendo, caratterizzato non solo da guerre e massacri, ma anche dall’avanzata dei populismi e dalla crisi profonda delle democrazie, si è dichiarato “ottimista”.

 

“Gli shock”, ha spiegato Carofiglio, “accadono perché non esiste - e se esistesse sarebbe poco auspicabile - una stabilità continua”. “Gli shock producono cambiamenti, stimolano i sistemi immunitari. Come avviene dopo un evento atmosferico estremo o un’epidemia, si producono gli anticorpi alla base di un futuro diverso”.

 

Il pensiero è andato immediatamente al passaggio di un’intervista pubblicata su Sherwood a Renzo Motta, docente di selvicoltura dell’Università di Torino e studioso delle dinamiche ecologiche che avvengono nelle poche “foreste vergini” europee, dove da almeno diversi secoli non si registrano attività umane.

 

“In questi ultimi decenni l’ecologia forestale ha fatto passi da gigante e sono cambiati molti paradigmi, come quello del climax, che sono stati dominanti nei decenni precedenti”, ha spiegato Motta. “Già nel 1990, all’apertura del Congresso Nazionale della Ecological Society degli Stati Uniti, W.K. Stevens aveva dichiarato che, alla luce delle nuove conoscenze, i libri di testo si sarebbero dovuti riscrivere e le strategie di conservazione delle risorse naturali ripensate”.

 

La cosiddetta “fase climax” è stata considerata a lungo come quella fase stabile in cui le comunità ecologiche raggiungono una posizione di equilibrio, con specie dominanti adattate alla situazione locale. Un concetto che si è sedimentato nel profondo del nostro immaginario e che ha avuto anche grande fortuna mediatica, ma che è stato via via criticato e smontato da molti ecologi moderni. Questi ultimi hanno proposto di superare il concetto di equilibrio stabile accogliendo invece quello di flusso, di cambiamento continuo, di imprevedibilità nella traiettoria degli ecosistemi (un interessante articolo di Marco Ferrari su questo tema è disponibile qui).

 

“Abbiamo ormai la consapevolezza”, spiega Motta, “che le foreste naturali sono caratterizzate da un regime di disturbo, che è la modalità principale di rinnovazione naturale delle stesse”.

 

Le foreste e gli ecosistemi in genere, insomma, dimostrano quanto Carofiglio abbia profondamente ragione: quella che stiamo vivendo non è una “fase straordinaria” che sta per distruggere un “equilibrio stabile”, ma una delle tante fasi di disturbo - più o meno ampie, più o meno intense - che permettono alla nostra “società-ecosistema” di evolvere, di rinnovarsi naturalmente. 

 

Non è certo facile pensarla così di fronte a ciò che osserviamo e ascoltiamo ogni giorno. La “teoria del climax” ha avuto tanto successo perché, in fondo, permetteva di proiettare sulla natura valori del tutto umani, come appunto la positiva tendenza a un fantomatico equilibrio. Ma è proprio grazie ad un’osservazione più attenta, scientifica e meno edulcorata di ciò che avviene in natura che possiamo trovare il difficilissimo ottimismo suggerito da Carofiglio per affrontare questi tempi cupi.  

 

In natura un fulmine, un incendio, un’alluvione o una tempesta di vento sono sì eventi distruttivi, ma anche stimoli di un nuovo inizio. È con questa consapevolezza che dovremmo provare ad uscire dall’angoscia del presente, lavorando pazientemente al cambiamento, a una rinascita possibile.

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