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Idee | 02 agosto 2025 | 12:00

"L’accesso contingentato in montagna, se ben calibrato, non è antidemocratico: la democrazia stessa vive di regole". Il professor Corrado Del Bò riflette sui problemi etici del turismo nelle terre alte

"Che cosa c'è di sbagliato nel farsi un selfie ad Auschwitz? O nell'andare a vedere le donne ‘dal collo lungo’ in Thailandia? O nel farsi scortare dagli sherpa sull'Everest?". L’indagine di Corrado Del Bò, professore all’Università di Bergamo, per un fenomeno turistico che sappia essere responsabile, sostenibile, equo e rispettoso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

“Che cosa c'è di sbagliato nel farsi un selfie ad Auschwitz? O nell'andare a vedere le donne ‘dal collo lungo’ in Thailandia? O nel farsi scortare dagli sherpa sull'Everest?”.

Queste sono solo alcune delle domande da cui parte Corrado Del Bò per affrontare una ricerca puntuale per un fenomeno turistico che sappia essere responsabile, sostenibile, equo e rispettoso. Fenomeno che, oggigiorno, direttamente o indirettamente, tocca ogni angolo del pianeta.

 

Corrado Del Bò è professore di Filosofia del diritto al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bergamo e insegna Etica e filosofia del turismo alla Fondazione Campus di Lucca. Nel 2017, per l’editore Carocci, ha pubblicato il volume Etica del turismo. Responsabilità, sostenibilità, equità.

 

Tra le pagine de L’AltraMontagna l’argomento non è nuovo, specialmente laddove questo fenomeno ha messo radici nelle terre alte; il che, nel nostro paese, vale a dire perlomeno tutto l’arco alpino. Per concentrarci sui casi che abbiamo di recente approfondito, aggiungeremmo un’altra domanda a quelle di Del Bò: che cosa c’è di sbagliato nel fare un tuffo, in groppa a un fenicottero gonfiabile, su una pozza di fusione glaciale? (ne abbiamo parlato qui).

 

Il professor Del Bò spiegava di aver scritto il volume Etica del turismo per rispondere a una mancanza, ossia all’assenza di una trattazione manualistica efficace del tema da utilizzare nei suoi corsi universitari. Nell'intervista che segue abbiamo voluto approfittare della sua competenza in materia per ottenere gli strumenti metodologici utili per riflettere sul turismo nelle sue declinazioni odierne, con speciale attenzione a quelle dei nostri rilievi.

 

 

Quali sono le premesse teoriche per costruire una riflessione etica sul fenomeno turistico?

 

La prima direi che è definire che cosa intendiamo per turismo, e solo una volta fatto questo possiamo cercare di sviluppare dei ragionamenti etici su di esso. L'oggetto "turismo", per come ho scelto di considerarlo, è uno spostamento dal proprio luogo abituale di residenza per poi farvi ritorno in un tempo definito, per scopi di diletto. E dentro il diletto ci finiscono varie cose, tra cui per esempio l'andare in montagna o fare passeggiate, e tutta una serie di attività affini.

Etica significa individuare che cosa va fatto in un certo ambito, come può essere appunto quello turistico, con le dovute considerazioni a seconda del tipo di turismo che andiamo ad affrontare. Per farlo è importante distinguere le diverse figure che compartecipano a questo fenomeno. Dobbiamo pensare al turista, che ne è il protagonista; dobbiamo pensare alle istituzioni, che regolano il fenomeno turistico; dobbiamo pensare agli operatori turistici, che ne sono il veicolo, da chi gestisce un piccolo bed and breakfast ai grandi tour operator. Questo è un po' il quadro teorico nel quale mi muovo.

 

 

Che genere di problemi si pone l’etica del turismo?

 

I problemi sono tantissimi e dipende naturalmente anche da quale tipo di turismo abbiamo in mente. Nel mio libro ho insistito su quattro concetti che sono: responsabilità, sostenibilità, equità e rispetto. Naturalmente questi concetti poi si possono declinare in varie forme. Pensiamo alla sostenibilità, che può essere una sostenibilità di tipo ambientale, ma anche di tipo economico e sociale, oltre a esserci una vera e propria sostenibilità turistica. Soffermiamoci su quello che è diventato un po’ di attualità in questi giorni: questa presenza debordante di turisti in certi luoghi montani. Lì è chiaro che c’è, da un lato, un problema di sostenibilità ambientale; dall’altro, c’è anche un problema di sostenibilità turistica, perché nel momento in cui ci fossero troppe persone (poi tutto sta a dire cosa si intende per "troppe") la presenza turistica stessa sarebbe di qualità inferiore. Potrebbero esserci problemi di sicurezza, forse non tanto se pensiamo al turismo montano di bassa quota, ma se pensiamo a un turismo che inizia a salire di quota o addirittura prevede attività alpinistiche. Penso all’Himalaya, con i turisti che si fanno portare in vetta e poi rischiano la vita perché l’ambiente è molto ostile per le persone poco preparate. E, ancora, può declinarsi in problemi di sostenibilità sociale, quando le politiche vanno a incentivare il turismo anche a discapito dei residenti.

 

 

In che modo le istituzioni, gli operatori e i turisti possono assumersi responsabilità rispetto agli impatti del turismo in montagna?

 

Se noi per responsabilità intendiamo la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e la disponibilità a modificare queste azioni se sono negative in qualche senso (secondo qualche criterio, per esempio essendo insostenibili dal punto di vista ambientale); allora, è chiaro che ognuno dei tre tipi di attori che abbiamo individuato (turista, operatore turistico, istituzione) deve agire affinché si dia concretezza a questa responsabilità.

Pensiamo al lato delle istituzioni, se vogliamo per alcuni aspetti quello più facile. Le istituzioni potrebbero regolare l’accesso ai beni turistici in certo modo, per evitare che si generi il sovraffollamento che abbiamo visto. Gli operatori turistici, dal canto loto, dovrebbero evitare di favorire uno sviluppo turistico in un luogo che ecceda le capacità di quel luogo. Va detto però che la ‘capacità di carico turistico’ è una misura poco utile, perché è troppo elastica per gli obiettivi di sostenibilità. I turisti, infine, devono fare una serie di riflessioni prima di spostarsi in certi luoghi che sono a forte pressione turistica, perché ne aggiungono dell’altra. Ci sono tanti fattori coinvolti. In linea di massima, tutto dovrebbe procedere di concerto, ma ci rendiamo conto che questo non accade.

 

 

Cosa pensa delle limitazioni all’accesso in montagna, come i numeri chiusi o l’ingresso a pagamento?

 

Il problema principale del numero chiuso è che rischia di veicolare un turismo che diventa elitario, specialmente se fissa una tariffa d’accesso, diretta o indiretta. Come sappiamo, ci sono anche realtà dove non c’è un vincolo formale, ma ci sono dei costi di pernottamento tali da scoraggiare e impedire a persone con un certo reddito di andare. Io non sono a priori contrario a un numero chiuso che preveda una tariffa d’accesso. Il problema che va sottolineato è appunto il rischio di generare una discriminazione di censo. Se noi fissiamo una tariffa a un livello accettabile, tale da non impedire alle persone con poco reddito di venire, è un conto. Se invece prendiamo una tariffa alta, è un altro. C’è però anche da osservare una cosa: se noi mettiamo una tariffa bassa, questa non crea un vero disincentivo, bensì semplicemente genera un po’ di introito per la località che la prevede. A quel punto tanto vale un numero chiuso secco, magari con un sistema di prenotazione ma dove non si paga niente. Allora lì forse si riescono a contemperare le esigenze, cioè limitare il numero di turisti ma evitare allo stesso tempo la discriminazione di censo. Sarebbe importante in questo senso uscire dall’idea che tutti debbano andare nella stessa località, nello stesso momento. Ci devono essere delle regole d’accesso, e questo, a mio modo di vedere, in presenza di regole ben fatte e senza discriminazioni di censo, non è poco democratico o antidemocratico, perché la stessa democrazia vive di regole di accesso (non è che domattina mi sveglio e pretendo di entrare in Parlamento). Se queste regole che disciplinano il traffico umano sono congegnate in maniera equilibrata, a mio modo di vedere, potrebbero essere per alcune località una soluzione al problema, o almeno un modo per mitigarlo.

 

 

Che responsabilità ha il marketing turistico e la comunicazione, anche social, sulla pressione turistica in montagna?

 

Il marketing turistico ha delle responsabilità molto grosse, questa forse è un po’ la nuova frontiera dell’etica del turismo. Perché se tu promuovi un luogo in modo massivo, facendo leva su immagini spettacolari, emozionali, che spesso sono anche falsate, ecco, allora lì attiri le grandi masse. Ma non sempre quelle masse sono preparate, rispettose, consapevoli; né, molto spesso, il luogo è preparato ad accoglierle. Il turista si muove anche perché spinto da certe immagini, da certi racconti. I social in questo sono amplificatori enormi. Una foto virale può bastare a far esplodere un luogo. E questo vale anche per la montagna, anzi forse lì è ancora più delicato. Perché la montagna ha degli equilibri fragili, ha bisogno di attenzione, di conoscenza. Invece spesso si arriva in montagna con lo stesso atteggiamento con cui si va in spiaggia, come fossimo delocalizzati dal territorio in cui ci troviamo.

 

 

Cosa si potrebbe fare per promuovere un turismo montano più consapevole ed equo?

 

Bisognerebbe promuovere forme di turismo più radicate nel territorio. Valorizzare le comunità locali, le pratiche sostenibili, i percorsi di conoscenza. Magari anche con delle forme di educazione al turismo, perché il turista non nasce imparato. E poi servono politiche pubbliche, a fare la differenza devono essere soprattutto le istituzioni. Non possiamo lasciare tutto in mano al mercato. Se lasci tutto al mercato, vince chi ha più soldi per promuoversi e non ha necessariamente interesse a rispettare il territorio.

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